Eudeamon: la banalità del bene

L’eudeamon è uno spirito, un demone o un angelo benefico. L’entità che dà il titolo a un romanzo meritoriamente tradotto e pubblicato in Italia dalla piccola casa editrice milanese Zero/91. Negli Usa era uscito qualche anno addietro grazie a Internet: l’editore americano l’aveva scoperto perché pare che in rete avesse ottenuto un buon successo e fosse stato scaricato e letto da un buon numero di utenti. “Benedetta” Internet, allora, in un mercato che attualmente si attorciglia sempre più intorno alle mode (oggi impazzano vampiri e vampirismi, domani chissà) e ai personaggi pubblici (televisivi, cinematografici e chi più ne ha più ne metta).

Qualcuno ha scritto che si tratta di un libro “ingenuo”, una specie di storia a tema – o meglio ancora, a tesi – che descrive quella che all’inizio della narrazione appare come una distopia, una società (americana) d’incubo, per trasformarsi poi in una vera utopia, in un mondo tanto ideale quanto inattendibilmente felice. Con un linguaggio fin troppo semplice, inoltre, condito di considerazioni perfino banali sul disagio degli individui e la loro ricerca di una propria dimensione esistenziale, sentimentale, sessuale.

Sarà. Ma dalla vicenda di “Eudeamon”, in realtà, traspaiono con chiarezza dietro le spalle dell’autrice, la trentacinquenne statunitense Erika Moak, solide letture dei classici del fantastico e della science fiction, da Alfred Van Vogt a Theodore Sturgeon, da Clifford Simak a Ursula LeGuin, da Philip Dick a James Graham Ballard, da Samuel Butler a Doris Lessing, a Thomas Dish e pure per certi versi a Julio Cortàzar, per citare soltanto qualche nome fra i più conosciuti. E non solo. Nel testo diventa anche tangibile un tale senso di insofferenza verso la realtà contemporanea, una coscienza della solitudine così acutamente avvertita che non basta a giustificarli il fatto (rivelato pure questo su Internet) che la stessa scrittrice è una transessuale. Il che potrebbe spiegare già tanto, certo, ma apparirebbe oltremodo riduttivo quanto – e qui torna l’aggettivo – banale.

Banale, fra l’altro, è foneticamente simile a “Bane”, la figura del reietto che incarna la trama del romanzo. Chi ha infranto le rigide regole stabilite nella città di Eudemonia può scegliere di non andare in carcere per essere tramutato, appunto, in un Bane. Una tuta di lattice e un casco totalmente ermetici, sotto la guida e la sorveglianza di un computer “custode” collegato ai neuroni cervicali, lo isolano totalmente dalla realtà circostante: è libero (libera) di circolare per le strade però non può avere contatti di alcun genere con la gente “normale”; non può parlare, né avvicinare o toccare nessuno. E’ un Bane, un “bandito”. E bandito dal mondo, rimane solo con se stesso. Anzi, con l’eudeamon che a un certo punto (e vale la pena di leggere il libro per scoprire come) si fa strada nel suo intimo più profondo.

“Essere conosciuta in modo così totale e non sentirsi giudicata o rifiutata in niente… era come se tutti i peccati e i suoi errori di mortale fossero compresi e perdonati tutti insieme e senza esitazione”: questo accade nella mente della protagonista della vicenda dopo la presa di contatto con il proprio eudeamon. Potrebbe essere solo la ri-scoperta dell’angelo custode, è vero. Così come, di conseguenza, un aprirsi all’aspettativa del trascendente, della rinascita in un’altra vita. Oppure potrebbe trattarsi, più laicamente, della pura e semplice accettazione dei tanti sé che si nascondono nell’animo umano: il proteiforme “oggetto A” che Jacques Lacan pose alla base dei nostri conflitti interiori e che rappresenta anche la chiave, se saputo decodificare, della capacità di interagire socialmente. La conquista del “nome del Padre”, definì questa ulteriore fase lo studioso francese; ossia del linguaggio.

Sì, perché proprio nel massimo dell’isolamento – è questo lo sbocco della storia narrata – prende corpo un’autentica capacità di solidarietà, cooperazione, comunicazione, di ascolto e di scambio. In poche parole, solo chi sta bene con se stesso riesce a stare bene con gli altri. Con un’apertura nel romanzo a quello che il filosofo tedesco Ernst Bloch chiamò il “principio speranza”.

Banale, si potrebbe considerare tutto ciò. Per giunta descritto in una forma letteraria piuttosto lineare, ben leggibile, priva di arzigogoli formali: affabulante, si potrebbe dire. Banale. Come banali si possono definire anche il disagio e la speranza in un mondo meno estraniante di quello attuale. Ma la scrittura (la cultura in genere) ha pure questa funzione, in fondo: aiutarci ad aprire gli occhi su quanto ci accade dentro e intorno in ogni attimo della nostra esistenza, su quanto consideriamo assodato e finisce al contrario per sfuggirci. I sogni, i desideri più o meno intimi, le passioni, i legami che potremmo e non sappiamo a volte costruire. La vita, insomma. Appunto: la banalità del bene.

3 risposte a “Eudeamon: la banalità del bene

  1. Per farsi capire bisogna usare un linguaggio semplice, non servono giri di parole per raccontare le cose. Le nostre vite sono banali, semplici, i problemi che ci sono pure e sarebbero banali le soluzioni se solo si volesse veramente risolverli..

    • @Luisellla
      Io credo che Mimmo abbia voluto usare “banale” e “banalità” con una inusuale accezione positiva.
      Per quanto riguarda “Eudeamon” devo ammettere che è uno dei migliori libri che ho letto.
      E’ un libro carico di fascino – per la sua storia editoriale e la sua misteriosa autrice – e di differenti livelli di significato. Un libro su cui ancora adesso – e sono passati quattro mesi da quando l’ho letto – mi trovo a ripensare, a scandagliare.

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