Passioni erotiche coniugali (James Joyce e Nora Barnacle -1)

Le lettere di James Joyce alla compagna (poi moglie) Nora Barnacle sono rimaste per lunghi anni pressoché sotto censura, pubblicate in parte e in lingua originale solo nel 1975. Molte risalgono al 1909, quando il grande scrittore fece il secondo e penultimo viaggio a Dublino mentre lei rimase a Trieste, dove a quei tempi la coppia risiedeva. La censura si deve all’erotismo decisamente esplicito e perfino scatologico di queste missive. Al loro esprimere l’intenso amore carnale, anche ben oltre i limiti del pornografico, che c’era fra i due. Per quanto se ne sa, anche Nora partecipò attivamente a questo scambio epistolare; e nello stesso tono, sembra, almeno a giudicare dai frequenti accenni che vi fa lo stesso Joyce. Ma le lettere di lei pare che non siano (o non sarebbero) mai state ritrovate. Benché si dica che contribuirono enormemente al famoso monologo di Molly Bloom nell’Ulisse.

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7 settembre 1909

 (…) Nora amore mio, voglio che tu rilegga tutto quello che ti ho vergato. Certe cose sono sgraziate, oscene e bestiali, altre pure e sacre e spirituali: ma sono tutte cose mie. Ora penso che tu sappia ciò che provo per te. Non litigheremo più, vero amore? Terrai sempre acceso il mio amore. Stasera sono spossato, mia cara, e vorrei dormire tra le tue braccia, senza farti niente, solo dormire dormire dormire abbracciato a te.
Spero che tu prenda della cioccolata ogni giorno e che il tuo piccolo corpo, o meglio certe parti del tuo corpo, siano più rotonde. Mi viene da ridere, ora, a pensare ai seni meschini che hai. Sei una persona divertente, Nora! Ricordati che hai già ventiquattro anni e che il tuo primogenito ne ha quattro. Accidenti Nora, devi smettere di essere una ragazzina impertinente e diventare la donna piena d’amore che sei.
E tuttavia, che tenerezza mi prende a pensare alle tue gracili spalle, alle tue fattezze da bambina. Che piccola canaglietta sei! E per sembrare ancora ragazzina che ti sei tagliata i peli tra le gambe? Vorrei che tu portassi sottovesti nere. Vorrei che tu imparassi a sedurmi, a provocare il mio desiderio. Ma sento che ci proverai, amore, e così saremo felici…
Mi ami vero? Ora mi terrai sul tuo seno e mi proteggerai e forse avrai pietà di me e dei miei peccati e delle mie pazzie e avrai cura di me come un fanciullo…

Jim

3 dicembre 1909

Cara monachina mia… come ben sai, non uso mai un un linguaggio osceno quando parlo. Ma per qualche ragione, tu mi trasformi in una bestia. Sei stata tu, tu piccola svergognata, a cominciare. Non fui io il primo, quel lontano giorno a Ringsend. Fosti tu a mettere una mano nei miei pantaloni: scostasti la camicia e mi toccasti il cazzo con quelle tue lunghe dita leggere, e poi a poco a poco lo prendesti tutto in mano, grande e duro, e mi masturbasti lentamente finché venni tra le tue dita, e intanto eri piegata su di me e mi guardavi con quegli occhi da santa. E furono ancora le tue labbra a sussurrare per prima una parola oscena. La ricordo bene, quella notte a Pola. Stanca di stare sempre sotto, una notte ti togliesti la camicia e mi venisti sopra, nuda. Ti infilasti il cazzo nella fica e cominciasti ad andare su e giù. E ricorda anche che, forse perché quella notte ero assonnolito uccello compreso, ti piegasti sul mio viso e mormorasti teneramente: “Chiavami di brutto, amore, chiavami”.
Nora cara, è tutto il giorno che muoio dalla voglia di girarti alcune domande… Quando quella persona, a cui vorrei cacciare una pallottola nel cuore, ti mise le mani sotto la veste, ti toccò dall’esterno o ti mise un dito dentro? E se lo fece, arrivò fino a toccare il piccolo promontorio che hai dentro la fica? Ti toccò il culo? Rimase a lungo, lì? E tu, venisti? Ti chiese di toccarlo, e lo facesti? Se non lo toccasti, lui venne lo stesso e tu lo sentisti tra le dita?
Un’altra domanda, Nora. Io so di essere stato il primo a chiavarti, ma non c’era stato nessun uomo prima, intendo a sditalinarti? Quel ragazzo che ti piaceva? Dimmi la verità, Nora, sii onesta come lo sono stato io. Quando eri sola con lui la sera, nel buio, gli sbottonavi i pantaloni, gli mettevi una mano dentro? Lo facevi venire, cara? Hai mai fatto venire nessun uomo o ragazzo prima di sbottonare me?… Cara, cara, stasera desidero così ardentemente il tuo corpo che se tu fossi qui, anche se tu mi dicessi che mezza contea di Galway ti ha chiavata prima di me, ti salterei addosso. Dio mio, che razza di cose scrivo alla mia regina… Ti amo, Nora, e anche questo fa parte del mio amore. Perdonami! Perdonami!

Jim

13 dicembre 1909 (frammento)

(…) Sono il tuo bambino, come ti ho detto, e tu devi essere severa con me, piccola madre. Puniscimi quanto vuoi. Sarei pazzo di gioia a sentirmi la pelle infuocata sotto le tue mani. Capisci, Nora cara? Vorrei che tu mi picchiassi, frustassi perfino. E non per gioco, cara, ma sul serio e sulla carne nuda. Vorrei che tu fossi forte, amore, molto forte, con un seno enorme e due cosce grandi e tornite. Come vorrei che tu mi frustassi, Nora amore! Vorrei averti fatto qualcosa di spiacevole, qualcosa di triviale, magari… E poi sentire che mi chiami nella tua stanza, dove ti trovo seduta a cosce larghe e la faccia arrossata dalla rabbia e un battipanni in mano. Vorrei vederti indicare ciò che ho fatto di male, e quindi afferrarmi con rabbia e mettermi a faccia in giù sulle tue ginocchia. Poi sentire che mi cali i pantaloni e le mutande e mi rialzi la camicia, e io mi dibatterei nelle tue solide braccia, sentirei che ti pieghi (come la governante che sculaccia il bambino) fino a farmi toccare dalle tue puppone, e infine i colpi di frusta che si abbattono furibondi sulle mie natiche nude! Perdonami cara, se ti sembra ridicolo. Ho cominciato questa lettera così tranquillamente, e devo finirla al mio solito modo folle. Spero tanto che anche tu scriva lettere così sconce e pazzesche…

Jim

16 dicembre 1909

Ragazza mia dolcissima, finalmente una lettera da te! Devi essertela strapazzata parecchio, la tua matta fichetta, per scrivermi una lettera così senza capo né coda. Quanto a me, amore, sono così spompato che dovresti leccarmelo per un’ora prima di farlo indurire abbastanza da potertelo mettere dentro, e non parliamo poi di chiavarti con frenesia. Me lo sono lavorato così a lungo e così spesso che ho paura di guardarmelo e vedere cos’è diventato. Amore, per piacere, non chiavarmi troppo quando torno. Chiavami quanto vuoi la prima notte, ma poi fammi riprendere. E devi fare tutto tu, amore, perché io ora sono così martoriato e floscio che scommetto non c’è ragazza in tutta Europa, eccetto il mio amore, che si proverebbe a farmi zampillare. Chiavami, amore, in tutte le posizioni che la tua lussuria ti detta. Chiavami tutta vestita con tanto di cappello e veletta, la faccia bruciata dal freddo, dal vento e dalla pioggia e gli stivaletti infangati, a gambe larghe mentre io me ne sto seduto su una sedia e tu mi monti e vai su e giù e mostri le trine delle mutande e io ti tengo il cazzo ben ritto dentro la fica, oppure sulla spalliera del divano. Chiavami tutta nuda eccetto per il cappello e le calze, disteso sul pavimento a gambe larghe, e tu che mi monti come una cavallerizza con le cosce tra le mie e un fiore rosso infilato nel tuo grande culo carnoso. Chiavami in vestaglia (spero che tu abbia ancora quella che mi piace) con niente sotto: apritela quando meno me lo aspetto e mostrami il pube le cosce e il culo e fatti pompare sulla tavola di cucina. Chiavami lasciandotelo mettere nel culo, piegata come una pecorella sul letto, coi capelli sciolti e le mutande rosa profumate aperte svergognatamente dietro e mezze calate sul culo che fa capolino. Chiavami, se puoi, seduta al gabinetto, le vesti rialzate, con grugniti da scrofa che si fa un maiale, e con un qualcosa di sporcamente serpentino che ti scende lentamente dal culo. Chiavami sulle scale al buio, come una serva che sbottona delicatamente i pantaloni del suo soldato e gli infila la mano sul pistolone, trova la camicia, la sente bagnata, la scosta e gli tocca le palle infuocate e alla fine gli tira fuori audacemente l’arma di carne che le piace tanto e comincia a masturbarlo con gentilezza, dicendogli all’orecchio parole sconce e storie oscene sentite dalle amiche e cose sporche che lei sa, e mentre fa tutto questo viene nelle mutande dal piacere e lascia partire tanti caldi e silenziosi gorgoglii pubici, finché sente il grilletto indurito come il cazzo di lui e improvvisamente se lo ficca tutto nella fica e chiava.
Basta! Basta perdio!
Sono venuto, la festa è finita. Ora rispondo alle tue domande!

Jim

Traduzione: Eroma di Vecchiano

Fonti:
“Tellusinlove”, http://tellusinlove.blogspot.it/2010/05/james-joyce-quattro-lettere-erotiche.html
“Tellusfolio”, http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=124&cmd=v&id=7190

 

 

 

 

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