La dissoluzione della forma: immagini e parole di Cristina Rizzi Guelfi

La questione è antica: la Gestalt dello sguardo. La forma, o meglio la configurazione, che l’occhio e il cervello danno alle cose e agli esseri osservati. Il che implica in sé una classificazione in base a idee o a categorie teoriche che agiscono nella mente per scelta, pure inconscia, o perché socialmente indotte. Un oggetto qualsiasi o un corpo qualsiasi sono in sostanza distinguibili e catalogabili come elementi di conoscenza se è possibile commisurarli al concetto che abbiamo di ciascuno. Ma ciò comporta anche un giudizio: solo di valore a volte (utile, inutile, inquietante, confortante, stimolante e via di seguito) però spesso anche di natura estetica (bello, brutto, affascinante, orripilante…). Un giudizio che, considerando le idee preesistenti nella psiche come termini di paragone, è in tanti casi pure pregiudizio: tendiamo ad accettare, ad apprezzare ciò o chi riteniamo rispondente ai criteri che ci siamo costruiti o abbiamo preso per buoni. Oggi più che mai, bisognerebbe aggiungere, dato che l’immagine ha preso il sopravvento su ogni altro aspetto dell’essere.

Ma i pregiudizi sono di lunga data, si sa. In fotografia si muove oggi su questo impervio terreno la svizzera Cristina Rizzi Guelfi, che ha messo in atto un percorso di ricerca originale (multimediale o anche multisensoriale, perfino multi-mentale, si può definirlo) pur sulla scia di autori che l’hanno preceduta. Nel passato più o meno recente, tra i tanti grandi costruttori di immagini aveva infatti acuta coscienza della “percezione giudicante” Diane Arbus, che si dedicò a riprendere così i freaks, le persone brutte o “anormali” o che si trovavano soltanto poste in contraddizione con il concetto corrente di bellezza, scompaginando i criteri estetici del suo tempo e mettendo peraltro in rapporto dialettico (basta guardare con attenzione le espressioni spesso ambigue dei suoi modelli) ciò che ognuno era, ciò che all’occhio altrui appariva e ciò che invece voleva mostrare, con questi tre aspetti il più delle volte in contrasto fra di loro. Su una simile falsariga hanno agito poi altre personalità come Nan Goldin, Larry Clark o Nobuyoshi Araki, sebbene scavando soprattutto nell’intimità pure inconfessabile, sconcia (porno) degli individui, senza per questo disdegnare però anche i momenti di adesione, di emozionante tenerezza. Come la stessa Arbus, del resto. Il risultato comunque in tutti i casi appare analogo: la bellezza non è per principio armonia “borghese”, decoro dell’immagine, lirismo non urticante; e il soggetto, che ritrae oppure è ritratto, non risponde al canone socialmente imposto dall’utilitarismo capitalista, ossia la scena di per sé educativa, edificante o anche modaiola, soprattutto commercialmente sfruttabile, pure e specialmente nelle pose erotiche (patinate, per lo più). Insomma, bellezza canonizzata che intrattiene ma senza fare pensare, che non induce in chi osserva dubbi o interrogativi su di sé o sul proprio essere al mondo. Meno che mai istinti: quelli devono rimanere riservati, nascosti, al massimo appena accennati. Verrebbe da dire in tale contesto che la pornografia presenta un tasso di ipocrisia molto più basso.

Il soggetto invece è ben più composito di quello che si vede: fatto di ragione che interroga la realtà e anche di pulsioni che vi si immergono o vi si scontrano, per esempio. Ma non solo: i suoi aspetti sono innumerevoli. Per questo lo spirito a volte fa fatica, e tanta, per raggiungere un compromesso minimamente utile alla sopravvivenza nel mondo stesso: troppi canoni imposti, troppi pregiudizi a fronte di desideri, sogni, fantasie, idee, speranze, aspettative. E voglia di evoluzione, cambiamento, analisi, esplorazione, scoperta. Proprio davanti a tale impasse, peraltro dopo il riflusso della rivolta giovanile, sessantottina e oltre, e di fronte alla morte delle avanguardie artistiche e/o letterarie, Francesca Woodman cercava disperatamente di ri-costruire (e lei stessa lo scrisse, peraltro) o di allestire ex novo una forma di innocenza dello sguardo. E lo faceva tramite la coincidenza fra autore e modello delle sue foto: riprendendo se stessa, in sostanza. Nuda il più delle volte, però sfocata, mossa, “sporcata”, deformata, raddoppiata, moltiplicata… con lo scopo di disorientare l’occhio del proprio pubblico. E cercando in questa maniera di dissolvere i pre-giudizi dell’osservatore benché sapendo dentro di sé, forse, che si trattava di un’operazione pressoché impossibile. Di un fallimento annunciato, in definitiva: secondo Antoine D’Agata infatti le uniche immagini davvero innocenti sono gli scatti familiari e le foto segnaletiche (di qui le sue scene senza fuoco, senza centro, che spesso ritraggono rapporti sessuali espliciti ma con contorni umani che si confondono, tendono all’astratto, anzi al trascendentale kantiano, al fine proprio di sputtanare le categorie che sottendono ai preconcetti del pensiero dominante). La Woodman agiva insomma per scombinare la Gestalt dell’osservatore dando di sé contemporaneamente l’immagine di persona (soggetto e pure oggetto), modella, icona (ma desacralizzata ancorché pure narcisistica ‒ di qui la sua grande influenza su tanti autori, ma più spesso autrici, del presente ‒ sulla falsariga del concettuale e della performance art), interprete, autrice, “configuratrice”: mostrava in sostanza ciò che era (oppure non era), voleva (o non voleva) credeva (oppure temeva) di essere, sovrapponendo in tal modo nelle sue foto (o magari giustapponendo, è più preciso) un cumulo di significati tutti possibili ma che di frequente stridevano fra loro, con il fine dichiarato di articolare “alcune disordinate geometrie interiori” (titolo dell’unico volume pubblicato in vita) che risultassero in grado di costringere lo sguardo altrui a disfarsi delle categorie d’analisi predefinite, recuperando così una qualche forma di “verginità”.

Ma si potrebbero fare moltissimi altri nomi, sotto tale prospettiva: quelli appena citati sono frutto sia di una conoscenza limitata (tanto del panorama fotografico quanto delle tecniche) sia di gusti del tutto personali. Sulla questione della Gestalt dello sguardo, in ogni caso, sembra decisamente concentrata anche Cristina Rizzi Guelfi, come detto. Che con il senso del tempo attuale, quello della postmodernità (dove l’immagine è tutto, e non soltanto nelle attività creative), si spinge ancora più avanti. L’autrice elvetica sembra partire dall’assunto espresso da Walter Benjamin in “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”, secondo il quale una foto è incompleta senza parole a corredo, se è priva cioè di una didascalia. Uno scatto fotografico infatti “congela” il tempo in qualcosa che c’è stato ma non c’è più, come ha scritto poi Roland Barthes in “La camera chiara”, alludendo insieme a tutto ciò che potenzialmente è rimasto fuori dall’inquadratura. Un grumo di esistenza e/o di ambiente, in altre parole, è confluito nell’immagine coagulando in sé tutto quanto lo ha preceduto e delineando soltanto in via ipotetica la possibile evoluzione della scena ripresa. Ma è meglio dire le possibili evoluzioni, perché in realtà sono numerose, e potrebbero perfino negarsi a vicenda. Allora solo la didascalia, hanno sostenuto anche scrittori come Michel Tournier o Julio Cortàzar (non sono però i soli, tanti altri hanno condiviso idee analoghe), può restituire in qualche modo alla scena o al soggetto quel divenire che lo scatto ha bloccato. Di questo la Rizzi Guelfi mostra di avere piena coscienza. Come del resto di un altro e diverso assunto, c’è da aggiungere, quello di Susan Sontag in “Sulla fotografia” secondo cui anche la didascalia più perfetta è soltanto una delle possibili interpretazioni dell’immagine: in pratica, a volte non fa che moltiplicare i modelli di configurazione che è possibile applicarvi. Non è in grado di produrre spiegazioni univoche, detto in altri termini.

Applicando assieme entrambi questi diversi criteri al proprio lavoro, forse anche per via della sua formazione in origine cinematografica (ha studiato da regista, mentre nella fotografia è autodidatta; e il cinema è il luogo dove da decenni ormai convivono immagini, movimento e parola), l’autrice crea così in diverse occasioni composizioni miste di foto e linguaggio scritto, da lei stessa prodotto (e spesso ha usato solo quest’ultimo) o tratto da opere letterarie (ha collaborato fra l’altro a libri e pubblicazioni varie di foto e versi), facendo dialogare i due mezzi che a tratti paiono completarsi, anche se in realtà sommano il carico di significati molteplici che si portano dietro, mettono in atto un complesso e fitto (a tratti perfino oscuro) rapporto di rimandi e scambi che tali significati di fatto non soltanto moltiplicano ma squartano, sminuzzano, nella maggior parte dei casi mettendoli né più né meno che in contrapposizione a partire proprio della loro natura sostanzialmente diversa, il loro riferirsi a sensi differenti, in modo che il continuo rimpallo dell’uno all’altro spiazzi letteralmente l’osservatore, che vede così la propria Gestalt perdersi in un vuoto di criteri: ogni configurazione possibile non solo si confonde ma decisamente si sbriciola, per poi dissolversi completamente; in ciò sollecitata peraltro da immagini che a Francesca Woodman devono in buona misura come fonte ispirazione (benché la Rizzi Guelfi si serva pure di altri modelli, oltre a se stessa) e che, presentate spesso in serie, mettono di frequente in scena la sparizione fisica del soggetto ripreso: in certi casi attraverso l’esposizione multipla, la ripresa mossa, la sfocatura, l’annebbiamento, magari il semplice mascheramento del viso o l’inserimento di parole scritte nell’inquadratura medesima, in altri tramite la progressiva e totale cancellazione del corpo (suo o meno, talvolta ma non sempre messo a nudo) dall’ambiente che lo conteneva (e in certo qual modo lo limitava).

Una forma qui ancora più radicale, sebbene estraniata, di contestazione del pre-giudizio. Un vero e proprio attacco al cuore della Gestalt di ognuno, su un territorio “dove l’ontologia congiura contro la metafisica, in un vicolo ingorgato da piante rampicanti”, scrive l’autrice in una delle sue diverse composizioni “bipolari”. Perché, è vero, lo sguardo non può essere o ritornare vergine, scevro da categorie, regole, criteri di conoscenza precostituiti, ma la rinuncia pur provvisoria ai pre-giudizi può almeno aiutare ciascuno a “spingersi nel mondo con la quiete degli influenzati, la coscienza della transitorietà e la gravità di un collo greve”. Insomma, a farsi domande preliminarmente, a dialogare con le opere e con gli altri individui, tutti, anche completamente diversi da sé, e per questo ad abbandonarsi (sì, abbandonarsi) all’ascolto. In cambio, aggiunge non senza amara ironia la stessa Cristina Rizzi Guelfi, se come sembra è ormai troppo difficile cambiare questo mondo, mutare prospettiva, disfarsi della dicotomia essere-apparire-prevalere-dominare (e uccidere, fisicamente oppure metaforicamente), oltre che del greve, schiacciante, asfissiante predominio della funzione mercantile in quasi ogni aspetto dell’esistenza, comunque ci “si può vantare della clemenza per i contorni”, del “non lamentarsi per poco”, della “transitorietà delle pene”.

 

Le immagini, ove non specificato nelle didascalie, sono tratte dai seguenti siti:

http://cristinarizziguelfi.tumblr.com/

http://wordsocialforum.com/2015/04/22/giovani-prospettive-omaggio-di-parole-a-cristina-rizzi-guelfi/

http://it.paperblog.com/visioni-di-cristina-rizzi-guelfi-1218307/

Qui è possibile sapere anche un po’ di più sull’autrice

(Avvertenza: alcune serie di foto sono state da me raggruppate in verticale per maggiore praticità di osservazione)

 

 

 

1 Breton

"Thinking through Francesca", 2014, da http://www.kasparhauser.net/periodici/08%20Woodman/Gr10.html

“Thinking through Francesca”, 2014, da http://www.kasparhauser.net/periodici/08%20Woodman/Gr10.html

3 immagine8

"I miei pensieri sono come nervi. Hanno l’aspetto dei ramoscelli di ciliegio, e ogni tanto c’è un fiore, in punta. Quel tipo fiore i cui petali non possono essere neppure guardati da vicino, basta un piccolo fiato uscito dalla bocca per farli staccare dal ramo. Vanno presi uno ad uno e messi su un foglio di giornale, e fissati con un ferro da stiro spento. In principio i pensieri vanno via, come i petali, poi spuntano nuovi, e sono riflessioni di carne, posseggono la lingua dei druidi o dei sacerdoti di Baal e la loro alchimia mi fiorisce sempre in faccia."

“I miei pensieri sono come nervi. Hanno l’aspetto dei ramoscelli di ciliegio, e ogni tanto c’è un fiore, in punta. Quel tipo fiore i cui petali non possono essere neppure guardati da vicino, basta un piccolo fiato uscito dalla bocca per farli staccare dal ramo. Vanno presi uno ad uno e messi su un foglio di giornale, e fissati con un ferro da stiro spento. In principio i pensieri vanno via, come i petali, poi spuntano nuovi, e sono riflessioni di carne, posseggono la lingua dei druidi o dei sacerdoti di Baal e la loro alchimia mi fiorisce sempre in faccia.”

"Riproduzioni di un fenomeno"

“Riproduzioni di un fenomeno”

"Riproduzioni di un fenomeno"

“Riproduzioni di un fenomeno”

"Riproduzioni di un fenomeno"

“Riproduzioni di un fenomeno”

"Deve esserci da qualche parte una chiave universale confacente a ogni circostanza, un prontuario fatto di codici di condotta non imposti, come un breviario di carta riciclata tenuto celato da qualche essere umano sbadato un bimbo o ancora meglio un animale: un cervo risolutore tenuto in un giardino."

“Deve esserci da qualche parte una chiave universale confacente a ogni circostanza, un prontuario fatto di codici di condotta non imposti, come un breviario di carta riciclata tenuto celato da qualche essere umano sbadato un bimbo o ancora meglio un animale: un cervo risolutore tenuto in un giardino.”

"Il mondo è pieno di visitatori schivi di una razza che raramente si rivela. Con l'idea simbolica di escursioni fra spiriti guida, fantasmi d'altura, cupidi di montagna, morti di sonnambulismo."

“Il mondo è pieno di visitatori schivi di una razza che raramente si rivela. Con l’idea simbolica di escursioni fra spiriti guida, fantasmi d’altura, cupidi di montagna, morti di sonnambulismo.”

"Storm"

“Storm”

"Paper wall" [servirebbe una narrazione breve. Un paltò,una tappezzeria simile a un divano, i piedi scalzi, tre stramberie, la lentezza ruffiana].

“Paper wall” [servirebbe una narrazione breve. Un paltò,una tappezzeria simile a un divano, i piedi scalzi, tre stramberie, la lentezza ruffiana].

10 cristina5

11 cristina1

"Euritmia. Gli occhi non trapassano un bel niente. Non è rilevante determinare. Una visione snaturata ma simmetrica. Se era una, diventano due. Soggetti moltiplicati e resi uguali, davanti a uno specchio. Ma lo specchio è doppio, allora tutto si annulla."

“Euritmia. Gli occhi non trapassano un bel niente. Non è rilevante determinare. Una visione snaturata ma simmetrica. Se era una, diventano due. Soggetti moltiplicati e resi uguali, davanti a uno specchio. Ma lo specchio è doppio, allora tutto si annulla.”

Ennesimo giorno: cacofonie dei sensi, odore di sesso e gelsomini

Si ritrovò all’aperto in una cacofonia di voci, musiche, suoni, rumori, capigliature dipinte, scolpite, teste deformate, occhiali inutili, smalti, trucchi, rossetti, depilazioni femminili e maschili, tatuaggi, capi d’abbigliamento, accessori, monili in colorazioni incompatibili e sgargianti, vestiti ampi come paracadute svolazzanti, rotoli di grasso oppure ossa che emergevano da tessuti elastici e attillati, corti, striminziti, cinte strettissime che facevano assomigliare coloro che li indossavano a prigionieri legati come salami o a schiavi condotti verso la consunzione. E cibi, bibite ammassati ovunque, senza alcuna distinzione di qualità, aroma, sapore, che ogni persona sul posto ingurgitava senza accorgersi di ciò che erano né di che cosa contenevano. Si guardò intorno senza capire dove si trovasse, eppure conosceva quel luogo: era il luogo dove da tanti anni ormai abitava benché non lo amasse per niente. Una città piena di opere d’arte e però tutto sommato volgare, anzi decisamente oscena. Monumenti utilizzati come sedi di rappresentazione, non di eventi culturali bensì di chi tali eventi organizzava e spesso interpretava: di se stesso o di se stessa dunque. Politica, strategia della comunicazione o prevalenza sugli altri proprio attraverso la comunicazione. Monumenti che si sovraccaricavano perciò di linguaggio che non aveva però niente a che fare con quanto gli stessi monumenti intendevano esprimere, ammesso che lo volessero comunque: linguaggio secondario, sovrapposto, ancora meglio giustapposto, linguaggio che non parlava davvero ma tendeva a comunicare semplicemente se stesso; urlava cioè, riempiva esclusivamente le orecchie stordendo l’interlocutore, potenziale o riottoso. Un fattore ulteriore di cacofonia, si disse, come gli odori sgradevoli a bizzeffe sui passanti, a zaffate, profumi costosi o meno, dolci o aspri, mescolati a tanfo di sudore, di grasso, di roba fritta, di pelle unta, di forfora. Tutto immagazzinato in quel luogo, si sorprese a meditare in un attacco di nausea: ebbe perfino un capogiro. Era come messo lì e combinato per colpire i sensi allo stomaco (già), per eccitare la parte estetica di ognuno. Ma soltanto questa. Quel microcosmo, o quel mondo, si rese conto, aveva in pratica decretato il divorzio fra i sensi e la ragione, l’eccesso e la temperanza, per dirla in parole diverse, o tra la raffigurazione e il giudizio, tra l’affermazione e il senso critico. Tutti assorbivano tutto, scegliendo in tal modo di subirne il dominio. Pure dei potenti, naturalmente: non sapevano più distinguerne le parole dagli atti, una cosa oramai molto diversa dall’altra. Quel mondo in effetti era arrivato a tal punto nell’assillo del consumo, dell’usa e getta, che aveva l’impressione di trovarsi davanti a un immenso coito portato a termine di premura: monta, pompa bene ed eiacula, scaricati, fatti montare, cola, non è necessario che godi, che godete, magari scattati o scattatevi una foto (o più foto) e mostratela al mondo, pronta da consumare; chi la guarderà di sicuro si masturberà e arriverà presto a quella che definirà un’estasi e però non sarà altro che un ulteriore scarico di adrenalina condita di ormoni maschili oppure femminili. E questo ventiquattro ore su ventiquattro (o H24, come si preferiva dire ormai), senza soste, azzerando l’alternanza sonno-veglia o attività-riposo-ozio. Azione, azione perenne, sostenuta non solo da cibi-porcheria ma anche da alcol e droghe: così ci si sentiva positivi, creativi, vincenti. E consumanti (si diceva così?). Era questo che pensava aggirandosi per il grande slargo vicino a casa, adesso lo aveva finalmente riconosciuto, aveva recuperato l’orientamento. Ma i sensi staccati dal cervello, strappati letteralmente alla psiche, non erano in grado, ne aveva la concreta certezza, di procurare reale godimento. Solo fermarsi, ascoltare, assorbire, rendersi ricettivi, passivi, insomma non fare un cazzo ogni tanto, immersi nel silenzio possibilmente, permetteva di capire o quantomeno di meditare, farsi domande, elaborare, acquisire una qualche forma di coscienza. E di conoscenza. Se si fotteva bisognava sapere di fottere, in sostanza, assaporare sulla pelle e anche nel pensiero l’atto di fottere. E così se ci si masturbava, con il proprio corpo o con il corpo di un altro o di un’altra. Era sapere e saper gustare senza fretta tutto ciò che si stava facendo, qualsiasi cosa si stesse facendo, a portare autentica soddisfazione, senso di appagamento. E valeva per il lavoro, per il tempo libero, le arti, la politica, i rapporti sociali allo stesso modo che per il sesso o per pisciare e cacare. Più guardava quella gente quindi, quell’affannarsi a consumare e quei monumenti così muti e nudi e osceni intorno, e più chiaramente avvertiva la verità, ma sopra ogni cosa l’urgenza di quest’ultima considerazione. Il contrario, ossia l’ingozzarsi senza ritegno soltanto degli elementi materiali dell’esistenza, era come scambiare l’odore dello sperma o dei fluidi della vulva per profumo di gelsomino, concluse fra sé mentre ne annusava i fiori nel cortile del condominio. Una delle poche cose belle di quel palazzo, se non l’unica: il sesso era tutt’altro discorso. E si chiuse in fretta il portone alle spalle.

 

 

 

Massimo S. Volonté, "City sickness – 298", da https://msvphoto.wordpress.com/

Massimo S. Volonté, “City sickness – 298”, da https://msvphoto.wordpress.com/

Cristina Rizzi Guelfi, da http://cristinarizziguelfi.tumblr.com/

Cristina Rizzi Guelfi, da http://cristinarizziguelfi.tumblr.com/

Cristina Rizzi Guelfi, da http://cristinarizziguelfi.tumblr.com/

Cristina Rizzi Guelfi, da http://cristinarizziguelfi.tumblr.com/

Georgesmiley, "With Brooke Lynne, at home", da http://georgesmiley.tumblr.com/

Georgesmiley, “With Brooke Lynne, at home”, da http://georgesmiley.tumblr.com/

Georgesmiley, "Self shot with April Hutchinson at home, in NYC", da http://georgesmiley.tumblr.com/

Georgesmiley, “Self shot with April Hutchinson at home, in NYC”, da http://georgesmiley.tumblr.com/

Giulia Bersani, "Empty me in my empty new house", da http://megiuliabersani.tumblr.com/

Giulia Bersani, “Empty me in my empty new house”, da http://megiuliabersani.tumblr.com/

Esseri mutanti, maschere, orgasmi

Non ricordava più se l’avesse sognato o immaginato: la scena comunque era rimasta impressa nella sua mente. Due esseri che si muovevano in quella che sembrava una normale casa: mobilia, arredi. Solo che avevano teste di animali: equini, suini, felini, canidi, bovini e molto altro: sembravano mutare continuamente. Maschere forse, che cambiavano a ogni scena: pareva che interpretassero quadri di una rappresentazione teatrale, benché atteggiamenti e posizioni dessero un’impressione di naturalezza. Era in realtà come se le azioni si susseguissero davanti ai suoi occhi con intervalli di appena qualche frazione di secondo, come in un film risalente agli albori del cinema. A tratti però le teste si rivelavano umane, sebbene i visi fossero occultati da quelle maschere carnevalesche. Ricordava infatti che a un certo punto era sorta nella sua mente una domanda sulla vera natura dei due individui, ma non aveva trovato risposte. Forse non le aveva nemmeno cercate, però. La sua attenzione era attratta soprattutto dalle scene in sé: quadri erotici in pose sofisticate o sconce, romantiche o crude, ironiche o intensamente sentimentali, tenere o sadomaso. Rammentava bene inoltre i seni maturi dell’essere che appariva femmina, il petto del maschio costellato di peli, pur non eccessivamente folti. Nudi entrambi tranne che per le mutande che indossavano: simili, sembravano unisex, ammesso che esistessero indumenti intimi di tale genere, tenne a dirsi. Ne dubitava molto. Poi, non sapeva come, i due si erano disfatti anche di quelle e la donna aveva messo in mostra un pene turgido, lo scroto cosparso di una peluria rada, le palle che dondolavano allo stesso ritmo delle mammelle mentre accarezzava il ventre dell’uomo che terminava in una vulva dalle labbra carnose, un clitoride grosso, ben visibile, e intorno una soffice pelliccia sulla quale si erano formate gocce di fluido. Gli infilò un dito nella vagina appoggiandone un altro sul clitoride, lui gemette e le prese il pene con una mano, portandoselo verso una guancia e quindi alla bocca. Lei eiaculò fra le sue labbra mentre lui agitava il bacino nell’orgasmo, le stringeva i seni, i capezzoli con le dita, così forte da farla urlare e spingere la verga fino alla sua gola, quasi a soffocarlo. Su quello che era accaduto dopo non aveva memoria. O meglio, ricordava solo un insieme indistinto di suoni: sospiri, rantoli, singhiozzi umani mescolati a versi di numerosi animali. E uno sfiorarsi di membra, gli parve, uno sfregarsi di pelli ferine. Ma anche odori, odori selvatici, acuti, pungenti, non filtrati da saponi o aromi o da altro di artificiale. Odori che toglievano il respiro però insieme eccitavano i sensi. Profumi che, ricordò in quel momento, avevano dato al suo essere una più intensa consapevolezza della propria presenza nel mondo. Era stato allora, appunto, che la coscienza razionale aveva ripreso il controllo del suo intimo. Non del corpo invece: aveva il fiato corto, ansimava tuttora nei postumi di un orgasmo che non riusciva a rammentare di avere avuto. E sentiva addosso il calore umido dei propri umori.

 

 

 

Ambrose & Wether, "Untitled", da http://ambrose-and-wether.tumblr.com/

Ambrose & Wether, “Untitled”, da http://ambrose-and-wether.tumblr.com/

Ambrose & Wether, "Master Ron", da http://ambrose-and-wether.tumblr.com/

Ambrose & Wether, “Master Ron”, da http://ambrose-and-wether.tumblr.com/

Ambrose & Wether, "Untitled", da http://ambrose-and-wether.tumblr.com/

Ambrose & Wether, “Untitled”, da http://ambrose-and-wether.tumblr.com/

Ambrose & Wether, "Untitled", da http://ambrose-and-wether.tumblr.com/

Ambrose & Wether, “Untitled”, da http://ambrose-and-wether.tumblr.com/

Foto presa dal web e modificata

Foto presa dal web e modificata

Foto presa dal web e modificata

Foto presa dal web e modificata

Foto presa dal web e modificata

Foto presa dal web e modificata

Foto presa dal web e modificata

Foto presa dal web e modificata

Sessualità mutevole, un merlo che passa

Ne prese coscienza all’improvviso, mentre stava leggendo un romanzo erotico che apprezzava molto. A provocare la sua eccitazione era in potenza qualsiasi individuo diverso da sé: maschi, femmine, gay, lesbiche, bisessuali di ogni età, aspetto, condizione sociale o esistenziale, di qualunque nazionalità e insomma di ogni tipo. Purché diversi da sé, perfino alieni, ribadì al suo intimo con un sorriso. Non lo aveva mai messo a fuoco con tale chiarezza prima di quel momento. Trovava limitato in sostanza, ma più che altro gretto, pensare di preferire donne con precise e predefinite caratteristiche: cura della persona, trucco, fianchi, seni, fica, culo e anche una certa maniera di essere, di rapportarsi con il mondo, di concepire idee, opinioni, giudizi. Femmine classificabili in una categoria, cioè, in un certo gruppo di appartenenza. E allo stesso modo gli uomini: dotati di determinate qualità esistenziali e pratiche, oltre che naturalmente di apprezzabili cazzi; e allora i maschi neri, ad esempio, sotto questo aspetto risultavano per molte donne di gran lunga preferibili. Anche se non sotto gli altri profili, anzi. Io desidero una donna così e così, io voglio un uomo così e così… Già, trovava davvero limitato un punto di vista simile. Che poi, pensò, non era tanto diverso se si consideravano gli omosessuali di entrambi i sessi, i quali per ovvia definizione erano attratti solo da esseri con le stesse preferenze carnali. Mentre i bisex lo erano da tutti e due i generi, pure qui per definizione. Ma perché, si chiese, una femmina etero non poteva desiderare un’altra femmina oppure un maschio indifferentemente, magari una o qualche volta, un uomo altrettanto, un gay una donna, anche se solo una volta, una lesbica un uomo, un o una bisex un individuo di non ben definita identità sessuale oppure di sessualità variabile, o altro ancora… L’attrazione, meditò mentre riprendeva a leggere, riguardava esseri singoli, unici, non classificati in partenza. Era una questione di sintonia psicofisica, meglio psicosomatica, una sorta di intuizione istintiva seppure razionale della compatibilità di due o più individui a prescindere dall’immagine, dalla soggettività, dall’identità, dalla percezione di se stessi, dall’autoconsiderazione, dal ruolo. Presupponeva perciò in via preliminare l’accettazione della fluidità, del pluralismo sessuale. Poteva durare un singolo attimo come una manciata di minuti, di ore, qualche mese, anni o una vita intera: sempre nella possibilità di un mutamento provvisorio o perenne. Contava soltanto la diversità dell’altro o dell’altra, contava solo che si trattasse di un altro o di un’altra. O di altri. Ma non aveva afferrato gli ultimi passaggi del libro, la sua mente tendeva a rivolgersi altrove. Li lesse di nuovo allora, e tuttavia un ulteriore pensiero salì d’un tratto a galla dalle profondità del suo intimo. Un desiderio in realtà, più che un vero e proprio concetto: masturbarsi davanti a un extraterrestre di forma tutt’altro che umana. E poco dopo lo fece, guardando un merlo saltellare su un terrazzino di fronte.

 

 

 

Li Hui, "Summer 2014", da http://huiuh.tumblr.com/

Li Hui, “Summer 2014”, da http://huiuh.tumblr.com/

Cristina Rizzi Guelfi, da "Dissimulazione della soggettività", http://cristinarizziguelfi.tumblr.com/

Cristina Rizzi Guelfi, da “Dissimulazione della soggettività”, http://cristinarizziguelfi.tumblr.com/

Cristina Rizzi Guelfi, da "Dissimulazione della soggettività", http://cristinarizziguelfi.tumblr.com/

Cristina Rizzi Guelfi, da “Dissimulazione della soggettività”, http://cristinarizziguelfi.tumblr.com/

Georgesmiley, "Self portrait with Keira", da http://georgesmiley.tumblr.com/

Georgesmiley, “Self portrait with Keira”, da http://georgesmiley.tumblr.com/

Misungui by Patrick Jannin, da http://misungui.tumblr.com/

Misungui by Patrick Jannin, da http://misungui.tumblr.com/

Misungui by Patrick Jannin, da http://misungui.tumblr.com/

Misungui by Patrick Jannin, da http://misungui.tumblr.com/

Ambrose & Wether, "Untitled", 2011, da http://ambrose-and-wether.tumblr.com/

Ambrose & Wether, “Untitled”, 2011, da http://ambrose-and-wether.tumblr.com/

Plume Heters, "Bedroom", da http://quatre48.tumblr.com/

Plume Heters, “Bedroom”, da http://quatre48.tumblr.com/

Misungui by Plume Heters, da http://misungui.tumblr.com/

Misungui by Plume Heters, da http://misungui.tumblr.com/

Vanessa Peters, "Nude with red winged blackbird", da http://vanessa-peters.com/

Vanessa Peters, “Nude with red winged blackbird”, da http://vanessa-peters.com/

Quarantasettesimo giorno (o settimane dopo, il tempo è relativo): inesistenza, eros ed errori

Non commentarono il loro primo incontro sessuale, ma nelle settimane successive si scambiarono e-mail con più frequenza, approfondendo ulteriormente il confronto circa il loro atteggiamento verso la vita. Altri fattori di depressione, fievoli quanto spesso fuggevoli speranze, soprattutto un senso di inesistenza che pareva aumentare per entrambi a vista d’occhio: il mondo, si dissero, non soltanto poteva fare a meno di loro, ma sembrava volerlo con sempre più evidenza. Chi si fermava a pensare era scomodo, indigesto, tendeva a vedere più il negativo che il positivo a causa probabilmente di un troppo spiccato senso critico: oltre la superficie, oltre e a volte anche contro l’immagine. Proprio ciò che il potere, la gente potente non tollerava: su questo erano in completa sintonia. Dopo alcuni giorni decisero di darsi un nuovo appuntamento con le stesse modalità: solo che stavolta sarebbe stato lui ad arrivare per primo nella casa vacanze. Appena entrata, lo trovò nella stessa posizione che lei aveva assunto la volta prima: il corpo nudo coperto da un lenzuolo dalla testa al ventre. Si spogliò e anche lei si distese fra le sue gambe, carezzandole e sfiorandole alternativamente con le mani e i capezzoli, sempre più su: le ginocchia, le cosce, l’inguine, lo scroto, il pube coperto di peli castani. Intuiva che lui non volesse eiaculare troppo presto ma aveva molta voglia di assaggiare il suo umore, così prese a leccare le palle, l’asta, prese fra le labbra il glande reggendo il pene con le mani, muovendole prima con delicatezza, poi con più vigore. Dopo un po’ lui cominciò a singhiozzare, ad agitarsi e le inondò di sperma il viso, la bocca, le dita e i palmi. Lei se ne lasciò riempire, lo assaporò bene, quindi lo raccolse dal volto leccandosi poi le mani, sempre con la lingua quindi ripulì l’asta, lo scroto, il pube, le cosce di lui. Desiderava eccitarlo ancora però, e spingendolo con le braccia lo convinse e voltarsi sul ventre: sapeva che non avrebbe tentato di sbirciarla al di sopra del lenzuolo, così come lei non ci aveva provato la volta passata. Più che teso o inquieto per le sue intenzioni, le sembrò perplesso. E volle fugare subito i suoi dubbi infilandogli profondamente la lingua nell’ano, dopo avere allargato le natiche con le mani, poi due dita, quasi con violenza, strappandogli un sussulto e un gemito. Dita che poco dopo diventarono tre, trasformando i gemiti in un urlo strozzato. Ma non se ne curò e li spinse dentro interamente, costringendolo a sollevare il ventre e accorgendosi nel frattempo che il pene era tornato a indurirsi. Lo penetrò così a lungo, quasi con furore, poi lo fece voltare di nuovo sulla schiena, gli salì a cavalcioni dandogli le spalle e si fece entrare l’asta nella vagina. Venne quasi subito, soffocando le urla che le salivano in gola, e poi un’altra volta carezzando il clitoride con le dita ancora bagnate di sperma. Ma voleva che anche lui esplodesse di nuovo. Tirò fuori l’asta dalla vulva e se la spinse nell’ano, premendo, facendo in modo che penetrasse per intero. Sentiva i suoi sospiri pesanti e i propri confondersi. Si mosse in su e in giù godendo del contatto fra il pene e la fessura che si apriva, spingendo sempre di più e masturbandosi allo stesso ritmo dei propri sobbalzi, fino a che avvertì lo schizzo del seme dentro di sé e un ennesimo orgasmo che la scosse fin nel cervello. Rimase su di lui ancora per qualche minuto, quindi si sollevò, gli baciò lo scroto, il glande e andò a ripulirsi. Lo trovò nella stessa posizione, ancora coperto dalla testa al ventre, come era stata lei alla sua uscita dal bagno la volta precedente. Era anche quello il patto. Lasciò la stanza senza voltarsi a guardarlo di nuovo e prese subito la strada di casa. Lungo il tragitto si disse che se una conoscenza priva di immagine era in grado di raggiungere quel livello di profondità, allora entrambi dovevano essere davvero estranei al loro mondo. Oppure nel mondo c’erano realmente troppe cose sbagliate.

 

 

 

Lina Scheynius, "Emeric in Sarajevo, Winter 2009 - 2010", da http://linascheyniusdiary.tumblr.com/

Lina Scheynius, “Emeric in Sarajevo, Winter 2009 – 2010”, da http://linascheyniusdiary.tumblr.com/

Georgesmiley, "Shot by Cheshire at home, Minneapolis", da http://georgesmiley.tumblr.com/

Georgesmiley, “Shot by Cheshire at home, Minneapolis”, da http://georgesmiley.tumblr.com/

Foto presa dal web, modificata ed elaborata

Foto presa dal web, modificata ed elaborata

Ourpublicprivates, "The best part of waking up", da http://ourpublicprivates.tumblr.com/

Ourpublicprivates, “The best part of waking up”, da http://ourpublicprivates.tumblr.com/

Foto presa dal web, modificata ed elaborata

Foto presa dal web, modificata ed elaborata

Foto presa dal web, modificata ed elaborata

Foto presa dal web, modificata ed elaborata