Incroci fortuiti del dove e del quando (47) – L’ascetismo del corpo propedeutico all’amore

L’ascetismo è in primo luogo ricerca dell’autocoscienza. L’ascetismo del corpo è, parallelamente, la ricerca dell’autoconsapevolezza del corpo, si disse, anche nelle sue parti più nascoste, segrete, meno considerate, proibite perfino. O ritenute quantomeno immonde. Ma ascetismo è pure perseguimento dell’estasi, continuò ripensando a un altro libro che aveva letto più o meno un decennio prima, “The surrender” (2004), dell’americana Toni Bentley. L’estasi che prelude, che deve preludere, all’amore. Lungo questo cammino, allora, l’ascetismo del corpo conduce nello stesso tempo all’estasi come all’amore. Non all’amore però che si esprime, si pronuncia, che pronuncia se stesso e perciò stesso si classifica, quindi di fatto si limita, bensì all’amore che si prova senza che sia circoscritto da parole, che si vive, che si sente, di cui si ha una percezione priva di mediazioni linguistiche oppure logiche. Che non ha oggetto, non ha un referente diretto e per questo tende a espandersi, piuttosto. Che non ha oggetti ma, al contrario, ha un soggetto: l’individuo, il corpo che lo prova e lo persegue. L’oggetto semmai se lo sceglie in base a molteplici fattori, a partire dalle circostanze mutevoli dell’esistenza. Aveva letto nel romanzo: “La libera scelta è l’essenza dell’attrazione che c’è fra noi. Abbiamo discusso dell’argomento solo per riconoscere quello che è sottinteso per entrambi. La linea sostanziale è ‘Non fare domande e non dire niente’. Lui dice: ‘Non occorre che io sappia niente’. Presta attenzione a quello che c’è, non a quello che non c’è. (…)

“L’esperienza di essere davvero liberi, senza recriminazioni, senza giudizi, di scegliere questo o quell’altro in qualsiasi momento di qualsiasi giornata non fa che confermare l’amore per l’Amato, e convalida la scelta dell’Amato come nostro Amato. Il non essere monogami e l’avvalersi di quella facoltà di scelta fortificano un grande amore: essendo sempre sotto esame, si conferma, si rafforza, si rimodella, si ridefinisce”.

Il fattore della scelta è il corpo che si fa ascetico, aveva creduto di capire non appena cominciato il libro. Il corpo che si distende cavalcando i propri difetti, le proprie stesse sofferenze, le paure, gli incubi, le proibizioni sociali e anche quelle autoimposte, che si arrende, che si offre totalmente all’estasi e di conseguenza all’amore senza alcuna limitazione: “Divaricare le gambe a partire dai fianchi ti mette in tensione il pavimento pelvico come una molla carica. E’ tutta la vita che mi costruisco i muscoli della pancia stando in piedi davanti alla sbarra. Ora la pancia sarà decostruita.

“Il suo uccello, il mio culo, che si distendono. Divino.

“Mentre entra in me rilasso la tensione, la trazione, la presa, la stretta, millimetro dopo millimetro. Sono assuefatta alla resistenza fisica estrema, alla maratona, all’intensità che si snoda. Sciolgo i muscoli, i tendini, la carne, la rabbia, l’ego, le regole, i censori, i genitori, le cellule, la vita. Nel contempo tiro e aspiro verso l’interno, una cosa sola.

“La beatitudine, l’ho imparata facendomi sodomizzare, è un’esperienza di eternità vissuta in un attimo di tempo reale. La sodomia è l’atto sessuale della fiducia più estrema. Cioè, se si oppone resistenza ci si può far male sul serio. Ma oltrepassare quella paura spingendo, passandole attraverso, nel senso letterale del termine… ah, quale gioia ci aspetta una volta superate le convenzioni! La pace che sta oltre il dolore. La chiave di tutto è spingersi oltre il dolore. Una volta assorbito, si neutralizza e permette la trasformazione. Il piacere da solo è semplice compiacimento momentaneo, uno svago raffinato, un’anestesia lungo la strada verso qualcosa di più alto, più profondo, più basso. L’eternità è lontana, ben oltre il piacere. E oltre il dolore. L’estremità del mio culo è l’orizzonte dell’evento sessuale, il confine oltre cui non si può sfuggire.”

“Il sesso anale si basa sulla collaborazione”, aveva letto ancora. E poi, con un’attenzione ancora più acuta: “La verità si mostra sempre con il culo. Un uccello dentro un culo funziona come l’ago di una macchina della verità. Il culo non sa come si fa a mentire, non è capace di mentire: se tu menti, c’è dolore fisico. Invece la fica è capace di mentire al semplice ingresso del cazzo nella stanza: lo fa in continuazione. Le fiche sono progettate per ingannare gli uomini con i loro succhi invitanti, le loro aperture pronte e le loro padrone, arrabbiate.

“Prendendolo nel culo ho imparato davvero tanto, forse la cosa più importante di tutte: come abbandonarmi. Dall’altro buco, invece, ho imparato invece come sentirmi usata e poi lasciata. (…)

“La mia fica ha subito troppe ferite a causa di false aspettative e ingressi senza invito, di movimenti troppo egoisti, troppo superficiali, troppo veloci o troppo inconsapevoli. Il mio culo (…) conosce solo la beatitudine. Le penetrazione è più profonda, più completa: viaggia sull’orlo della follia. La via diretta dalle budella a Dio è svelata, sgombra.”

Un’estasi di tale intensità, un amore di tale genere derivato dall’ascetismo del corpo, aveva pensato leggendo il libro, non può in definitiva essere che totale e totalizzante. Un amore arreso ma libero. Schiavo e insieme padrone di sé. E non era un paradosso, ne avvertiva la certezza.

“Se un uomo può possedere sessualmente una donna (possederla davvero), non avrà bisogno di controllare le sue idee, le sue opinioni, i suoi vestiti, i suoi amici e nemmeno gli altri amanti che ha. Nella mia esperienza con molti amanti, solo lui mi ha posseduta veramente e così mi ha liberata. M’incula per ore con un cazzo che ha tre centimetri di troppo per quel tipo di pratica: questo sì che è possedere. Dopo una prestazione del genere, non ha bisogno di infiltrarsi nella mia vita, nella mia psiche, nel mio tempo o nel mio guardaroba, perché si è infiltrato nel cuore del mio essere: tutto il resto sono solo orpelli secondari. Il dominio (il dominio totale e completo del mio essere), ecco dove trovo la libertà.”

E si trattava d’amore, senza dubbio, anche se (ma forse era proprio meglio così) c’era riluttanza a definire così questo tipo di estasi. Le definizioni limitano sempre, si disse mentre leggeva altri passi del romanzo: “Il suo amore è profondo come il mio? Non m’importa se è superficiale mentre il mio è profondo, basta che lui e il suo desiderio duro come una roccia si presentino più volte alla settimana alla mia porta di servizio. La sodomia innesca una gratitudine di vasta portata. Ho il sospetto di non aver mai amato davvero, finché non è arrivato lui a spaccare il quadro comandi del mio essere (il mio acume e la mia prestanza).

“Come si fa a sapere che è amore, vero amore?

“Quando si incontra quello con cui non si ha paura di morire. Quello che fa sparire quella paura assillante e continua della morte, e ti dà l’aria per respirare.

“Non ho paura di morire: così mi fa sentire quando mi incula. La penetrazione nella fica non scava tanto a fondo nella mia psiche, non sfonda la barriera, non cancella la paura.

“E’ venuto prima l’amore o la sodomia? L’amore nasce dalla lussuria. Questo lo so. E poi non mi fido dell’amore. Ho sentito troppe dichiarazioni d’amore. Ma mi fido della lussuria, in tutto e per tutto.”

Un ascetismo del corpo che perseguendo l’estasi e l’amore, totale e totalizzante, tende perfino alla trascendenza. Ma in un atto di estrema consapevolezza. Attraversa la morte, cioè, e ne riemerge non sotto la specie della santità, bensì privato dell’innocenza, avendola perduta, quella pretesa innocenza del romanticismo d’accatto, del desiderio quanto dell’illusione di forgiare l’oggetto dell’amore stesso secondo le proprie (o socialmente accettate, stabilite) regole e aspettative. Ne riemerge con il carico intero di vissuto che si porta dietro, con tutte le passioni, le soddisfazioni e gli errori. Insomma, con un’autocoscienza piena e accettata, benché a fatica. Anche quando, a causa delle circostanze della vita, perde o abbandona perfino la persona amata. Ma non l’amore in sé. Né la sua santa follia.

“Credo che l’equazione funzioni un po’ così: il sesso può essere davvero profondo, davvero trasformante, davvero trascendente solo se si viene scopate da Dio, se si ama il proprio uomo come se fosse Dio. Ma (e qui sono dolori, e non basta il lubrificante per evitarli) se il tuo uomo è Dio e rivoluziona il tuo mondo, allora, per definizione, ti trovi al centro del tuo masochismo femminile, aperta, disponibile, vulnerabile (…) Temo che nessun altro uomo possa essere di nuovo Dio per me. Meglio per tutti noi, forse: non c’è il rischio di cadere dalle stelle alle stalle. Ma tutto il mio essere è in lutto per questo: è la perdita, finalmente, della mia persistente innocenza. E’ stata un’operazione lunga, liberarmi di lui e scavare nella mia anima. Ora lui non abita più nel mio culo. Ci abito io, ora. Ed è fantastico.

“Sono stata allo strapiombo. Ho guardato in basso e sono caduta. Ma adesso sono tornata, tornata alla grande valle del mio masochismo, tornata a testimoniare (a me stessa, ma anche a voi) la mia sopravvivenza, il mio ritorno da un mondo in cui l’unica cosa che contava era la profondità. Se non scopate con la morte alle calcagna, vi sbagliate di grosso. Finché è possibile sopravvivere all’amore, all’amore folle, davvero folle, non ci sono scusanti. Non c’è nessuna scusante.”

E’ l’amore che meglio ama nella misura in cui ama in primo luogo se stesso. Che meglio ama perché si conosce fino in fondo: questo pensò appena ebbe finito di leggere il romanzo. E pensò inoltre che aveva sempre voluto arrendersi all’amore. Arrendervisi, non imporsi su di esso e/o, peggio ancora, sulla persona amata. Che la reale coscienza di sé, la consapevolezza del proprio essere, la vera forza stava nell’arrendersi, nel sapersi arrendere. Nell’imparare ad arrendersi all’estasi. Sì, nell’ascetismo del corpo. Ma si trattava di un romanzo. Era ciò che aveva letto, vissuto solo nella mente benché con notevole coinvolgimento. E si chiese, guardandosi intorno nel suo mondo, ma pure nell’intimo, se ciò fosse realmente possibile. Oppure se magari avrebbe potuto esserlo, un giorno. Con questo interrogativo che ancora echeggiava fra i suoi pensieri si alzò dalla poltrona e andò a scegliersi un nuovo libro da leggere: ne aveva appena finito un altro.

 

La traduzione, nell’edizione italiana Lain Fazi del 2005, è di Anna Mioni

 

 

 

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Bob Robert Toren, da http://www.angrylambie.com/

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