Novelle in poche righe – Attesa

Prese un libro ma non riuscì a seguirne la trama: leggeva le stesse frasi più e più volte senza che le si fissassero nella mente. Prese una rivista e fu lo stesso: parole e immagini le sfuggivano subito. Nemmeno un film poté attirare la sua attenzione. Troppo inquieta, troppo nervosa quel giorno. Si mise a girare per la casa non sapendo come far passare il tempo. Sistemò soprammobili come aveva fatto già ripetutamente nell’ultima ora, controllò che non fosse tornata polvere sui ripiani, guardò fuori da balconi e finestre, si lavò le mani, si pettinò, stirò per l’ennesima volta con le dita le pieghe che si andavano formando sui vestiti, digrignò i denti, sospirò.

Il tempo però trascorreva troppo lentamente. Non doveva lasciarsi andare all’impazienza, spesso era l’anticamera della depressione, lo sapeva bene. Ma non poteva farci nulla, si sentiva incapace di reagire. Tentò comunque di farsi forza e dopo diversi minuti di respiri profondi cadde in una specie di dormiveglia che sebbene un po’ agitato le concesse una stasi ristoratrice.

Sonnecchiava da un po’, il volto appoggiato sul palmo di una mano, quando d’improvviso si sentì sollevare per le ascelle da due braccia maschili. Urlò di paura ma l’uomo davanti a lei non se ne curò e la trasportò di peso verso un divano su cui sedette, poggiandola sul proprio grembo a pancia in giù. Sollevò quindi la gonna, le tolse le mutandine e cominciò a sculacciarla senza dire una parola. Lei gemette di dolore, anche se subito dopo lo ricoprì di insulti rimproverandogli il ritardo: lo aveva aspettato così a lungo… Per tutta risposta lui la colpì più forte, facendola gridare. Cercò più volte di divincolarsi ma l’uomo le teneva immobilizzata la schiena con la mano libera, mentre l’altra si abbatteva sulle sue natiche senza pause. La pelle ormai le bruciava.

Lo apostrofò di nuovo con cattiveria, allora, sfidandolo a farle ancora più male. E subito dopo lui prese a frustarle i glutei con una verga. Lei sentiva fischiare l’aria appena prima che il corto bastone la sferzasse, strappandole grida di dolore miste a lacrime di rabbia, di umiliazione, di ribellione, di rancore. Tentava di liberarsi dalla stretta ma le era del tutto impossibile. Eppure non si arrendeva, si agitava, continuava a riempirlo di parolacce. Quando le natiche si striarono di lunghe piaghe rosse e infuocate, lui finalmente si fermò. La sollevò nuovamente per le ascelle, la portò in camera da letto, la spogliò del tutto e la distese bocconi sul materasso, legandola e bendandole gli occhi. Nel buio lei sentì altre volte lo schiocco della verga e un lancinante bruciore sulla pelle all’interno delle cosce. Urlò di nuovo, pure impaurita ora, ma la sua voce non si era del tutto affievolita che qualcosa di caldo le stava scorrendo morbidamente addosso. La lingua. La riconobbe. Stava percorrendo il suo corpo per intero, dai piedi fino al collo, soffermandosi sulle cosce e sulle natiche infiammate, a lungo, con movimenti larghi e circolari che la fecero fremere.

Dolore e piacere si mescolavano fra le sue gambe, sul ventre, il petto, le natiche. Caldo, umidità, tensione. La vulva bagnata, turgida, eccitata dalle botte e dalla lingua. Dolore e piacere e capogiri. E le sue mani dappertutto. Quante mani. Lui le toccò e le leccò tutte le membra, la costrinse a gemere di desiderio prima di voltarla supina, legarla di nuovo, morderle i capezzoli strappandole un altro urlo di rabbia, dolore, eccitazione. Quindi glieli baciò, li strinse fra le dita, li leccò ancora e con la lingua cominciò a scendere verso l’inguine, facendola mugolare. Frugò tra le labbra, le aprì, trovò il clitoride gonfio e vibrante. Leccò il piccolo grumo e tutto intorno, piano, fermandosi ogni tanto, lasciando emergere il suo orgasmo a ondate successive, come una marea che finì per sommergerla.

Lo guardò quando le tolse la benda dagli occhi lasciandole però i polsi legati al letto. Lo guardò e lo implorò di riempirla. Lui si denudò, le sollevò le gambe e la penetrò senza fretta, prima nella vagina e poi nell’ano, sfiorandole il clitoride con le dita. Stavolta senza farle provare alcun dolore però, solo piacere, solo il precipitare in un altro intenso orgasmo che quasi la tramortì. Dopo un po’ cominciò a masturbarsi a cavalcioni sul suo corpo, sempre con lentezza. Lei glielo chiese a mezza voce, parve supplicarlo, ed eiaculò sul suo viso, sui seni, sul ventre bagnandola di seme caldo.

Andò a prendere un asciugamano in bagno, poi, e la ripulì. La slegò, la sollevò di nuovo per le ascelle e la portò di là immergendola nella vasca che nel frattempo aveva fatto riempire. La lavò per bene con una spugna, anche nelle parti intime, l’avvolse in un accappatoio e la tenne stretta fra le braccia frizionandola fino a che la pelle non fu asciutta. Allora la rivestì e la riportò in soggiorno adagiandola con cautela sulla sedia a rotelle. Si sedette accanto a lei e la baciò a lungo sulla bocca.

 

 

 

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