Incroci fortuiti del dove e del quando (54) – La democrazia, il terrore, l’angoscia e l’odio da New York a Parigi

La profonda impressione per le stragi dentro e fuori la redazione di un giornale satirico e in un market ebraico a Parigi, seguiti da cacce all’uomo, blitz delle forze dell’ordine e sparatorie mortali, non riusciva ad allontanare dalla sua mente un sospetto. Più che fondato, pensò. Era l’Occidente stesso a creare i propri nemici, gruppi che prima aveva trattato come alleati per usarli contro nemici costruiti precedentemente e che poi in nemici essi stessi si erano trasformati. L’Occidente, si disse, aveva un continuo bisogno di termini di paragone per affermare la propria superiorità sugli “altri”: cultura, arti, scienze, tecnologia, economia… democrazia e libertà, soprattutto. E armi, guerre. Non ci si può sentire migliori senza altri che siano peggiori. Tutti uniti sotto la stessa bandiera, allora, quando si verifica un attacco, terribile, sanguinoso, letale, al cuore della propria civiltà. E la stessa pena per i morti, pensò ancora, passava in secondo piano davanti al senso di identità, di appartenenza a una nazione e a un sistema sociale. Ossia, al sistema dominante. Ma dentro quel sistema (nel quale la censura, le repressioni esistono e agiscono, aggiunse dentro di sé, seppure in forme ipocritamente soft) erano cresciuti e a volte pure nati, ma da nemici, da “altri”, spesso da emarginati, gli autori di quegli attacchi. Che della democrazia avevano conosciuto per la gran parte il lato meno accogliente, meno inclusivo, più “selettivo”: sei ben accolto soltanto se rinunci alla tua cultura e aderisci alla mia. Solo se cancelli la tua: la mia è migliore. Così, meditò ancora, i nuovi nemici dell’Occidente avevano origine nel suo stesso seno. E non è che tenessero tanto a colpire i suoi valori: la libertà d’impresa, di fare soldi sulle spalle altrui, di parola, di stampa… quanto i suoi simboli accessibili: le Torri Gemelle, così alte da essere centrate facilmente da aerei in volo; la redazione di un giornale (le Torri Gemelle d’Europa, aveva definito il fatto la quasi totalità dei media), anche questa di certo meno difesa e difendibile di ministeri, palazzi del potere. Senza contare le stragi sul treno a Madrid nel 2004, nel metro e sul bus a Londra nel 2005 (e il massacro dei ragazzini e dei loro insegnanti in Pakistan andava messo nel conto? Così come i tanti eccidi in Nigeria e altrove). E chissà che altro doveva ancora succedere: c’era solo l’imbarazzo della scelta, non si poteva sorvegliare capillarmente ogni angolo dell’Occidente, i punti deboli erano ovunque. Ripensò così a un passo del romanzo di Thomas Pynchon che aveva letto di recente, “La cresta dell’onda”, dove l’autore parlava di New York e dell’America appena dopo la distruzione delle Twin Towers, nel 2001.

“Se non leggete nient’altro che l’autorevole quotidiano cittadino potreste credere che la città di New York, traumatizzata e unita nel dolore al pari di tutta la nazione, abbia raccolto la sfida del jihadismo globale unendosi alla crociata dei giusti che ora gli uomini di Bush chiamano Guerra contro il Terrore. Se consultate altre fonti ‒ su internet, per esempio ‒ potreste farvi un quadro un po’ diverso. Fuori, nella vasta e indefinita anarchia del cyber-spazio, tra i miliardi di fantasie autorisonanti, cominciano ad affiorare oscure possibilità.

“Il pennacchio di fumo e di macerie umane e strutturali finemente suddivise è stato soffiato verso sudovest, in direzione di Bayonne e Staten Island, ma l’odore si sente in uptown. Un odore chimico acre, di morte e di bruciato, che a memoria di questa città nessuno ha mai sentito e che resterà per settimane. Anche se tutti a sud della 14ma strada in un modo o nell’altro sono stati toccati direttamente, a gran parte della città l’esperienza è giunta mediata, in maggioranza dalla televisione ‒ più era uptown e più il momento era di seconda mano, racconti di parenti pendolari, di amici, di amici di amici, colloqui telefonici, sentiti-dire, folklore, come se entrassero in gioco forze tra i cui interessi è fortissimo quello di prendere al più presto il controllo della vulgata, e la storia affidabile si riducesse a un fosco perimetro centrato su ‘Ground Zero’, un termine da Guerra Fredda estrapolato dagli scenari di conflitto nucleare così popolari nei primi anni Sessanta. Qui non c’è stata neanche l’ombra di un attacco sovietico contro Manhattan downtown, eppure quelli che ripetono all’infinito ‘Ground Zero’ lo fanno senza vergogna né pensiero per l’etimologia. Lo scopo è far sì che la gente si trovi fomentata in una certa direzione. Fomentata, impaurita e impotente.

“Per un paio di giorni la West Side Highway cade nel silenzio. Gli abitanti tra Riverside e il West End sentono la mancanza del casino in sottofondo e faticano a dormire. A Broadway nel frattempo è diverso. I pianali che trasportano le gru idrauliche, ruspe e altri macchinari pesanti vanno tuonando verso downtown a convogli, giorno e notte. I caccia rombano nel cielo, gli elicotteri continuano per ore a battere l’aria poco sopra i tetti, le sirene non cessano mai 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Ogni caserma di pompieri della città ha perso qualcuno l’11 settembre, e ogni giorno la gente dei quartieri lascia davanti a ciascuna fiori e pasti pronti. Ditte ex inquiline delle Torri tengono elaborati servizi funebri per chi non ce l’ha fatta a uscire in tempo, con la partecipazione di cornamuse e guardia d’onore del Marines. I cori di voci bianche delle chiese e delle scuole cittadine vengono prenotati con settimane di anticipo per esibizioni solenni a ‘Ground Zero’, eventi musicali in cui i piatti forti sono America the beautiful e Amazing Grace. Il luogo della strage, che in teoria avrebbe dovuto essere sacro o almeno ispirare un minimo di rispetto, in breve diventa l’occasione di saghe con finale aperto di intrallazzi vari, battibecchi e insulti sul futuro come area fabbricabile, il tutto scrupolosamente celebrato come ‘notizia’ nell’autorevole quotidiano cittadino. Alcuni sentono venire dal Woodland Cemetery nel Bronx uno strano rombo sotterraneo, identificato infine in Robert Moses che si rivolta nella tomba.

“Dopo forse un giorno e mezzo di attonita sospensione sono riprese le consuete tossicità etniche, più feroci che mai. Ehi, siamo a New York. Dappertutto compaiono bandiere americane. Negli ingressi dei condomini e alle finestre degli appartamenti, sui tetti, nelle vetrine e dentro i negozi di alimentari, nei ristoranti, sui furgoni delle consegne e sulle bancarelle degli hot dog, su moto e biciclette, su taxi guidati da musulmani che tra un turno e l’altro prendono lezioni di spagnolo per stranieri nell’intenzione di fingersi membri di una minoranza leggermente meno disprezzata, sebbene ogniqualvolta gli ispanici azzardino qualche variante, per esempio la bandiera portoricana, sono istantaneamente maledetti e denunciati come nemici dell’America.

“Quel terribile mattino, così hanno detto più tardi, per un raggio di molti isolati attorno alle torri era scomparso ogni carretto ambulante, come se il popolo dei proprietari di carretti, all’epoca ritenuti in maggioranza musulmani, fosse stato avvertito di tenersi alla larga. Mediante una rete. Qualche malvagia rete segreta di beduini forse attiva da anni. In mancanza di carretti, la mattina era iniziata con quel po’ di comodità in meno, costringendo la gente a lavorare senza i soliti caffè, danesi, ciambelle, bottiglie d’acqua, tante cupe appoggiature musicali per ciò che era sul punto di succedere.

“Credenze simili si appropriano dell’immaginazione civica. Vengono saccheggiati i giornalai, e i sospetti dell’aria islamica portati via a pullmanate. Appaiono cospicui Centri di Comando di Polizia Mobile in numerosi punti critici, soprattutto nell’Est Side: ovunque, per esempio, succeda che una sinagoga ad alto reddito e un’ambasciata araba occupino lo stesso isolato, e alla fine queste installazioni non sono più tanto mobili, diventando col tempo elemento stabile del paesaggio, quasi saldate al marciapiede. Allo stesso modo, nello Hudson appaiono navi senza bandiere visibili, che si fingono mercantili, ma con più antenne che boma, calano l’ancora e diventano, di fatto, isole private appartenenti ad agenzie di sicurezza senza nome e circondate da zone di esclusione. Blocchi stradali cominciano ad apparire e sparire lungo i viali da e verso i principali ponti e gallerie. Giovani Guardie con mimetiche nuove, armi e cartucciere pattugliano la Penn Station, e la Grand Central, e la sede delle attività portuali. Le festività e gli anniversari diventano occasioni di angoscia.”

Appunto, si disse dopo avere rievocato questo brano. E’ nella paura, nell’angoscia che la democrazia si degrada e finisce per affondare. La democrazia che deve crearsi nemici per apparire ancora di più come democrazia e che così facendo (con l’identità etnico-nazionale, la sua “civiltà”, le invasioni, i bombardamenti e i massacri che ne conseguono) confina gli altri e se stessa nel terrore e nell’odio. Nell’assenza cioè di pluralismo, della molteplicità dei punti di vista. Nell’assenza di democrazia stessa insomma, concluse mentre in strada, più tardi, si guardava intorno con acuta diffidenza.

 

La traduzione italiana del romanzo, nell’edizione Einaudi, è di Massimo Bocchiola

 

 

 

Madrid, l'attentato al treno nella stazione di Atocha

Madrid, l’attentato al treno nella stazione di Atocha

L'attentato al bus di Londra

L’attentato al bus di Londra

Paul Klee, "Senecio" 1922

Paul Klee, “Senecio”, 1922

Paul Klee, "L'uomo del futuro", 1933

Paul Klee, “L’uomo del futuro”, 1933

Egon Schiele, "Donna con le calze nere", 1913

Egon Schiele, “Donna con le calze nere”, 1913

Egon Schiele, "Autoritratto con un braccio attorcigliato sulla testa", 1910

Egon Schiele, “Autoritratto con un braccio attorcigliato sulla testa”, 1910

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...