Poesia del desiderio poco poetica, sotto forma di paradosso

Sottrarsi alla vista, all’udito, all’odorato, al gusto, al tatto: solo così ci si può offrire oggi, credo, a una forma di percezione più pura nei confronti di se stessi e degli altri. Una specie di grado zero del desiderio, che è come risalire fino alla sua sorgente, alla parte più trasparente e insieme caotica. Una divinità priva di trascendenza ma dotata di tutti gli altri attributi. Inesprimibili, in realtà. Quindi nessuno in particolare. Misteri della dialettica.

Baruch Spinoza sosteneva che la fede nell’essere divino non può essere sorretta dai sensi e nemmeno dalla ragione: è efficace soltanto l’intuizione, quel meccanismo della conoscenza che ci induce ad affermare: “Lo so anche se non ho le prove”; ciò che in pratica ci permette di cogliere la verità (la nostra, certo) senza la necessità di “ingabbiarla” in uno schema logico, nel quadro di una dimostrazione “coerente”, in un sistema di leggi o di principi universalmente o anche solo localmente validi. E rende inutile pure l’esperienza sensibile.

Questo vale allo stesso modo per la percezione più pura. Non la si può avvertire né è possibile analizzarla o interpretarla. La si sente soltanto scorrere dentro se stessi, così, semplicemente, in una sorta di fremito che percorre il corpo ma non appartiene al corpo, che attraversa la mente ma non è proprio della mente. Una contraddizione in termini: si sente, c’è, però è impossibile coglierla nella sua tangibilità e non si può dimostrare che esiste, dove e come esiste, dove e come si muove e si evolve. Ma c’è. C’è, in definitiva, proprio perché non la si può afferrare.

Il desiderio nella sua forma di percezione al grado zero assomiglia quindi alla sostanza spinoziana. Sostanza, ossia substantia, cioè sub-stanzia. Sta sotto ogni cosa, ogni cosa sorregge e in questo senso è statica. Però è anche causa di tutto, tutto “sostanzia”, è in altre parole il motivo per il quale ogni cosa, ogni essere nasce, si trasforma, si accoppia, si mescola, muore; e in questo senso è dinamica.

Anche il desiderio è così. E se si nutre solo di immagini, forme, suoni, parole di desiderio in sé e per sé, finisce per appiattirsi sulle proprie manifestazioni esteriori perdendo la propria sostanzialità. Allo stesso modo se si alimenta di pensiero, di schemi, di formule, di classificazioni nette. Il desiderio è davvero una contraddizione in termini. Ora più che mai, poi; oggi che permea di sé discorsi, gesti, azioni, atteggiamenti, teorie. Desiderio di prendere, possedere, conquistare, mostrare, perfino brandire; smontare e rimontare. Uccidere, anche, in caso di perdita. Oggetti, corpi, persone. Così si inaridisce, si trasforma in vera e propria routine. Un ciondolo. Una stoviglia, che so. Si neutralizza da solo.

Immagini, suoni, forme. Conquiste. Tutto è desiderio nel mondo odierno, in un’età nella quale circolano miliardi e miliardi di parole, di idee che di desiderio apparentemente pullulano. Però allo stesso tempo lo sopprimono. Lo uccidono per eccesso o per avidità di possesso. Solo quando appare abbandonato a se stesso, al contrario, quando muore in un certo senso “per rinuncia”, soltanto allora il desiderio torna ad incarnare pienamente il proprio paradosso e rinasce in tutto il suo inafferrabile splendore.

Può accadere parlando, magari, di una distesa d’acqua grande quanto si voglia eppure limitata, circondata da montagne e da un filo denso di nebbia che confonde l’acqua con le nuvole e il cielo. Un lago, forse. Che soffoca, che fa mancare il fiato nell’abbondanza di vapore sospeso. Oppure immaginando dune di sabbia giallo-rossastra modellate da un vento impetuoso e caldo. O terra incandescente che ustiona i piedi al passaggio e si secca, si spacca sotto un sole spietato, immersa in un’aria mai ferma che intreccia arbusti rigidi facendoli rotolare lontano. Un deserto inospitale. Oppure, ancora, il desiderio è capace di materializzarsi dall’intuizione una distesa d’erba alta e fittissima, simile a un mare infinito che forse nasconde dentro di sé insidie viventi o meno ma del tutto invisibili all’occhio e per ciò stesso inquietanti. E che tuttavia affascinano. Nel folto dell’ombra.

Non è tanto il desiderio di essere lì, in quei luoghi, quanto quello di viverli qui e adesso. Un desiderio che si ammanta di eros proprio nel momento in cui l’esperienza erotica propriamente detta appare più remota, come intrappolata in un’alterità irriducibile e irrecuperabile. Un altro mondo. Un altro tempo. Altro. Un desiderio privo di oggetto, senza aggettivi o manifestazioni visibili. Un desiderio vago di cambiamento radicale. Vago nel senso che vaga, scorre per ogni dove, circola come una sostanza nutritiva. Un substrato. Che riempie il corpo di sé pur non appartenendo al corpo, che permea la mente pur non essendo della mente. Eppure riesce ad alimentarli entrambi. Alimentando contemporaneamente se stesso. Un desiderio muto, sordo, cieco, senza naso, mani e pelle. Un desiderio che esplode in orgasmo proprio mentre si nega, scompare alla vista. Che non si esaurisce, però, né si inaridisce mai: nasce sempre nell’attimo in cui muore.

 

 

 

Nate Walton, "100s in Hollywood", da http://www.nate-walton.com/

Nate Walton, “100s in Hollywood”, da http://www.nate-walton.com/

Nate Walton, "Permaid" (2015), da Nate Walton, da http://www.nate-walton.com/

Nate Walton, “Permaid” (2015), da Nate Walton, da http://www.nate-walton.com/

Nate Walton, "Jenni Michelle for Purple Diary", da http://www.nate-walton.com/

Nate Walton, “Jenni Michelle for Purple Diary”, da http://www.nate-walton.com/

Egoero, da "Lights and shadows", http://egoero.tumblr.com/

Egoero, da “Lights and shadows”, http://egoero.tumblr.com/

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