Post scriptum

Poi però tutto è precipitato. Come l’uomo ripreso in una famosa foto dell’11 settembre 2001 mentre cade a testa in giù da una delle Torri Gemelle di New York. “Falling man”, l’ultimo romanzo uscito in Italia (Einaudi) di Don DeLillo (ancora lui): “L’uomo che cade”. Gli aerei guidati dai terroristi di Al Qaeda si schiantano sulle Twin Towers e lo scrittore ci mette quasi sei anni ad elaborare il grande lutto in un libro che non è bello e non è nemmeno “utile”: così lo hanno commentato alcuni critici. E per certi versi hanno anche ragione. Non apre possibili orizzonti nuovi, ma li chiude tutti; non ipotizza scenari futuri, probabili o meno, per la civiltà occidentale, bensì la dichiara defunta allo stesso modo delle migliaia di vittime dell’attacco.

La domanda qui però non era: “Che cosa potrebbe accadere se…”. Qui c’è invece una risposta senza che sia stato formulato l’interrogativo: il fascio di linee del tempo si è condensato in un grumo denso: di sangue o di insensibilità o di dolorosa incoscienza. Qui tutto è già accaduto, l’impensabile, e il tempo è rimasto sospeso, praticamente immobile agli occhi di chi si è salvato, di chi ha assistito (migliaia di persone a Manhattan, miliardi davanti alla tv), perfino di chi ha colpito al cuore una delle capitali del mondo. I personaggi del romanzo si muovono, agiscono, parlano in una dimensione che si può definire soltanto “postuma”. L’eterno presente della condizione postmoderna, in tal modo, si è trasformato in una bolla di attimi che sono già trascorsi nel momento stesso in cui vengono vissuti. Tutto è stato già visto, sentito, fatto, conosciuto, digerito, rigurgitato, rimesso in circolo. E dimenticato, stravolto come in un dilagante alzheimer sociale. Compresi il “ricominciare” dopo la tragedia, la “guerra al terrorismo”, le invasioni, i massacri che sempre ne conseguono, le analisi, le dichiarazioni dei politici e degli “specialisti”. Tutto doveva convergere lì, verso l’immane catastrofe, questa o la prossima. Tutto “deve” finire lì.

I sopravvissuti, i testimoni, gli stessi terroristi di Bin Laden hanno perso in pratica il controllo delle proprie esistenze, nel romanzo di DeLillo. Esattamente come il falling man (che sospeso nella foto non si sfracella sull’asfalto, ma nemmeno si salva) vivono (e muoiono) in uno stato di perenne impotenza. Di paralisi. Ogni decisione è inutile, qualsiasi scelta non sposta nulla. Sanno di assistere al proprio disfacimento mentre si preoccupano di salvaguardare o di fortificare il proprio fisico: facendo jogging, palestra, sesso, smettendo di fumare, curandosi i traumi e i malanni oppure addestrandosi alle operazioni di commando, fa lo stesso; proteggendo i figli come piccoli esseri alieni appena sbarcati in questo mondo o assistendo i poveri, gli anziani, gli handicappati. O, ancora, concependo e pronunciando pensieri e discorsi banali, sentiti nel condominio o per strada o appresi sui media o nelle riunioni di indottrinamento. La narrazione ne pullula: per questo il libro, sì, in questo senso risulta anche sgradevole. Affronta la banalità quasi di petto, vi si immerge totalmente. Non è per nulla un capolavoro, da tale punto di vista, non è un testo di cui si sentiva il bisogno se analizzato con occhio strettamente e “tecnicamente” letterario. Affatto.

Ma DeLillo ne sentiva l’esigenza. L’urgenza. Anche se maturata con notevole lentezza, secondo il suo solito. La lentezza con cui procede anche la sua scrittura: un andamento da “schiacciasassi”. E’ questo che traspare nettamente. DeLillo avvertiva con chiarezza, seppure nebulosa, la necessità di esprimere anzitutto la propria impotenza, il proprio ritenersi “inessenziale”, come persona e come scrittore. Un autore non deve per forza aprire gli occhi ai suoi lettori, non ha il dovere di rivelare loro qualcosa, di dare loro una chiave di lettura del mondo (benché proprio ciò si aspetti da lui la maggior parte dei critici). Specie se egli stesso non sa che cosa spiegarsi, e come. Specie se ha la coscienza di potere esprimere solo il suo stato d’animo davanti a questo sospeso precipitare delle cose, delle persone, del tempo stesso. Davanti a questo eterno passato prossimo. E chi legge può stare solo ad “ascoltarlo”, può immedesimarsi in lui cercando allo stesso tempo di districarsi fra i passaggi spesso impervi di una narrazione che procede per ondate discontinue di pensiero; impervi e a volte addirittura contraddittori, altalenanti in una trama sostanzialmente vuota di reali eventi.

Chi legge, in definitiva, non può che sentirsi “postumo” al pari dell’autore, uomo occidentale, anzi americano, newyorkese (del Bronx), ormai anziano; o uomo o donna degli Usa, d’Europa, del Mediterraneo, del cosiddetto Terzo Mondo oppure del Quarto, dell’universo islamico o comunque voglia definirsi. Ammesso che debba proprio farlo. Postumo, comunque. Anche e soprattutto banale. Persone banali. Noi tutti. “Post”, insomma. Esseri post-tutto. E in questo senso “L’uomo che cade” è un romanzo dannatamente e tragicamente bello.

 

 

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