La partita di Antonio Porta: azzerare ogni retorica

In letteratura il senno di poi è utile, a differenza spesso della vita quotidiana: serve per esempio a valutare se un’opera regge alla prova del tempo. Così capita di leggere (o di rileggere) il primo romanzo di Antonio Porta, Partita (Feltrinelli, 1967, ripubblicato da Garzanti nel 1978, nel 2012 da HGH, di proprietà degli eredi e scaricabile gratuitamente come ebook in formato pdf all’indirizzo internet http://gammm.org/wp-content/uploads/2012/01/A.Porta_PARTITA_1967.pdf), e scoprire che a decenni ormai dalla prima uscita “parla” ancora, eccome, a chi vi si accosta.

Una “partita” ancora in corso, quindi, quella dell’autore morto nel 1989 (il suo vero nome era Leo Paolazzi), uno dei poeti di punta nella neoavanguardia del Gruppo 63, ma non solo: uno dei grandi del Novecento italiano. Una sfida giocata contemporaneamente su tutti i piani del romanzo: il che è la vera sorpresa per chi lo legge (e io confesso di averlo fatto, colpevolmente, solo di recente) ed è ciò che lo rende un autentico capolavoro dello sperimentalismo non soltanto nel nostro Paese.

La prima partita (ma non in ordine di importanza) è a livello tematico: un marito (il narratore in prima persona), una moglie, coppia prigioniera di furori sessuali quanto di pregiudizi e oramai al limite dell’odio omicida, i figli, parenti, l’amante di lei, amici, un viaggio fra le antiche ville e le campagne di Asolo passando per una Venezia ossidata dall’acqua. Una storia che espone continue esplosioni di “animalità”, si potrebbe dire. Animalità cercata, perseguita, coltivata dal protagonista per scrollarsi di dosso la retorica del vivere borghese (o meglio, alto-borghese), per rimuovere da se stesso ogni formalismo, qualsiasi “etichetta”, ogni “virus” di pregiudizio (che si trasmette anche ai corpi) e riassunta dall’autore almeno in una frase chiave: “guarda, dice Giacomo, tu non sai vivere, tu sei ancora cattolico e di colpo ho paura che sia vero e che sia vero anche il contrario ma io questa partita la sto giocando”.

Animalità incarnata in uno dei personaggi, Màstica, la donna-cavalla “emblema dell’arbitrio ‒ spiega lo stesso lo scrittore nella nota all’edizione Garzanti (allegata all’ebook) ‒ e del capriccio nei movimenti e/o comportamenti, insieme delicati, affettuosi e impudichi”; dotata per questo della forza selvatica di una “donna-salvazione”, di una “donna-altrove, emersa da territori immaginati ma reali”. Un essere intriso di una carica erotica visibile, intensa, trascinante, spinta, perversa e insieme innocente, capace di scardinare tutti i perni del senso comune (in primis il “decoro” borghese), lasciandosi succhiare “le mani e i seni che ci lascia a disposizione tenendo le braccia in alto, tese, fino all’esaurimento delle forze”, e di conferire così carica liberatoria (un anno prima del 1968, non dimentichiamolo, e della contestazione giovanile e operaia) al protagonista che vive quasi in una condizione orgasmica mentre lei “ne approfitta per farmi la pipì addosso, seduta sulle cosce”.

Una “partita” di corpi, perciò, oltre che di pensiero e di condizione esistenziale e sociale. Che si riversa anche sullo stile narrativo. Qui il racconto, la descrizione, la meditazione, l’allucinazione, il sogno, la concrezione fisica come l’irregolarità della mente e del respiro, la distensione di lunghe frasi così come le pause bianche e le punte buie, acuminate delle asperità poetiche si mescolano in un impasto fluido ma compatto, in un unico piano di immanenza che sul tracciato delle avanguardie novecentesche ‒ da Gertrude Stein a Joyce, al Kafka espressionista, solo per fare qualche nome ‒ sgretola la retorica dei generi letterari differenziati: il poema, il frammento, la prosa d’arte o lirica, il romanzo fantastico, avventuroso, realistico, psicologico e quant’altro. Qui scorre un unico fiume che impetuoso, contraddittorio, quasi del tutto privo di punti fermi (nella punteggiatura, nell’ortografia senza maiuscole, ma pure nella morte, considerata soltanto un processo di trasformazione) trascina con sé tutti i relitti della scrittura per ricostruirli in una nuova struttura mai definitiva, dove nessuno stile riesce a prevalere sugli altri, ma dove soprattutto nessuno dei generi riesce a conservarsi uguale a se stesso.

Contro la tradizione, allora. Ma nella sua partita Porta si spinge ancora più avanti e fa giustizia anche della retorica delle stesse avanguardie e neoavanguardie, che hanno via via svuotato di senso, spessore e personalità i protagonisti dei testi, che ne hanno fatto semplici ombre, apparizioni, per fare prevalere la funzione espressiva del linguaggio rispetto alla sua dimensione comunicativa, alla storia da raccontare insomma. L’autore invece dà sostanza ai suoi personaggi, li rende riconoscibili pur delineandoli insieme a livello concreto e fantasmatico, logico e assurdo, mescolando la comunicazione all’espressione e facendo così del suo romanzo un vero romanzo, non una poesia o un saggio o uno sproloquio travestiti da narrazione. Perché Partita ti sballotta, è vero, su diversi livelli di esistenza, di presenza, di pensiero contemporaneamente, ti trascina avanti vietandoti quasi di meditare, ti smuove le budella, a tratti ti fa perdere il filo (logico, non intuitivo), ma nello stesso tempo ti invita a chiederti come andrà a finire, dove vanno a parare la storia e i suoi protagonisti: come un vero romanzo, appunto. E qui sta la sua prodigiosa leggibilità, che regge magnificamente pure alla prova dell’oggi. E allora uno si dice (anche io fra questi), proprio col senno di poi, che negli anni Ottanta, quando scoppiò la polemica tra fautori dell’espressione e della comunicazione, aveva ragione Porta a rivendicarle entrambe. Peccato, solo, averlo capito a distanza di anni dalla sua morte.

Ma comunicazione non coincide con azione di convincimento, né con informazione, istruzione, tantomeno con persuasione; l’opera-veicolo non deve attestare, in altre parole, alcuna plausibilità, attendibilità o “credibilità” riguardo a se stessa. Insomma, il testo e l’autore non devono suscitare riconoscimento, immedesimazione, affezione, ammirazione, adorazione, non hanno il compito di “educare” nessuno. Al contrario, nella concezione del romanzo di Porta c’è da spazzare via ogni certezza, da sgretolare comandamenti sociali, da portare chi legge su un terreno aperto, solitario, spiazzante, dove si inneschi un processo di vera e propria liberazione da ogni vincolo o schema predeterminato, dove a contare è la scelta, l’assunzione di responsabilità individuale e il rischio che ne consegue: qualsiasi direzione è lecita e possibile, purché decisa in prima persona. Per questo la partita dello scrittore si gioca pure sul piano del linguaggio, con la pressoché totale (e prodigiosa, ancora) assenza di figure retoriche (strumenti di persuasione), anche delle allegorie benjaminiane e degli artifici e dei giochi messi in campo dalle avanguardie per disinnescare la comunicazione borghese e capitalista (quella “dei neo-padroni delle ferriere-cartiere”, scrisse Porta in una lettera del 1968 a Massimo Ferretti, pure questa allegata all’ebook).

Linguaggio nudo, quindi, allo stesso tempo espressivo e comunicativo, che narra e insieme svia, che descrive e insieme allude ad altro, che pronuncia e tace, perché vi si possa aggiungere la pronuncia del lettore e perché possa interagire con il corpo fisico di chi legge (anche e soprattutto sul piano dell’erotismo, un aspetto che non pochi critici di quel tempo rimproverarono all’autore di avere messo troppo in risalto: l’avanguardia, lo sperimentalismo erano solo operazioni mentali?).

Partita è in definitiva il romanzo senza genere (che li ingloba tutti e a ciascuno è estraneo) che vorrebbe leggere chi della liberazione (non della libertà, spesso ambiguo come concetto: la libertà il più delle volte è appannaggio del potente) ha fatto un sistema e uno scopo di vita, pur sapendo di andare incontro anche a una sconfitta. E’ pure il romanzo che vorrebbe scrivere (o avere scritto) chi tenta di uscire “fuori dalle secche della narrativa italiana che rischia sempre di soffocare, per mancanza di respiro, alla lettera, chiunque si avvii per attraversare il suo territorio desertico”, come scrisse lo stesso Porta con visione profetica (perché oggi è molto, molto peggio di allora) nella nota all’edizione del 1978. E’ un’opera tuttora essenziale, in sostanza, anzi perfino indispensabile, nell’azzeramento di ogni retorica che riesce a mettere in atto, in un mondo come quello odierno che sui media, nei blog, nei social network e anche altrove ‒ dagli slogan alle affermazioni apodittiche, alle urla, agli strepiti, agli insulti ‒ ha fatto della retorica il veicolo principale dell’autoaffermazione, della prevaricazione, del dominio, del disprezzo di ogni diversità: una vera e propria arma di distruzione di massa.

 

 

 

Militanti del gruppo Femen camuffate da cavalle prima di un "assalto" lo scorso dicembre ai palazzi del potere di Kiev, per protesta contro il regime ucraino ritenuto simile all'impero romano di Caligola, che nominò il suo cavallo senatore; da http://femen.org/en/gallery/id/104

Militanti del gruppo Femen camuffate da cavalle in occasione di un “assalto” lo scorso dicembre al Senato di Kiev, per protesta contro il regime ucraino ritenuto simile all’impero romano di Caligola, che nominò il suo cavallo senatore; da
http://femen.org/en/gallery/id/104

 

Una militante di Femen nella stessa occasione descritta sopra; negli ultimi tempi il collettivo ha inscenato azioni di protesta, fra l'altro, anche in Vaticano e al forum economico mondiale di Davos; da http://femen.org/en/gallery/id/104

Una militante di Femen nella stessa occasione descritta sopra; negli ultimi tempi il collettivo ha inscenato azioni di protesta, fra l’altro, anche in Vaticano e al forum economico mondiale di Davos; da
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foto presa dal web

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Sarah Marie Jones, "Male nude in sacrifice pose"

Sarah Marie Jones, “Male nude in sacrifice pose”

 

elaborazione fotografica da chan4chan.com

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