Postilla gaargh

Il gaargh è nato negli ultimi tempi, è vero, ma la sua origine si può fare risalire in realtà a qualche anno addietro. Un testo già pubblicato qui, prima sotto il titolo “Il principio di tutte le cose”, quindi come “La fine e il principio di tutte le cose”, ne presentava già spunti e presupposti: me ne sono accorto rileggendolo. Bastava perciò sviluppare e portare a compimento ciò che vi era solo accennato o descritto per linee molto generali. E così ho fatto, trasformando quel testo in una postilla filosofica ai componimenti adesso raccolti in “Poetiko gaargh”. Scusandomi in partenza, voglio sottolineare, per la lunghezza forse eccessiva di questa elucubrazione. Ma si sa, spesso il pensiero non rispetta i limiti di spazio-tempo che si cerca di attribuirli o di imporgli.
Come i precedenti, ricordo infine a chi ne fosse interessato, il volumetto può essere scaricato gratis in formato Pdf alla pagina “I miei ebook gratuiti: romanzi, racconti, poesie”.

 

Fondamenti onto-logici ed eco-logici del gaargh

La fine e il principio di tutte le cose

 

Se lo chiede lavando le stoviglie della colazione. Chissà perché, l’autore gaargh (o chi si crede tale) si pone interrogativi del genere sempre in momenti come questo. Dopo pranzo, dopo cena, anche. O mentre pulisce i fagiolini, le verdure, mette sul fuoco l’acqua per la pasta. Oppure sta seduto sul water. La questione è: come mai i filosofi non si domandano più quale sia il fondamento ultimo del mondo, il principio originario, la sostanza che stabilisce un criterio di verità per tutte le cose. Un interrogativo cruciale, per lui: la lingua, pensa (non solo scritta, parlata, ma tutto quanto attiene alla sfera logico-estetica), ha bisogno di una solida base concettuale, è troppo fluida, le parole, i segni hanno troppi significati, sono manipolabili, per questo vengono utilizzati più allo scopo di sedurre, emozionare, stupire, abbindolare, ingannare, convincere, prevalere, dominare che di esprimersi, comunicare, dialogare. La lingua è eccessivamente volatile, ritiene: necessita di qualcosa che funga da base per il suo concetto di corrispondenza fra le parole e le cose, oppure le persone. Magari un principio mutabile, certo. Non stabilito una volta per tutte, d’accordo. Perfettibile, e sarebbe davvero il massimo. Ma non pretende tanto. Anche variabile sarebbe già qualcosa. Perfino uno che tendesse a regredire, a esaurirsi. A morire. Forse per rinascere sotto altre forme, o forse no.

Però è da oltre due secoli ormai, medita appena entrato nella stanza da bagno, che i pensatori non avvertono l’esigenza di stabilire, di scoprire un fondamento per la realtà. E con essa per i linguaggi. Dai tempi pressappoco in cui Kant sentenziò che la sostanza è noùmeno. Davvero un bel pezzo, considera. Ma poi esce dal cesso e non ci pensa più.

L’interrogativo torna a balenargli nella mente poco dopo, mentre percorre a piedi le strade della città. Un grande agglomerato urbano, il suo. E’ convinto che in campagna o comunque fuori dei centri abitati ciò non accadrebbe, che cioè non sentirebbe questa acuta esigenza di dare risposta al suo quesito sostanziale. Non con questa urgenza, almeno. In un bosco o in un campo, pensa, il suo impellente bisogno di certezze finirebbe probabilmente per lasciarsi accantonare in un angolo minuscolo della coscienza. Fra palazzi, incroci, semafori, segnali stradali, pietra, cemento, metallo, asfalto, rumori, fumo di scarichi, indifferenza generalizzata, spesso violenza, prevaricazione, la domanda è invece come se gli serpeggiasse fisicamente tra le membra, costringendolo a procedere a oltranza, a camminare senza una meta precisa e tuttavia con l’intima consapevolezza di dovere comunque raggiungere qualcosa, un luogo oppure uno stato di fatto. Un punto fermo, per farla breve.

Forse è perché sotto i piedi gli sembra di avvertire lo scorrere dell’acqua, dei liquami, del gas metano nelle tubature sotterranee, la vibrazione della corrente elettrica e dei flussi telematici nei cavi dentro i tombini. Particelle e particelle che si muovono incessantemente, proprio come lui. E sui fili del telefono tesi fra i pali, che si arrampicano lungo le pareti dei palazzi, gli pare inoltre di intravedere, di distinguere chiaramente scie ininterrotte di parole, di dati, di immagini, bit, byte che corrono a invadere apparecchi di tutte le specie, soprattutto computer ma anche tablet, smartphone e quant’altro, mentre sui tetti campeggiano antenne digitali, parabole, ripetitori che alimentano le conversazioni a senso unico di radio e televisori oppure quelle a doppio senso dei cellulari. Non soltanto frasi pronunciate a voce, ma anche scritte in un linguaggio che pare criptato, una sorta di codice dei social media che tutti dovrebbero conoscere, osserva fra sé, per avere riconosciuto uno status o magari solo per sentirsi al passo con i tempi, ma che lui in persona non riesce ad accettare. Il linguaggio è una cosa seria, ritiene. Le parole pesano. Le parole vestono la gente. Come del resto ogni tipo di segno, dalle canzoni preferite al vestiario, per esempio.

Il principio di ogni cosa deve essere intrappolato in questo intrecciarsi di particelle eccitate da cariche elettriche che si muovono senza sosta, lo sa, ne è certo mentre al contempo si chiede come mai i filosofi non si siano addentrati abbastanza in profondità nelle metropoli moderne – anzi, in realtà postmoderne – per cercare di scovarlo anche ora. I non luoghi: è di moda chiamarli così da qualche decennio, ormai. Simili a enormi centri commerciali aperti ventiquattro ore su ventiquattro. Concentrazioni di flusso perenne, di spostamento continuo che genera energia, luce, calore, freddo, sicurezza, potenza. Sì, potenza. E la debolezza degli sconfitti, degli emarginati, dei diversi, dei non integrati. Macchine di moto perpetuo che stabiliscono status sociali ed esistenziali.

Ciò nonostante, mentre arriva a questa conclusione, proprio nello stesso momento si accorge che le città possiedono anche punti di frattura, tracce di acuta discontinuità. Ci sono luoghi nei quali il moto pare arrestarsi d’improvviso, come aveva notato Walter Benjamin, e dopo un solo attimo di vuoto, che sembra però infinito, riprendere bruscamente in direzioni inusitate. Imprevedibili, il più delle volte. Si tratta di stradine molto strette in generale, di vicoli, di attraversamenti lunghi pochi metri. Sono i cosiddetti “passaggi”. Gli sembra di vederne uno proprio sul suo cammino. Spesso e volentieri architettonicamente anacronistici, a volte coperti da arcate, è come se questi varchi concentrassero in se stessi grumi di storia irrisolti, accumuli caotici di eventi e di civiltà che si sovrappongono, cuspidi nelle quali passato, presente e futuro si mescolano confondendo le proprie caratteristiche, le proprie unità di misura, per dare origine a una sospensione del flusso temporale. Ma non a un suo arresto: a una semplice sosta, invece. Breve, in generale. A una sorta di pausa di riflessione per sé e per il mondo.

Il principio ultimo di tutte le cose, si dice allora, deve avere a che fare non già con le particelle chimiche o elettromagnetiche in sé e per sé, bensì con il loro movimento, ancorché discontinuo. Soprattutto discontinuo. Con il loro procedere per quanti di energia. Detto altrimenti: la sostanza fondante del mondo deve avere a che fare con il tempo. Con il suo scorrere incessante e insieme perennemente interrotto. Con le larghe e rettilinee strade delle metropoli che sprizzano vigore cinetico da ogni poro ma insieme con quegli stretti passaggi che spezzano il flusso degli attimi, estenuandoli, svuotandoli in istantanee quanto improvvise cadute di velocità, fino ad azzerarla in certi istanti: è così ogni volta che un passaggio si apre come una ferita nel panorama urbano. Il principio che sta cercando deve essere connesso alla sospensione del tempo, pensa quindi. Forse c’è proprio questa discontinuità all’origine del mondo – come una sorta di Big Bang, aggiunge, o un grande ammasso di piccole e impercettibili esplosioni; impercettibili se prese a una a una, beninteso – e pure di ogni sua trasformazione, serena o traumatica che sia.

La maggior parte dei cambiamenti d’altro canto si presenta proprio come se il cammino subisse brusche interruzioni: fermarsi anche solo per un attimo a sbirciare dentro un passaggio è simile al velocissimo bilancio delle proprie esperienze che si fa – dicono – in punto di morte o nei momenti di crisi acuta. Allo stesso modo, suppone l’autore gaargh (o chi si crede tale), potrebbe benissimo capitare a chiunque di voltarsi all’improvviso indietro e di vedere la storia scorrere nei propri occhi e nel panorama tutto intorno in fotogrammi istantanei: guerre, tirannie, morte, torture, dominazioni, ruberie, miseria, schiavitù, rivoluzioni fallite o tradite, alluvioni, cataclismi e chi più ne ha più ne metta. Perché sono gli eventi negativi, soprattutto, a imprimersi nella memoria. Gli istanti felici sfuggono facilmente.

Ci si ritrova a pensare allora – lui si ritrova a pensare – che il principio vero di tutte le cose potrebbe pure essere questo addensarsi di storia personale e collettiva, potrebbe risultare connesso ai traumi, tanti, che tutti ci portiamo sulle spalle come un fardello nel nostro continuo procedere, e tuttavia anche come un segno distintivo di identità. Il mondo è ciò che è stato fatto o ciò che è stato subito da ognuno. E perciò, poiché ogni volta possiamo sospendere il tempo soltanto per un singolo attimo, finisce che dobbiamo riprendere il cammino ma in una posizione decisamente scomoda: i piedi e il corpo rivolti in avanti, verso quella meta che sappiamo esistere ma non conosciamo, la testa invece protesa all’indietro, a cogliere le ultime possibili scintille degli eventi trascorsi ma non archiviati; e l’espressione del viso sconvolta dagli orrori del passato collettivo e dei propri personali fallimenti. Benjamin, ancora, con la sua passione quasi ossessiva per l’Angelus Novus di Paul Klee. Qui l’autore gaargh (o chi si crede tale) sprofonda per un istante in una condizione di… non sa come definirla meglio, panico perplesso. Ma dura soltanto un infinitesimo di secondo, per fortuna. In un modo o nell’altro sente di potere riprendere subito il tragitto. Anche se non sa verso dove.

Un principio dinamico quindi, dice a se stesso mentre riacquista un minimo di lucidità e imbocca un largo viale nel quale cemento e alberi si dividono equamente lo spazio disponibile. Un principio però che rischia di rimanere privo di realtà sostanziale. Di materia, in una parola. E gli torna alla mente la grande controversia del pensiero classico, quella tra i filosofi presocratici che cercavano l’origine del mondo nell’acqua, nell’aria, nella terra, nel fuoco – o nel tutto, se si preferisce – e i sofisti secondo i quali l’uomo è misura di tutte le cose, e perciò soltanto nell’esperienza, ossia nel tempo, si può trovare l’unico criterio plausibile di realtà per ogni oggetto o evento. E in parallelo il contrasto fra la materia visibile, concreta e insieme mentale, solida e però immota, l’essere infinito come lo intendeva Parmenide, e dall’altro lato il movimento continuo, il “tutto scorre” di Eraclito, altrettanto percepibile ma allo stesso tempo sfuggente, astratto, in realtà solo intuibile, poeticamente afferrabile, nella sua reale essenza. Pensa questo mentre alza gli occhi verso il cielo che incombe plumbeo sopra di lui: grigio di nuvole dense, pressoché palpabili, e di smog che invece evapora in eleganti ed effimeri merletti di fumo dagli scarichi delle auto.

Più avanti poi, sulla strada ma pure attraverso i secoli, gli scorre nella mente la contrapposizione tra razionalisti ed empiristi, fra la sostanza e il fenomeno, fra lo spazio e il tempo, appunto. Il tempo che è trascorso veloce, gli sembra, in questo suo cammino lungo quasi un intero giorno: non se n’era accorto ma la luce sta ormai scemando a vista d’occhio. E nell’ombra forse le cose si riescono a valutare meglio, i pregiudizi si attenuano. O almeno, così gli sembra. In realtà l’autore gaargh (o chi si crede tale) non è mai riuscito a far prevalere del tutto dentro di sé una teoria oppure un’altra: tutti i pensatori hanno avuto le loro ragioni, pensa, da Socrate a Platone ad Aristotele, a Epicuro; poi dagli scolastici ai neoplatonici, da Giordano Bruno e il suo “multimondo” al Cartesio del dualismo nel pensiero autocosciente, la res cogitans e la rex extensa; allo Spinoza della moltitudine mistico-materialista, allo Hume radicalmente scettico, al Leibniz con il “migliore dei mondi possibili”; e ancora, dagli illuministi e gli utilitaristi al Kant rigoroso criticista, dagli idealisti romantici a Hegel e al suo pensiero dialettico, dal Marx della soverchiante struttura economico-politica a Nietzsche con la dichiarata morte della metafisica, dai positivisti, i bergsoniani, i pragmatisti alla drastica svolta logico-linguistica di Wittgenstein; fino ai neopositivisti logici, agli epistemologi, agli storicisti, ai fenomenologi, agli esistenzialisti, agli ermeneutici, alla scuola di Francoforte, alla kulturkritik, ai teorici della comunicazione, agli strutturalisti; e più avanti ai post-strutturalisti, a Gilles Deleuze, ai decostruzionisti, ai fautori del “pensiero debole”, ai neostoricisti, agli studiosi delle culture, pure locali, dei generi e al di là dei generi. E ancora oltre, ai pensatori di oggi, più specializzati che sistematici. Ognuno in fondo ha dato e dà tuttora il proprio rispettabile contributo alla conoscenza, non può negarlo. Così rischia però di perdere davvero la strada.

Fra poco sarà sera infatti e non sa più dove è finito. Si ferma un attimo perciò, voltandosi ancora una volta indietro come a cercare di valutare meglio il tragitto fin lì compiuto, la porzione di città percorsa sino a quel momento. E capisce all’improvviso che proprio questo gesto potrebbe mettere d’accordo i filosofi di ogni epoca: voltarsi indietro e contemplare lo spazio, cioè la materia, nella momentanea sospensione del tempo, in un attimo di pausa dell’energia che comunque non smette di scorrere. Il principio di ogni cosa deve stare proprio lì, in una sostanza che si evolve di continuo spingendosi perennemente avanti per tornare sempre però, dopo periodi più o meno lunghi di stasi, alla sua forma originaria. O a una simile, quantomeno. Un principio di realtà insomma che procede avanti guardandosi sempre alle spalle. Una sostanza immersa nel tempo. Sì, non ha alcuna difficoltà a riconoscerlo: in fondo, davvero, ogni pensatore o pensatrice ha avuto e ha la sua parte di ragione.

Deve essere una sorta di movimento circolare o ciclico, magari meglio caotico, reticolare oppure rizomatico, dice a se stesso mentre nel buio le prime gocce di pioggia tentano di ripulire l’aria. Uno spazio immerso in un tempo punteggiato di pause, vuote o meno. Il principio di tutte le cose deve essere, in altre parole, una sostanza che accoglie dentro di sé acqua, aria, terra, fuoco, sangue in un inestricabile groviglio di concentrazione materica, di attrazione e repulsione elettrica, magnetica, fisica, chimica, di eros primordiale, di amore originario si potrebbe definirlo, capace di decomporsi per nutrire la realtà, il pianeta, il tutto sotto forma di humus, di alimento essenziale, conferendo esistenza a ogni essere vivente; e poi, col tempo, espulsa da ogni essere vivente dopo avere riacquistato dentro di lui la propria forma grezza, originaria: acqua, aria, terra e fuoco di nuovo inestricabilmente connessi; ma con in più un residuo di esistenza carpito agli esseri stessi che l’hanno emessa, e che pone la medesima sostanza nuovamente in grado di generare vita, non appena mescolatasi al resto delle cose, di rivitalizzarle permeandole di sé per dare corpo così a ulteriori esistenze. E con queste alle parole, ai numeri, ai segni, alle forme, alle immagini, ai suoni, al gesti, ai movimenti. Ai linguaggi, in pratica. Ogni essere biologico risulta portatore di linguaggio, questo è oramai assodato. Siamo tutti immersi in quella che alcuni filosofi contemporanei hanno definito “noosfera”, ossia la sfera del pensiero, della mente. Anche se la sua origine è puramente fisica.

Quella che cerca deve essere in definitiva una materia concreta, tangibile, benché da intendere come principio teorico, astratto, si dice l’autore gaargh (o colui che si crede tale), convinto a questo punto di trovarsi molto vicino alla meta. Materia che muore continuamente, ossia che si sospende nella decomposizione sotterranea, ma soltanto per rinascere poco dopo, non appena si ricompatta e viene espulsa dall’essere che si è nutrito dei suoi singoli componenti scissi. Per dare inizio ancora una volta al ciclo, quindi, alla propria evoluzione, esaltante o martirizzante in base al punto di vista. Ma di certo generatrice. Un parto, si può mettere anche così. Una sostanza insomma condivisa da tutti gli abitanti, da tutti gli individui del mondo sotto ogni suo diverso aspetto e che proprio per questo può essere intesa come fondamento insieme statico e dinamico, che occupa simultaneamente lo spazio e il tempo, che si sviluppa insieme nello spazio e nel tempo su un percorso lineare e pure circolare e anche reticolare, continuo e nonostante ciò discontinuo. Una sostanza che sta all’origine di ogni processo di attrazione e di repulsione, alla fine: tanto fisico quanto mentale, intuitivo, sentimentale e in misura analoga razionale. Un principio generalissimo, perciò. L’unico plausibile principio primo e insieme ultimo di tutte le cose, la perenne fine che è insieme un perenne inizio. Ne esiste solo una di sostanze simili, annuncia a se stesso, soddisfatto, l’autore gaargh: la merda. Sì, proprio la merda. Con tutti gli annessi e connessi, naturaliter.

La merda è malleabile, senza dubbio. E l’autore gaargh (o chi si crede tale) sa a questo punto che, in base al principio della merda, cercherà di usare in primo luogo parole malleabili, che sappiano mostrare con chiarezza la propria manipolabilità. Parole, particelle, frasi, periodi, numeri, forme, successioni, concatenazioni di segni con diversi significati possibili e numerose tonalità cromatiche contemporaneamente, come solo la merda sa essere sotto quest’ultimo aspetto. Simboli, segni, suoni in grado di variare dallo stato fluido, liquido ovvero gassoso, alla solidità assoluta, fino alla totale secchezza, volendo. Dalla mancanza all’eccesso di odore. Una lingua perennemente in movimento, cioè, capace di rivelare allo stesso tempo tutte le sue verità come tutte le sue menzogne, senza mai nasconderne alcuna, capace di provocare dolore, un dolore simile a quello della costipazione, come pure attimi di intenso sollievo, di godimento, si può anche azzardare. Di orgasmo, gli viene da dire. Una lingua che muore nel momento stesso in cui è pronunciata. Insomma, che si sputtana da sé. E che rinasce però nell’istante in cui viene a contatto con i sensi e con la mente dell’interlocutore: interpretata, reinterpretata, usata, riutilizzata, riciclata in ogni modo possibile; rimandata indietro poi sotto forma di risposta, assenso, negazione, dubbio, interrogativo, silenzio, piacere o disgusto. Tutto possibile. Ogni reazione possibile sotto la specie del reimpiego, dalla rivitalizzazione, di un altro intendere, di un altro modo di vivere e di essere, di un’altra e differente sensibilità. Una lingua ecologica, pensa di potere affermare in definitiva.

Ed ecco che l’autore gaargh (o chi si crede tale) riesce finalmente a capire dove si trova, quale strada ha fatto. Ma pure ad affrancarsi dalla limitatezza nella quale sembra averlo confinato la percezione della città, del grande agglomerato di edifici, strade, cavi, mezzi di trasporto e di locomozione, di voci e di corpi. I corpi sono tanti e però in realtà sussiste un solo corpo: una materia che li unifica tutti. Così le menti, le voci, i segni, di conseguenza. E anche l’agglomerato si fonde adesso in un unico concetto di spazio e di tempo, anzi di spazio-tempo. Ora sì che riesce a vedere tutto. Ci riesce proprio perché il tutto non gli appare più statico, determinato, opprimente. La città costipata è alla fine un luogo che si disfa continuamente del suo linguaggio, dei suoi rifiuti, della sua merda, che la emette per assorbirne, modificarne e produrne altra, alla stessa maniera di una periferia desolata o della campagna, delle montagne, dei mari, del deserto, degli animali che vivono e respirano e quindi per principio vegetano. In permanenza. O, per meglio dire, fino a che l’entropia si mantiene maggiore di zero. Entropia cioè vita, esistenza in vita. Il caos è un soltanto un corollario: rappresenta solo uno degli aspetti dell’esistenza.

Ecco, vegetare sembra all’autore (o a colui che vorrebbe esserlo) la parola esatta. Un linguaggio che vegeta in un un mondo che vegeta (non inerte, attenzione, ancora, ma che ama, che odia, attrae, respinge, respira, si trasforma). Una lingua che muore e che rinasce senza soluzione di continuità. Che nega se stessa, che non crede a se stessa dato che tende a disfarsi e però appunto per questo, perché dalla morte ogni volta rinasce, si rivela del tutto credibile, concreta, sostanziale. Una lingua in grado di parlare senza dire nulla, mentre in realtà sa pronunciare ogni cosa. Ossia, sa dire la vita stessa. Finché ci sono parole ancorate alle cose e agli esseri c’è vita, pensa a questo punto, quasi con sollievo fisico, l’autore gaargh (o chi si crede tale). Così come c’è vita finché si produce merda. Ciò di cui quasi tutti preferiscono non parlare ma che esiste, esiste malgrado il rifiuto. Malgrado sia di per sé un rifiuto, già. Anche se un rifiuto ri-generante: essenziale, innegabile fattore di esistenza.

La merda è gaargh, conclude l’autore tornandosene finalmente a casa. Per avviare il suo ciclo.

 

 

Roger Rossell, Nude Woman in a Sink, Irene, Berlin, 2014, da http://r-milpalabras.tumblr.com/

Roger Rossell, Nude Woman in a Sink, Irene, Berlin, 2014, da http://r-milpalabras.tumblr.com/

Sasha Kargaltsev, Study of Male Nude With Toilet, da http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Nude_toilet.jpg?uselang=it

Sasha Kargaltsev, Study of Male Nude With Toilet, da http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Nude_toilet.jpg?uselang=it

foto presa dal web, modificata ed elaborata

foto presa dal web, modificata ed elaborata

foto presa dal web

foto presa dal web

foto presa dal web

foto presa dal web

foto presa dal web

foto presa dal web

Annie Liebovitz, Julie Worden, Dancer, Mark Morris Dance Group, New York City, 1999, da http://cafephilos.wordpress.com/category/art/visual-arts/photography/page/10/

Annie Liebovitz, Julie Worden, Dancer, Mark Morris Dance Group, New York City, 1999, da http://cafephilos.wordpress.com/category/art/visual-arts/photography/page/10/

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...