Incroci fortuiti del dove e del quando (43) – Su una poesia di Chlebnikov

La giustizia dei numeri. Un concetto che prese corpo nella sua mente man mano che procedeva con la lettura di una poesia di Velimir Chlebnikov, “I numeri”, appunto:

 

Io mi affiso in voi, o numeri,
e voi mi apparite vestiti di belve, nelle loro pellicce,
con la mano appoggiati a querce divelte.
Voi donate l’unione tra il moto serpentiforme
della spina dorsale del cosmo ed il ballo del bilico,
voi permettete di intendere i secoli, come i denti d’un rapido scroscio di risa.
Le mie pupille si sono ora sgranate in maniera fatidica.
Apprendere che cosa sarà l’Io, se è l’unità il suo dividendo.

 

I numeri sono tutti uguali, pensò, hanno pari dignità pur essendo l’uno diverso dall’altro, pur avendo ognuno valore differente dall’altro. Eppure sono tutti importanti in uguale maniera, tutti essenziali, indispensabili, non si può fare a meno di nessuno se si vuole che i calcoli siano corretti. Ogni cifra ha la propria funzione. Obbediscono tutti alle stesse regole di base benché combinandosi quasi in infinite modalità, permutandosi, mescolandosi, confrontandosi, attraendosi o perfino respingendosi. Al contempo, però, trasgrediscono non poche volte le regole, conducono a leggi nuove, sconosciute: il che porta a dire, aggiunse fra sé, che le eccezioni confermano le norme; anzi, le rafforzano. Tuttavia capita pure che i numeri non portino ad alcuna determinazione, che si perdano in mille rivoli, meandri, miriadi di possibilità, di probabilità, che rimangano sospesi in un territorio che si può definire di perenne incertezza, che si può esplorare e interrogare fino allo spasimo ma senza ottenere risposte esatte, circoscritte, circostanziate, mai praticamente, strumentalmente utilizzabili. Numeri all’origine di regole, obbedienti alle regole e insieme insofferenti alle regole. La democrazia dei numeri. L’utopia del numeri, pensò. La giustizia dei numeri. Inflessibile proprio perché incerta, instabile, corrosiva. E proprio per giustizia, concluse, i numeri vanno amati e per odio o per amore giustiziati. Ma tutti, nessuno escluso. Per farne fango, merda o cibo. Per renderli inutile detrito o al contrario sostanzioso nutrimento, una volta che siano stati scarnificati, cancellati dal proprio mondo visibile. Non si distrugge, non si smembra, non si digerisce solo ciò che si odia, ma anche ciò che si ama. O forse, soprattutto ciò che si ama. Perché non si è indifferenti: piuttosto deferenti, timorosi. Si odia tante volte ciò di cui si ha paura, ma spesso si ama più profondamente ciò che più si teme. La giustizia dei numeri.

 

La traduzione dei versi di Chlebnikov è di Angelo Maria Ripellino, da Poesie, Einaudi, 1968

 

 

 

"Le ragazze del porno", da http://leragazzedelporno.tumblr.com/

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foto presa dal web e modificata

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Roger Rossell, "Jenny und Alex", Berlin, 2014, da http://r-milpalabras.tumblr.com/

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Caterina Bitossi, da "E' stato", http://carolinabitossi.blogspot.it/

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