Congiungersi fino ad astrarsi… il mondo per un po’ procede senza di noi

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Paesaggi, scorci, pieghe, anfratti… esplorazioni

"Nude playing with her shadow", da http://onefotoperday.wordpress.com/

“Nude playing with her shadow”, da http://onefotoperday.wordpress.com/

"Sitting cross leged", da http://onefotoperday.wordpress.com/

“Sitting cross leged”, da http://onefotoperday.wordpress.com/

"Legs and arms", da http://onefotoperday.wordpress.com/

“Legs and arms”, da http://onefotoperday.wordpress.com/

 

Immagini tratte da un bel blog che ha per argomento la fotografia

 

 

Fra le pieghe della realtà

Massimo S. Volonté, "Fragment #0010"

Massimo S. Volonté, “Fragment #0010″, da http://msvphoto.wordpress.com/

Brassaï, "Nude" (1931-34)

Brassaï, “Nude” (1931-34)

Edward_Weston, "Nude" (1934)

Edward Weston, “Nude” (1934)

Edward Weston, "Nude" (1934)

Edward Weston, “Nude” (1934)

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Corsi e ricorsi? Il cabaret della politica (se non fosse che può scorrere il sangue…)

Dialogo ascoltato per caso in un caffè: un giovane nazista è seduto con la sua ragazza, parlano del futuro del partito. Il ragazzo è ubriaco.

“Sì ‒ lo so che vinceremo, insomma,” esclama lui con impazienza “ma non mi basta!”. Picchia il pugno sul tavolo: “Deve scorrere il sangue!”.

Lei gli accarezza un braccio per rassicurarlo. Sta cercando di convincerlo a tornare a casa. “Ma certo, caro, il sangue scorrerà, eccome” dice tubando per ammansirlo. “Il Capo l’ha promesso, è nel nostro programma”.

 

Cristopher Isherwood, Addio a Berlino, 1935-39, capitolo Un diario berlinese. Inverno 1932-1933, traduzione italiana di Laura Noulian, Adelphi, 2013 (da questo libro e da un musical teatrale il regista americano Bob Fosse trasse nel 1972 il magnifico film Cabaret)

 

Locandina ufficiale del film "Cabaret"

Locandina tedesca del film “Cabaret”

Liza Minnelli in una scena di "Cabaret"

Liza Minnelli in una scena di “Cabaret”

Manifesto per la versione polacca del 1973 del film "Cabaret", di Wiktor Gorka

Manifesto per la versione polacca del 1973 del film “Cabaret”, di Wiktor Gorka

Manifesto per la versione polacca del 1988 del film "Cabaret", di Andrzej Pagowski

Manifesto per la versione polacca del 1988 del film “Cabaret”, di Andrzej Pagowski

Terni, impero turco: democrazie autoritarie

 

Prove generali di modifica della Costituzione, per una democrazia che garantisca la governabilità a scapito del suffragio universale e del pluralismo delle idee e delle opinioni, per escludere intere classi (deboli) dall’esercizio di ogni potere. Prove generali per una democrazia autoritaria, insomma (e nessuno pare far caso all’ossimoro), quella che auspicano i partiti maggiori, tanto per chiamare le cose con il loro nome.

E se le carceri a un certo punto (ma accade già adesso, del resto) si riempiono troppo, non solo di delinquenti ma anche di cittadini scomodi, non “controllabili”, si può sempre usare il metodo impiegato per Stefano Cucchi; o per Aldrovandi, o più indietro nel tempo per Sindona, per Pisciotta, o ancora per tutti coloro che sono stati uccisi durante e/o dopo l’arresto oppure si sono suicidati in cella. O sono stati “suicidati” in galera. In Germania questo è stato chiamato “sistema Stammhein” (e chi non lo conosce o non lo ricorda può sempre andarselo a cercare), ma viene efficacemente praticato in ogni continente, in dittatura come in monarchia, nelle oligarchie come nelle democrazie borghesi o cosiddette “popolari”. Ogni potere escogita i suoi metodi per selezionare il popolo chiamato a sostenerlo. Con buona pace di chi dissente: è condannato a non esistere o ad andare fuori di testa o a morire.

 

Massimo S. Volonté, "Fragment #0005", da http://msvphoto.wordpress.com/

Massimo S. Volonté, “Fragment #0005″, da http://msvphoto.wordpress.com/

Massimo S. Volonté, "Are you here for our love?"

Massimo S. Volonté, “Are you here for our love?”, da http://msvphoto.wordpress.com/

Massimo S. Volonté, "Fragment #0009", da http://msvphoto.wordpress.com/

Massimo S. Volonté, “Fragment #0009″, da http://msvphoto.wordpress.com/

Siria

Interrogativo

 

a Eros
i pugnali, le spade, le baionette, i coltelli
le scuri, gli strumenti per tagliar colli e lingue…
tutti questi “gentili” strumenti son chiamati
dagli scienziati della morte: ARMI BIANCHE!!…
Allora, cos’è che nei loro lessici può chiamarsi
ARMI NERE?!
Forse… queste poesie.

 

Segni

 

Fate bene attenzione
fate bene attenzione
essi muoiono nell’aria direttamente.
E fate bene attenzione
fate bene attenzione
essi divulgano i loro proclami all’aria direttamente.
Fate bene attenzione o volpi
fate bene attenzione o coccodrilli
fate bene attenzione o morti:
abbiam rammentato spesso la libertà
in questi tempi.
. . . . . . . . . .
E quando la gente pensa alla libertà
questo significa che qualcosa di grave aleggia sul mondo.
Quando due amanti discorrono sulla libertà
questo significa…
che una catastrofe sta per distruggere il cuore della terra.
E quando il cuore bisbiglia di libertà
questo significa…
che un tiranno deve assolutamente morire…

 

Nazìh Abu Afash

 

Poeta e artista siriano molto conosciuto in Medioriente. Per sapere di più sulle poesie e sull’autore: http://venus.unive.it/arabic/arabiyat/Nazih.HTM

 

 

 

foto presa dal web, modificata ed elaborata graficamente

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Turchia

Per i turchi che si battono versano sangue e muoiono contro l’ormai lunga deriva islamista, integralista, autoritaria (berlusconiana) del governo di Ankara.

 

“Adesso io sono un morto, un cadavere in fondo a un pozzo. Ho esalato l’ultimo respiro ormai da tempo, il mio cuore si è fermato, ma, a parte quel vigliacco del mio assassino, nessuno sa cosa mi sia successo. Lui, il disgraziato schifoso, per essere sicuro di avermi ucciso ha ascoltato il mio respiro, ha tastato il mio polso, mi ha dato un calcio nel fianco, mi ha portato al pozzo e mi ha preso in braccio per poi buttarmici dentro. La testa me l’aveva già spaccata a colpi di pietra, e cadendo nel pozzo è andata in pezzi, la mia faccia, la fronte e le guance, è rimasta schiacciata, è scomparsa, le ossa si sono spezzate, la bocca si è riempita di sangue.” (incipit)

“Se non sogni il tempo non passa.” (p. 408)

Orhan Pamuk, premio Nobel per la letteratura 2006, “Il mio nome è rosso”, 1998, traduzione di Maria Bertolini e Şemsa Gezgin, Einaudi, 2001

 

“Detesto non solo le celle della prigione, ma anche quelle dell’arte, dove si sta in pochi o da soli, sono per la chiarezza senza ombre del sole allo zenit, che non nasconde nulla del bene e del male. Se la poesia regge a questa gran luce, allora è vera poesia.”

Nazim Hikmet