La “End Zone” di Don DeLillo: un atto di sfiducia verso il linguaggio

In un mondo dove l’immagine è praticamente tutto, quindi la comunicazione, e in primo luogo la comunicazione di sé, o meglio ancora la “costruzione” di ciò che di noi vogliamo che appaia agli occhi degli altri, e non solo di noi ma anche degli eventi che ci riguardano, direttamente o meno; in un mondo dove perfino i telegiornali sono confezionati come reality show, dove la narrazione di un fatto deve essere soprattutto “avvincente”, spesso con buona pace della verità, uno scrittore può agire in due modi: immergervisi dentro anzitutto, come fanno in molti, la stragrande maggioranza si può dire con un certo grado di precisione, e rimescolare gli stessi ingredienti della finzione oramai generalizzata per creare emozioni, suggestioni diverse, magari un tantino più profonde rispetto a quelle altamente volatili della realtà prevalente, menzogne che non nascondono insomma di essere menzogne, pur se non scardinano lo schema della rappresentazione corrente: i personaggi, il loro aspetto, i loro abiti, i profumi, gli usi, gli ambienti, gli oggetti che li circondano, riconoscibili come in spot pubblicitari (magari sbilenchi, a volte, ma tali), al limite con qualche spruzzo di evasione fantastica, ma non più di tanto perché una quota troppo massiccia di invenzione può pregiudicare l’impulso all’identificazione da parte del lettore. E un po’ di intimismo poi, che non guasta, vestito magari da introspezione psicologica. Basti pensare al giapponese Murakami Haruki, tanto per fare un nome fra quelli più di moda negli ultimi anni. O all’americano David Foster Wallace (morto suicida nel 2008, a 46 anni), un vero e proprio talento linguistico capace di imbastire complesse strutture di discorso basate letteralmente sul nulla e che nulla intendono esprimere, se non citare e rivoltare e rimescolare tutto ciò che questo mondo propina a ciascuno di noi con l’intento di sbattercelo in faccia e così liberarsene, benché rimanendovi immerso (meglio ancora, irretito) fino all’autoannientamento.

E’ il romanzo postmoderno che accetta di muoversi nell’eterno presente incarnato dalla realtà di oggi, che vi resta intrappolato limitandosi a esplorarne i luoghi, fisici e figurati, facendo di sé una specie di social network narrato dove in fin dei conti è il personaggio-autore (disseminato in varie sfaccettature nei suoi protagonisti, oltre che rispecchiantesi deliberatamente nel lettore) a prendere il sopravvento persino sulla storia, sulle stesse vicende raccontate.

Ma c’è un’altra forma di postmodernismo, praticata in verità da non troppi scrittori (ma forse sono davvero pochi), che invece costruisce finzioni, o finzioni di finzioni, per stanare le menzogne della storia e della cronaca, per mettere a nudo cioè i meccanismi della rappresentazione, così come dell’autorappresentazione, che i poteri (i potenti, ma anche coloro che vorrebbero oppure si illudono di poterlo essere) mettono in atto allo scopo di legittimare il (loro) sistema. Si tratta di una forma di narrazione mai facile, mai scontata, meno che mai “commerciale” secondo i canoni odierni che rifiuta in sintesi di lasciarsi ingabbiare nel “qui e ora” e al contrario indaga nei gangli del tempo (mai lineare però, attenzione) facendo convergere sull’oggi sia frammenti di passato sia schizzi di futuro o anche di possibile, costruendo in questa maniera originali nodi spaziotemporali, appunto, che mettono in evidenza modalità d’azione diverse, causalità e casualità diverse, clinamen diversi rispetto a quelli accreditati dai poteri (dai padroni dell’informazione) per interpretare il mondo che li (che ci) circonda con maggiore (o più attendibile) credibilità.

E’ il romanzo postmoderno “del tempo” (mentre il precedente si può definire “del luogo”, con l’avvertenza però che si tratta di una classificazione del tutto personale, non contemplata e meno che mai accreditata dall’accademia e/o dalla critica “ufficiale”), che vede tra i suoi interpreti principali due grandi autori come gli statunitensi Thomas Pynchon e Don DeLillo (ma ce ne sono pure altri in varie parti del mondo, per fortuna; questo blog ha trattato già diverse volte di entrambi e delle loro, ma non solo, modalità espressive*). Autori ai quali non basta pensare, come attestato da John Barth attraverso le tesi di Jorge Luis Borges, che “tutto è stato scritto, tutto inventato, tutto teorizzato”, che quindi si può solo “riscrivere”, citare, rielaborare, al più parodizzare (anche se Pynchon questo lo fa: per lui però si tratta soltanto di un mezzo, non certo di uno scopo; e lo stesso vale, anche se un po’ meno, per DeLillo). Piuttosto seguono la lezione di William Gaddis, il pochissimo letto ma fondamentale scrittore, anch’egli americano, che fin dagli anni ’50 del secolo scorso teorizzò lo smascheramento delle falsificazioni del mondo tramite la falsificazione, delle menzogne tramite ulteriori menzogne, della contraffazione con la contraffazione. Insinuando così dubbi invece che ispirando suggestioni, provocando catene di pensiero invece di emozioni, atti di sfiducia al posto della fascinazione o della tendenza a identificarsi nelle storie e/o nei personaggi.

DeLillo ad esempio (in attesa del prossimo romanzo di Pynchon) per articolare il suo particolare universo narrativo ha dovuto compiere preliminarmente alcuni atti di sfiducia. Per comporre cioè la sua umanità dove lo spaziotempo dell’individuo è sfasato rispetto allo spaziotempo di ogni altro essere, così come della realtà data: l’economia, la finanza, il potere nelle sue varie forme, la cultura, la socialità, il credo politico, religioso, filosofico, scientifico. Con una prosa che incede lenta alla stregua di uno schiacciasassi, i magnifici dialoghi dove sembra che ognuno parli per conto proprio ma soprattutto a se stesso, un’ironia sottile, quasi sotterranea (negli anni Settanta, soprattutto, poi sempre meno presente) che a tratti ha gli stessi contorni della depressione.

Il primo atto di sfiducia ha coinciso con il romanzo d’esordio, “Americana” (1971), dove è sottratta credibilità alle immagini prodotte dalla società delle comunicazioni, quindi per molti aspetti anche dalle arti visive. In “Great Jones Street” (1973) il bersaglio è invece l’immagine di sé prodotta ed esibita da un personaggio pubblico ma non solo: pure da un qualsiasi abitante del mondo che di se stesso allestisce (e accade sempre, nell’esistenza quotidiana) un aspetto esteriore, un carattere, una storia personale. Mentre ne “La stella di Ratner” (1976) vengono messi in discussione la scienza-tecnologia, i suoi metodi d’indagine e, in sostanza, i criteri stessi della conoscenza. Nel mezzo c’è un vero e proprio atto di sfiducia nei confronti del linguaggio, “End Zone” (1972), tradotto recentemente in italiano (meglio tardi che mai) da Einaudi per la cura di Federica Aceto.

La “end zone”, per chi ne è digiuno (come me, del resto), è l’area del campo da football americano (o canadese) dove bisogna depositare la palla (ovale) per realizzare il “touchdown”, ossia la meta. Il protagonista del romanzo è uno studente universitario insofferente a ogni disciplina e che per questo si iscrive a un college situato in mezzo a un deserto, “nella periferia della periferia del nulla”, dove gioca nella squadra di football che è organizzata come una specie di piccolo esercito (in questa università studiano anche allievi ufficiali dell’aeronautica militare, fra l’altro), con le sue gerarchie perciò, una disciplina pressoché ferrea, soprattutto un complesso linguaggio che ha a che fare con gli schemi di gioco però allo stesso tempo è come se regolasse l’intera vita del team, cosa che accade del resto in ogni microcosmo sociale. E dal linguaggio il giovane protagonista si sente ossessionato: colleziona nella sua mente parole e intere frasi, infatti. Anche se è attratto pure dal suo contrario: la morte, la dissoluzione, i massacri, gli olocausti: il silenzio. Così trangugia letteralmente libri e studi sulle strategie militari, gli ordigni nucleari, le catastrofi, le epidemie, i cataclismi bellici. Perché? Perché “le parole hanno la capacità di sottrarsi al loro significato”. Mentono, insomma.

Le parole del potere, dell’ordinamento sociale dominante da un lato rassicurano l’individuo circa la sua appartenenza a un agglomerato qualsiasi; a un “branco”, si potrebbe affermare: “Quelle parole erano antiche e vere, erano rassicuranti, davano conforto e consolazione. Gli uomini si mantengono fedeli fino alla tomba a parole come quelle perché altri uomini prima di loro hanno fatto lo stesso”. Ecco perché, allora, “ogni schema deve avere un nome. E’ importante dare un nome agli schemi. Tutte le squadre eseguono gli stessi schemi. Ma ogni squadra ha il suo personalissimo campionario di nomi. Gli allenatori fanno le ore piccole per inventarseli. Scaldano e riscaldano il caffè su un vecchio fornelletto. Nessuno schema può avere inizio se non viene annunciato un nome”. Così un incontro di football nel romanzo del grande autore americano, sebbene infarcito di un’abbondante e astrusa terminologia tecnica, si trasforma in uno scontro epico fra supereroi da fumetto ma anche fra nazioni, civiltà, mentalità, modi di vivere e di essere. Quasi come quello delle Termopili fra gli spartani e l’armata persiana. Violenza, cattiveria, spietatezza, sangue, carneficine. Il tutto guidato da parole, regole, leggi, schemi. Linguaggi diversi e contrapposti che, dall’altro lato, “non spiegano, non chiariscono, non esprimono. Sono analgesici”. Per la coscienza, per l’essere. Confuso nella falange, in altri termini, l’individuo perde la sua volontà, la capacità di scegliere, di pensare, di immaginare. A meno che non vi si sottragga con un atto intenzionale. E allora, se è vero che “una nazione non è mai più ridicola delle sue manifestazioni patriottiche”, è pur vero che “la storia va controbilanciata con la fantascienza. E’ l’unico modo per rimanere sani di mente”. La fantascienza, finzione fra le più radicali. Ossia una delle forme di falsificazione che con maggiore efficacia riesce a smascherare le falsificazioni operate da chi comanda (Philip K. Dick docet, ma non soltanto lui).

La “End Zone” di Don DeLillo, osservata da questo punto di vista, non è perciò un mero deserto dell’esistenza, il luogo in cui ogni cosa finisce (come l’azione di gioco, come l’esistenza stessa), dove la realtà perde l’entropia, la sua vitalità (e in ciò si intuiscono premesse alle opere successive, da “I nomi”, passando per “Rumore bianco”, “Cosmopolis”, “Body art”, “Underworld”, diverse altre, fino a “Punto Omega”): è anche un’area di confine tra il linguaggio e la sua assenza. Una specie di “terra di nessuno”. Al di qua di questo limite la pronuncia di parole che trasformano la vita “in un continuo consumare, consumo, consumazione. Maglioni con stelle viola, ciondoli antichi, girocolli con perline, noci biologiche, oroscopi, film di fantascienza, saponi trasparenti da quattro dollari, grosse auto inglesi, ville messicane, ecologia, cartine rosa per sigarette, brownie, alghe marine come contorno alla braciola di maiale, tagliatelle di soia, dacron, rayon, orlon, fortrel poliestere, elastam, cuoio, vinile, pelle scamosciata, velluto, velour, tela”; cosicché “fagocitavo tutto finendo solo per seppellire la mia realtà e la mia indipendenza”. Come ascoltando una radio, medium che si fonda solo sul linguaggio, “luogo dove si riciclano le parole”. Ma che è pure “il luogo dove si bruciano villaggi. E’ la mia Indocina” (con riferimento alla guerra in Vietnam e alla relativa informazione di quegli anni).

Dall’altra parte del confine invece, dove domina il vuoto di linguaggio, ci sono “forme statiche di bellezza”: pure essenze che non possono essere pronunciate ma soltanto percepite con l’intuizione, afferrate con la mente, provate sul corpo. Allora “mi piace misurare e tagliare le cose e poi lasciarle come sono. Mi piace creare gradazioni di silenzio (…) Quando cambio qualcosa, anche solo di poco, in realtà cambio tutto”. E “ogni tanto c’è un sussurro. C’è un ruggito sommesso. C’è una specie di grezza cantilena animalesca”. Per questo “la radio ha la sua importanza”. E’ proprio come se segnasse il limite, è il mezzo che condiziona e insieme finisce per rintanarsi in una condizione aliena, in una realtà priva di consistenza, remota, simulata, artefatta: “Quel tipo di silenzio che segue l’ascolto della radio non è mai uguale al silenzio che c’era prima. Uso la radio in modi diversi. Diventa quasi un esercizio spirituale. Silenzio, parole, silenzio, silenzio, silenzio”.

Immergersi nel linguaggio quindi e allo stesso tempo prenderne le distanze. Acquistare padronanza delle parole, di ogni parola, comprenderle, maneggiarle, manipolarle, torcerle, deformarle, perfino ridicolizzarle, per imparare a non fidarsene. Trattarle con le molle, in pratica, acquisendo in questa maniera piena coscienza del silenzio delle cose da esse nominate, della loro inesprimibile sostanza ed essenza, inesprimibile sebbene evidente, presente, solida, reale fino al dolore, all’inquietudine, al panico, e al contempo evocativa della fine di ognuno, di tutto: “Qualcosa di schiacciante, un gesto terminale, nullità nel vero senso della parola, merda (…) l’infinita ingannevolezza della merda, ovunque questo sussurro di inesistenza”.

La parola e la cosa pronunciata, prese assieme, conducono al dubbio preliminare e definitivo, all’equazione irrisolvibile: l’individuo e il mondo (quello sviluppato, in particolare) che procedono sfalsati, sfasati l’uno rispetto all’altro, mai sincronizzati. E così “la febbre alta scavò un canale sottile e dritto da una parte all’altra del mio cervello”. E’ la reazione del corpo alla verità di ciò che di non detto percepisce su di sé, la reazione della mente alle forme possibili di stimolo esterno: linguaggio, comunicazione, informazione, condizionamento, persuasione. Il solco profondo, in definitiva, che si scava dentro ciascuno di noi al cospetto della realtà che ci è data. O concessa. O imposta.

 

 

* Ecco alcuni dei numerosi testi che in questo blog si sono occupati nel tempo di Don DeLillo, di Thomas Pynchon, del pensiero, delle arti e della narrativa nella postmodernità:

https://mimmogerratana.wordpress.com/2010/04/09/lambiguita-del-mito-e-lurlo-del-silenzio/

https://mimmogerratana.wordpress.com/2010/05/07/post/

https://mimmogerratana.wordpress.com/2010/05/08/post-scriptum/

https://mimmogerratana.wordpress.com/2010/05/20/londra-madre-e-matrigna/

https://mimmogerratana.wordpress.com/2010/05/31/unaltra-america-da-unaltra-parte-kurt-vonnegut/

https://mimmogerratana.wordpress.com/2010/06/20/stanislaw-lem-lastronave-il-manicomio-e-la-camera-mortuaria/

https://mimmogerratana.wordpress.com/2010/07/08/arto-paasilinna-e-la-terza-via-del-romanzo/

https://mimmogerratana.wordpress.com/2010/07/21/margaret-atwood-senza-aggettivi/

https://mimmogerratana.wordpress.com/2010/08/09/don-delillo-parole-prima-della-fine/

https://mimmogerratana.wordpress.com/2010/12/29/lo-smascheramento-il-disagio-il-sole-che-sorge-gia-tramontato-da-haruki-murakami-a-natsuo-kirino/

https://mimmogerratana.wordpress.com/2011/04/08/le-utili-menzogne-di-paasilinna-e-pynchon/

https://mimmogerratana.wordpress.com/2011/04/22/la-storia-di-un-matrimonio-la-storia-del-mondo/

https://mimmogerratana.wordpress.com/2011/06/07/don-delillo-e-il-teorema-di-pitagora/

https://mimmogerratana.wordpress.com/2011/08/19/le-mestruazioni-il-sesso-libero-e-i-massacri-in-siria/

https://mimmogerratana.wordpress.com/2012/06/22/una-specie-di-giallo-lidentita-e-lo-sguardo-altrui-nellultimo-romanzo-di-bj%D3%A7rn-larsson/

https://mimmogerratana.wordpress.com/2013/03/27/langelo-esmeralda-dal-bronx-di-new-york-al-capo-di-palermo/

https://mimmogerratana.wordpress.com/2013/08/26/corpi-fluidi-e-differenze-esclusive-da-theodore-sturgeon-a-judith-butler/

https://mimmogerratana.wordpress.com/2013/11/05/corpi-replicati-identita-sparse-disseminate-verita/

https://mimmogerratana.wordpress.com/2013/04/10/decostruzione-e-ricostruzione-del-mito-la-postmodernita-vissuta-sofferta-scritta-mostrata/

https://mimmogerratana.wordpress.com/2013/08/05/tracey-emin-il-corpo-dellartista-nella-postmodernita-al-tempo-di-internet/

https://mimmogerratana.wordpress.com/2014/01/29/segreti-identita-immagine-tempo-lassassinio-di-jfk-visto-da-don-delillo/

https://mimmogerratana.wordpress.com/2014/07/05/masturbarsi-ma-non-solo-con-un-romanzo-di-don-delillo/

 

 

Parole scritte sul corpo a sostituire gli indumenti. Il corpo messo a nudo, esposto al pudore proprio e degli altri, alla curiosità dissimulata ma soprattutto all’ostentata indifferenza della gente. Le parole non possono coprire il corpo, non sanno sostituire le cose: le pronunciano e basta. E il corpo resta nudo, nonostante le parole, al cospetto del mondo. Muto anche perché quasi nessuno guarda, nessuno si fa domande, nessuno chiede. Se fosse apparso su internet sarebbe stato invece osservato da tanti, scrutato da tanti, interrogato da tanti, protetti dall’anonimato dietro lo schermo, nascosti dietro il muro di parole delle identità nascoste o artefatte. Di presenza al contrario è ben diverso. Nessuno si espone, nessuno si prende la briga di notare lo iato fra il corpo denudato e le parole, fra quanto esiste e quanto invece si dice: la nudità del corpo di fronte alla nudità dell’anima, al vuoto del pensiero che oggi impera. Alla paura di mettersi in discussione. Alle parole dell’artista in ogni caso, come c’è da aspettarsi, non viene dato alcun credito: il corpo è nudo e basta, le parole non possono vestirlo, meno che mai descriverlo. Le parole, come scrive Don DeLillo, dovrebbero essere prese con le molle. Ma ciò non accade con le parole del potere, delle quali in molti tendono invece a fidarsi pressoché a scatola chiusa.

E’ la provocazione della performance dal titolo “The script system”, allestita nel 2013 da Milo Moiré, artista svizzera di origine slovacca e spagnola che nuda e con il corpo ricoperto di parole (i nomi degli indumenti che avrebbero dovuto esserci e non c’erano) si è presentata su strade e mezzi di trasporto pubblico ma, come lei stessa afferma, senza riuscire “a stravolgere il copione della gente”: nessuno ha mostrato infatti di afferrare il contrasto acuto che si articolava fra il dire e l’essere, fra il pronunciare e il fare, tra l’apparenza e la sostanza. Una performance che appare perciò come un più che logico corollario visivo per un testo dedicato a DeLillo e al suo atto di sfiducia verso le parole.

 

 

Le immagini sono tratte da diversi siti dedicati all’arte contemporanea. Per conoscere Milo Moiré e  il suo lavoro:

http://it.wikipedia.org/wiki/Milo_Moir%C3%A9

http://www.milomoire.com/?page_id=1559

http://dionisopunk.com/2014/05/07/a-naked-mind/

 

 

 

Milo Moiré, da The Script System,  Düsseldorf, 2013

Milo Moiré, da The Script System, Düsseldorf, 2013

Milo Moiré, da The Script System,  Düsseldorf, 2013

Milo Moiré, da The Script System, Düsseldorf, 2013

Milo Moiré, da The Script System,  Düsseldorf, 2013

Milo Moiré, da The Script System, Düsseldorf, 2013

Milo Moiré, da The Script System,  Basilea, 2014

Milo Moiré, da The Script System, Basilea, 2014

Milo Moiré, da The Script System, Basilea, 2014

Milo Moiré, da The Script System, Basilea, 2014

Milo Moiré, da The Script System,  Basilea, 2014

Milo Moiré, da The Script System, Basilea, 2014

Milo Moiré, da The Script System,  Basilea, 2014

Milo Moiré, da The Script System, Basilea, 2014

Milo Moiré, da The Script System,  Basilea, 2014

Milo Moiré, da The Script System, Basilea, 2014

Milo Moiré, da The Script System,  Basilea, 2014

Milo Moiré, da The Script System, Basilea, 2014

Milo Moiré, The Script System

Milo Moiré, The Script System

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