Giovanni Lo Porto, un palermitano dimenticato soprattutto a Palermo

Quasi due anni dal sequestro in Pakistan (il 19 gennaio del 2012) e non una parola, non una notizia: dal governo italiano ma soprattutto dal Comune di Palermo, che in questa vicenda spicca indecorosamente (ma viene da dire vergognosamente, piuttosto), per il suo silenzio. In città non c’è un’immagine, un manifesto, una frase, niente che ricordi Giovanni Lo Porto, una persona che ha fatto della solidarietà e dell’interesse per le culture “altre”, diverse della nostra, una vera e propria ragione di vita. Pagando di persona, come è evidente.

Silenzio vergognoso, sì. Giovanni è forse meno italiano degli altri, di tanti altri, meno palermitano di tanti altri perché ha scelto di studiare a Londra e di lavorare all’estero? Perché forse la nostra, di cultura, di civiltà, gli sta stretta? E’ meno “nostro” perché con la sua attività non dà “lustro” alla sua terra, non promuove Palermo, la Sicilia, l’Italia nel mondo come invece fanno tanti, troppi “artisti”, stilisti, “creativi” vari, pennivendoli, imprenditori, maneggioni di ogni specie? E poi, che vuol dire “nostro”? Una persona non appartiene al mondo, all’intero mondo? Fermo restando il fatto, comunque, che la sua famiglia vive a Palermo e sarebbe quantomeno “carino”, da parte delle autorità locali e nazionali, manifestarle, che so, vicinanza, solidarietà (vera), interessamento.

Invece nulla. Nessuna notizia, non una parola nonostante appelli da organizzazioni non governative italiane al ministro Bonino e perfino da amici e suoi insegnanti universitari inglesi sul quotidiano londinese Guardian. Ma non solo: da gruppi sui social network, in articoli su testate online o meno, e adesso anche con una petizione lanciata sul sito change.org dal Forum del terzo settore e che ha raccolto finora quasi cinquantamila firme. E attraverso banner inseriti in numerosi siti internet e blog (compreso questo, con un link a un articolo che risale a poco più di un anno fa, https://mimmogerratana.wordpress.com/2012/11/18/la-violenza-urbana-e-le-guerre-giovanni-lo-porto-e-lideologia/) che non saranno rimossi fino a quando non si avranno risposte sulla sorte di Giovanni.

Silenzio, vergognoso silenzio. A Palermo e nel resto d’Italia. A conferma del fatto, se ce ne fosse ancora bisogno d’altronde, che qui da noi non tutti i cittadini sono uguali, che chi ottiene “visibilità” e dà visibilità alla “sua terra” ha più diritto alla considerazione. Mentre chi si batte per la libertà di scelta, sua e altrui (con altrui intendendo chiunque, proprio chiunque), chi agisce solo seguendo la propria coscienza, chi si assume responsabilità resta sempre più abbandonato a se stesso.

 

Qui di seguito un estratto dell’articolo pubblicato qualche giorno fa dal Guardian, ripreso dall’agenzia Ansa, e i link sugli ultimi appelli e la petizione in corso

 

(ANSA) – ROMA, 26 DIC – Del cooperante italiano Giovanni Lo
Porto, rapito in Pakistan, non si hanno più notizie da quasi due
anni. Ma ora suoi amici di Londra, dove studiò fino al 2010
presso la London Metropolitan University (Met) prima di
imbarcarsi per la sua vocazione umanitaria, sono usciti allo
scoperto, rendendo pubblica la loro angoscia e la loro
preoccupazione per la sorte del 38/enne palermitano, facendosi
promotori di una petizione rivolta a chiunque abbia qualche
influenza chiedendo di adoperarsi per la sua liberazione.
«Sono incredibilmente preoccupata per lui. Sono passati già 22
mesi e non abbiamo modo di sapere come i suoi carcerieri lo
trattano. Lo rivoglio indietro», ha dichiarato sul Guardian
Sarah Neal, una sua amica stretta. E il prof. Mike Newman, che
di Lo Porto è stato docente alla London Met, dove studiò i
conflitti nel mondo, confessa che «quando Giovanni fu rapito
speravamo che potesse essere restituito alla libertà attraverso
una diplomazia discreta. Ma ora sono quasi due anni che è
scomparso in Pakistan e noi siamo d’accordo con i suoi amici e
sostenitori in Italia che chiedono la fine del silenzio».
Newman ricorda che Giovanni Lo Porto «mi disse: ‘Sono
contento di essere tornato in Asia e in Pakistan. Amo la gente,
la cultura e il cibo di questa parte del mondo», perchè «il
Pakistan era il suo vero amore e sentiva di aver operato bene,
stabilendo dei buoni rapporti con la popolazione». Il suo
approccio, ricorda il professor Newman, era «appassionato,
amichevole, la sua mente aperta».
Dopo aver partecipato a brevi progetti umanitari in
Centrafrica e a Haiti, Lo Porto in Pakistan ha lavorato per la
ricostruzione di aree alluvionate. Rapito il 19 gennaio 2012 a
Multan, nel Punjab, insieme al collega tedesco Bernd
Muehlenbeck. Di quest’ultimo per Natale dello scorso anno fu
rilasciato un breve appello in video. Di Lo Porto nulla.

 

http://www.cininet.org/2013/06/appello-delle-ong-al-ministro-bonino-per-la-liberazione-di-giovanni-lo-porto/#more-4035

http://www.theguardian.com/world/2013/dec/26/giovanni-lo-porto-friends-launch-petition-abduction-pakistan

http://www.change.org/it/petizioni/non-lasciamolo-solo-vogliamogiovannilibero

 

 

 Lo-Porto

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