Incroci fortuiti del dove e del quando (37) – Sulla cresta dell’onda con Thomas Pynchon

Finì di leggere l’ultimo romanzo di Thomas Pynchon, “La cresta dell’onda”, e restò a pensarci su per diversi giorni. Decise che non avrebbe scritto un testo ben circostanziato, motivato, articolato a proposito di questo libro, come invece aveva fatto diverse volte nel passato non solo sulle opere dello stesso autore ma anche su quelle di Don DeLillo e di altri che aveva molto apprezzato e che apprezzava tuttora. Un capolavoro, lo aveva trovato, così come del resto i romanzi precedenti dello scrittore americano. Bello e terribile insieme, e in più con una particolare “urgenza”, non sapeva definirla altrimenti. Forse per via della stretta attualità dei temi: la “bolla speculativa” delle aziende informatiche Usa esplosa nei primi anni Duemila, con società che nascevano e morivano pure in cinque minuti, la caccia perfino spietata ai “programmi sorgente” di sistemi operativi e videogiochi, i legami pericolosi fra Stati Uniti e integralismo islamico, sfuggiti di mano con l’undici settembre, le Torri Gemelle e le guerre successive, gli intrallazzi dei vari servizi segreti (a partire dallo scandalo Iran-contras), accaniti smanettoni di computer, spesso anche bambini, hacker, killer, torturatori, poliziotti arroganti e violenti, mafiosi, spacciatori, palazzinari, giocatori di Borsa, imbroglioni di ogni sorta, illusioni su un mondo diverso cadute per strada come cartacce e trasformate, allo stesso modo della cultura d’altro canto, in occasioni di divertimento, party, serate tirate per le lunghe in pub e locali vari, mattinate nei bar, rumori a tutte le ore, festini erotici, video fatti in casa o meno, filmini porno, televisori accesi in permanenza, traffici di droga, di armi, di dati, tradimenti sessuali e non, truffe di molteplice natura… O magari per lo stile. Anzi, per gli stili: il realistico, il descrittivo, il comico, il grottesco, il satirico, l’introspettivo, il drammatico, il lirico scardinati, destrutturati, rimescolati, piegati, assoggettati alle esigenze della scrittura in un turbine di digressioni dal gusto settecentesco ma insieme moderno, un incrociarsi di vicende su e giù per lo spazio e il tempo, l’una accanto all’altra, l’una dentro l’altra, tutte dentro un’altra ancora, e poi ancora dentro altre, che sradicavano di fatto ogni certezza sulla percezione del mondo posseduta da ciascun individuo. Una caratteristica però, quest’ultima, che accomunava “La cresta dell’onda” ai romanzi precedenti dello stesso Pynchon. O ancora per il variegato e colorato mix di generi: il poliziesco, l’hard boiled, la fantascienza, il cyberpunk, il fantastico ma più che altro fantapolitico, la storia di costume. Un impasto vertiginoso di elementi letterari, di culture e subculture popolari, oltre che dell’attualità, che risultava tanto più credibile perché reso in apparenza improbabile attraverso il tono scanzonato della narrazione, oltre che per la densa miscela di vero, di verosimile e di falso: niente era come si vedeva e non era detto al contrario che risultasse attendibile ciò che non si poteva vedere. Men che meno quanto era soltanto scritto o pronunciato. Raccontava il mondo reale, questo libro, e pure qui come nelle altre opere dell’autore da un punto di vista quasi del tutto imprevedibile per la maggior parte della gente. Ma non per questo meno inquietante, anzi. In primo luogo perché narrava ciò che i media e il potere (anche letterario) non volevano o non erano in grado di rivelare.

Qualunque ne fosse il motivo, in ogni caso, considerava “La cresta dell’onda” un altro capolavoro di Pynchon. Ma non intendeva scriverlo, si limitò a pensarlo. Non aveva voglia di convincere nessuno circa la grandezza di uno scrittore quasi ottantenne, socialmente invisibile, da tempo molto citato, poco comprato e ancora meno letto. Che se lo andassero a leggere e si persuadessero da sé, si disse, tutti coloro che potevano avere per lui qualche interesse. O se no… be’, affari loro. E inoltre provava gelosia ‒ sì, gelosia, doveva ammetterlo ‒ per il godimento intellettuale, mentale, emozionale, persino fisico che aveva provato leggendo il volume. Non aveva alcun desiderio di condividerlo con nessuno: se l’era gustato appieno, l’aveva assaporato in solitudine come un vero e proprio atto di autoerotismo benché sentendo, mentre procedeva nella storia, di stare con le natiche poggiate su una specie di geyser oppure di maccaluba e avrebbe potuto ustionarsi da un momento all’altro con gli improvvisi getti di vapore o di fango bollente. Sofferenza e piacere, un perdersi e un ritrovarsi nel dolore e in quella gioia selvaggia che spesse volte dà la consapevolezza che tutto sta andando a puttane. E nel sapere che qualcun altro provava le sue stesse sensazioni e gliele confidava. In privato. Perché le rivelava solo a chi voleva ascoltarle, a chi accettava di percepirle a sua volta sulla pelle. Orgasmi del pensiero che si riversavano in tutto il corpo scatenando quell’istinto per cui si desidera che ogni cosa finisca distrutta assieme ai limiti della decenza, la cosiddetta decenza, ai formalismi, alle convenzioni dell’ipocrisia corrente, alla vera e propria, e ormai pressoché unica, imperante ideologia del denaro, del profitto, del dominio, della prevaricazione, della prevalenza di alcuni individui sulla massa degli altri. Godimento, piacere, orgasmi che non potevano rimanere altro che segreti, intimi, pensò. Indecenti anche, sì. Condividere orgasmi con uno scrittore, con una persona che non vedeva, che non aveva mai visto e che non poteva vedere, e che tuttavia “sentiva” intensamente. Davvero indecente, oltre che inconsueto forse. Ma era così e ne godeva, non poteva negarlo. Anzi, lo apprezzava. E sapeva di non potere e di non volere condividere queste percezioni con altri, se non con Pynchon stesso, sentendo in tal modo di mantenersi in uno stato anche qui di acuta indecenza dovuta al suo erotico ‒ già, proprio erotico ‒ desiderio di addentrarsi in territori oscuri e desolati e però da esplorare sino in fondo. Viaggiando pericolosamente sulla cresta di un’onda verso l’oceano aperto. E anche oltre la cresta dell’onda.

D’altro canto quel libro era una guida perfetta: si trovavano fili di candore nei peggiori figli di cane e si scoprivano punte acuminate di perfidia in personaggi apparentemente positivi. Nessuno era del tutto innocente, nemmeno la protagonista, un’investigatrice privata ebrea, e nessuno mai del tutto colpevole. E allora, pensò ancora, che ognuno andasse a godersi da sé quelle medesime sensazioni, se davvero desiderava provarle. Da sé. Che ognuno andasse a comprarsi e a leggersi il romanzo, in un rito che poteva essere solo strettamente privato, se veramente voleva sottrarre limiti al proprio essere, tanto mentale quanto fisico. Non aveva voglia di dirlo, di scriverlo a nessuno e da nessuno accettava di sentirselo dire. Che ciascuno facesse da sé, se proprio ne aveva voglia. Ma su questo aveva qualche dubbio. Anzi, tanti dubbi. A maggior ragione quindi non avrebbe rivelato ad alcuno il suo rapporto con questo romanzo e con tutte le altre opere di colui che riteneva uno dei più grandi autori letterari a cavallo fra il Novecento e gli anni Duemila. Così come Don DeLillo. Con una differenza fra di loro, però: quest’ultimo partiva da un unico nodo spazio-temporale per farlo entrare in interazione, in conflagrazione il più delle volte, con l’intimità dell’essere e l’immagine effettiva o solo percepita dei vari personaggi; mentre Pynchon allestiva una rete intricata di nodi circostanziali dal groviglio dei quali faceva discendere caratteri, scelte, azioni, avventure, disavventure di ognuno. Entrambi in ogni caso, seppure con tale differenza, erano fra i pochi che desideravano e sapevano esplorare, e tante volte superare, i limiti della civiltà occidentale, prigioniera del suo eterno presente e incapace di porsi prospettive al fuori dell’immediato, ne aveva la certezza ormai da anni. Così come aveva la certezza che entrambi avevano prodotto e producevano le opere che avrebbe voluto scrivere, le stesse storie che coltivava nella sua mente. Se ne avesse avuto la capacità, beninteso.

Ma non l’aveva, questa capacità. Sapeva di non essere in grado di scrivere romanzi di tale spessore, di tale potenza, ne aveva acquisito la consapevolezza via via che li aveva letti. E allora si limitava da tempo a godersi questi due autori e i loro magnifici testi, mentalmente e fisicamente. In maniera totale. Ogni vicenda, ogni frase, ogni parola, perfino ogni segno di punteggiatura. Però non provava più alcuna voglia, contrariamente a prima, di dividere questa sua passione con nessuno. Se non con loro stessi.

 

 

 

Una delle tre uniche immagini reperibili di Thomas Pynchon (tutte da giovane), quando frequentava la Cornell University negli anni Cinquanta

Una delle tre uniche immagini reperibili di Thomas Pynchon (tutte da giovane), quando frequentava la Cornell University negli anni Cinquanta

Un'immagine giovanile di Thomas Pynchon elaborata come l'annuncio di un ricercato, da http://www.raccontopostmoderno.com/2012/05/speciale-thomas-pynchon/

Un’immagine giovanile di Thomas Pynchon elaborata come l’annuncio di un ricercato, da http://www.raccontopostmoderno.com/2012/05/speciale-thomas-pynchon/

Thomas Pynchon ai tempi del servizio militare in marina e, a destra, forse intercettato di spalle, in tempi recenti, su una via di New York mano nella mano probabilmente con un nipotino o una nipotina, da http://www.thewire.com/entertainment/2013/06/thomas-pynchon-back-new-york/66140/

Thomas Pynchon ai tempi del servizio militare in marina e, a destra, forse intercettato di spalle, in tempi recenti, su una via di New York mano nella mano probabilmente con un nipotino o una nipotina, da http://www.thewire.com/entertainment/2013/06/thomas-pynchon-back-new-york/66140/

Un americano legge in un locale "La cresta dell'onda", naturalmente in edizione originale, da http://www.pynchoninpublic.com/blog/

Un americano legge in un locale “La cresta dell’onda”, naturalmente in edizione originale, da http://www.pynchoninpublic.com/blog/

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