Susanna Moore: le ragazzacce e i mostri dell’intimo

La scoperta del nostro essere profondo, delle molteplici identità che convivono oppure collidono dentro ognuno di noi, può portarci a rinascere dolorosamente oppure a perderci. Ci si può ritrovare in uno spazio totalmente aperto, cioè, senza punti di riferimento visibili o direzioni prestabilite; si può finire al contrario in un vicolo cieco, davanti a quel confine oltre il quale c’è solo la morte.

Ne possiede acuta consapevolezza Susanna Moore, autrice statunitense che tale rischioso cammino di ricerca interiore ha intrapreso fin dal primo romanzo scritto alcuni anni fa, “Dentro” (pubblicato in Italia da Guanda e in tascabile da Teadue), diventato anche un bello quanto ingiustamente bistrattato film con il titolo “In the cut” (dall’originale in inglese), per la regia di Jane Campion e con una brava, soprattutto inusuale Meg Ryan; e che questo percorso ha proseguito con un successivo libro, “Le ragazzacce” (anche questo tradotto dall’editrice Guanda e poi passato su Teadue). La storia precedente trattava di una donna che davanti all’efferata uccisione di un’altra donna, con brutali sevizie sessuali, intraprendeva un viaggio nel gorgo dei propri istinti fino a tentare di provare, di “sentire” su di sé la sofferenza e insieme i desideri più inconfessabili della vittima, le esperienze esistenziali ed erotiche anche più “estreme”, “basse”, depravate. Con esiti che non è lecito rivelare, stando al fatto che la storia è strutturata come un giallo. Anche se in fondo non è tanto la determinazione del colpevole ciò che conta davvero, quanto il viaggio stesso. E la ricerca delle parole per raccontarlo, soprattutto: specie a se stessa. Di qui la sua ossessione per il linguaggio, per la scoperta di termini a lei sconosciuti, tratti per lo più dallo slang di strada, e dei significati inediti da attribuire a sostantivi o verbi o aggettivi già noti in accezioni più diffuse.

Nel secondo romanzo è invece l’esperienza concentrazionaria che viene posta al centro della narrazione. Un carcere femminile. Con una storia raccontata da diversi e spesso poco compatibili punti di vista: una psichiatra che assiste le detenute e a sua volta soffre di squilibri dovuti specie al suo passato familiare; una reclusa con gravi problemi mentali e vittima di tremendi abusi sessuali fin dall’infanzia, autrice di un delitto atroce (e che verrà alla luce a poco a poco); il comandante delle guardie del penitenziario che si innamora della psichiatra (forse, solo forse, ricambiato) ma non ha scrupoli a ricattare sessualmente un’altra delle detenute; un’attricetta hollywoodiana che vive con l’ex marito della stessa psichiatra e che pare abbia un legame di parentela con la reclusa malata di mente.

Anche qui a segnare la vicenda è soprattutto la ricerca delle “parole per dirlo”. Ognuno ricostruisce i fatti a modo suo, in prima persona, con il proprio linguaggio e le proprie concatenazioni di pensieri. E ciò che ne viene fuori è per un verso la dimensione claustrofobica della società americana, dove non ci sono così tante differenze tra il vivere liberal-borghese di New York, l’esistenza falso-patinata di Los Angeles, la condizione disperante di un penitenziario “normale” e, per esempio, quella della terribile prigione per terroristi islamici (o presunti tali) di Guantanamo. Insomma, l’oppressione delle regole e di chi è preposto (o si sente investito) a imporne il rispetto. Ma ne consegue sopra ogni cosa, invece, il bisogno sentito oggi da ognuno, anche dai bambini, di attribuirsi una condizione, un posto, una funzione, una visibilità insomma, che almeno a qualcuna di queste regole possa ottemperare; a costo di passare pure sui cadaveri degli altri (letteralmente). Se non fosse però che gli istinti sepolti nel nostro intimo finiscono in un modo o nell’altro per esplodere di brutto, scompaginando le carte, mettendo in crisi l’immagine che abbiamo costruito con grande fatica (e a volte grande cattiveria) di noi stessi.

Le “ragazzacce” del titolo, così, non sono solo le criminali chiuse in cella, ma soprattutto queste pulsioni caotiche, erotiche, passionali, affettive o distruttive che vivono relegate in fondo alla coscienza delle donne come degli uomini (seppure qui coniugate in entrambi i casi al femminile), e che possono assumere una valenza in positivo soltanto a patto che si accetti di fare i conti con la loro indifferente e amorale brutalità, con la loro mancanza di misura, con l’impossibilità di classificarle in un qualsiasi schema dato.

Ognuno in definitiva, secondo Susanna Moore, sa che prima o poi dovrà fare i conti con i propri mostri. Che possono portarci dritto all’inferno oppure alla beatitudine. Ma forse non c’è poi così tanta differenza.

 

 

 

Alcuni fotogrammi del film "In the cut" (2003), tratto dal romanzo di Susanna Moore, con Meg Ryan e Mark Ruffalo

Alcuni fotogrammi del film “In the cut” (2003), di Jane Campion, tratto dal romanzo omonimo di Susanna Moore, con Meg Ryan e Mark Ruffalo

Una risposta a “Susanna Moore: le ragazzacce e i mostri dell’intimo

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