Esperimenti di sopravvivenza (un nuovo inizio)

Ricominciamo diversamente. O almeno, questo è l’obiettivo. Dopo alcuni giorni di meditazione, l’idea si è configurata dalla lettura di un romanzo al quale avevo accennato nel testo precedente, “Sul filo del tempo”, pubblicato dall’autrice americana Margie Piercy nel 1976 e tradotto nel 1990 da Andrea Bazzi per le edizioni Elèuthera (reperibile oramai, ahimè, solo fra i remainders). Un libro che parla di emarginazione, oppressione delle donne, discriminazione dei diversi, follia, potere patriarcale, politico, mediatico, psichiatrico, dell’universo concentrazionario dei manicomi (quasi peggio che in “Qualcuno volò sul nido del cuculo” di Ken Kesey o che nella trilogia dello svedese Stieg Larsson) ma non solo: futuri possibili, utopie, distopie, società apparentemente perfette e che in realtà nascondono notevoli potenzialità di repressione, tante quanto la realtà di oggi. Un’opera da leggere, almeno per me, e che contiene brani di ancora strettissima attualità. Come il seguente: “La rabbia dei deboli non scompare mai, professore, casomai fa un po’ di muffa. Una muffa come quella del gorgonzola stagionato nell’oscurità, che lo rende più forte e interessante. I poveri e i deboli muoiono con tutta la loro rabbia intatta e probabilmente quella rabbia continua a crescere nell’oscurità della tomba, come i capelli e le unghie.” O quest’altro: “C’è sempre qualcosa che si può rifiutare a un oppressore, non foss’altro che la propria lealtà. Le proprie idee. La propria collaborazione. Spesso, anche nelle situazioni in cui il divario di forze è enorme, si può trovare una possibilità di reagire (…) molta gente ha trovato il modo di lottare anche senza potere. Ed alla fine anche questo è diventato un potere.”

Frasi che hanno consolidato in me (perché mi balenava in mente già da un po’ di tempo) l’idea di avviare un esperimento. Un esperimento con le parole, naturalmente (accompagnate da immagini, è vero, come prima del resto, ma di natura un po’ diversa dalle precedenti), e che con le parole ha a che fare. Sembra un gioco di parole (ora ci vuole…) ma non lo è. Piuttosto è un tentativo di reagire a un mondo che non mi piace, e che delle parole, appunto, fa uno dei suoi punti di forza principali (tra menzogne, seduzioni, allusioni eccetera eccetera), con una specie di regressione del linguaggio. O meglio, della concatenazione di parole. Meglio ancora, con una sospensione del narrare stesso.

Mi dedicherò insomma a storie solo accennate, delineate appena. Come dei semplici incipit che chi legge dovrebbe (se vuole, è chiaro) completare e arricchire da sé: nome e/o sesso dei personaggi, luogo, tempo, eventi, situazioni… Testi cioè che possano fare dell’autore un semplice suggeritore e del fruitore un vero protagonista, uno “scrittore”, seppure teorico, ribaltando così quelli che sono i ruoli attualmente consolidati: chi ha il potere e chi non ce l’ha, chi possiede informazioni, linguaggi e chi invece li può solo ricevere e/o subire. In questo caso l’autore è, credo, come se lanciasse al suo lettore un interrogativo (non una sfida, attenzione), come se lo interpellasse circa i fatti del mondo e pure della mente, come se gli chiedesse di non godere semplicemente della storia delineata, bensì di (ri)scriverla a sua volta, facendosene protagonista e autore a sua volta. Appropriandosene, in pratica. Un atto di dissociazione dal potere, di resistenza, magari passiva. Ma di resistenza.

Si tratterà, mi rendo conto, di testi che invitano a fermarsi, a pensare. A fronte di un mondo che al contrario costringe a correre, ad arrabattarsi nell’oggi (perché ti ha tolto il domani), a consumare ma non a “oziare”, a elucubrare, a meditare su se stessi, sugli altri, sulla realtà circostante. Oggi pensare è pressappoco un lusso quanto una fatica. Ma è forse l’unica arma che resta in mano a coloro che cercano qualcosa da “rifiutare all’oppressore”, di “lottare anche senza potere”, facendo di questa propria impotenza un potere, anzi un contropotere, ove possibile. O anche solo uno strumento di sopravvivenza, se si preferisce.

Comincerò a pubblicare qui queste “storie incompiute” fra qualche giorno. E stavolta non è detto che tutte insieme finiscano a comporre un volumetto. Può anche darsi di no. Vedremo.

 

 

 

Una scena di "Qualcuno volò sul nido del cuculo", film del 1975 di Milos Forman tratto dal romanzo omonimo di Ken Kesey: il protagonista, interpretato da Jack Nicholson, viene sottoposto a elettroschock nell'ospedale psichiatrico-lager

Una scena di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, film del 1975 di Milos Forman tratto dal romanzo omonimo di Ken Kesey: il protagonista, interpretato da Jack Nicholson, viene sottoposto a elettroschock nell’ospedale psichiatrico-lager

L'Eternauta, fumetto di Héctor G. Oesterheld e Francisco Solano Lopez, http://it.wikipedia.org/wiki/L%27Eternauta; http://it.wikipedia.org/wiki/H%C3%A9ctor_Oesterheld

L’Eternauta, fumetto di Héctor G. Oesterheld e Francisco Solano Lopez, http://it.wikipedia.org/wiki/L%27Eternauta; http://it.wikipedia.org/wiki/H%C3%A9ctor_Oesterheld

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