Ostaggi liberati, ostaggi scomparsi: Giovanni Lo Porto e l’orgoglio di essere italiani a prescindere dall’Italia

Certo, è una gran bella notizia ‒ che sia stato pagato un riscatto o meno e a prescindere dall’entità (sono ignobili i discorsi del genere) ‒ la liberazione delle due giovani volontarie lombarde Vanessa Marzullo e Greta Ramelli, rapite in Siria a luglio. Ciò che inquieta e rattrista è che non ci sono notizie, e da tempo, degli altri due italiani scomparsi all’estero, il palermitano Giovanni Lo Porto e il sacerdote gesuita Paolo Dall’Oglio. Per padre Dall’Oglio, 60 anni, rapito in Siria alla fine di luglio del 2013, le ultime informazioni risalgono a circa un mese fa, quando fonti siriane lo davano per detenuto in una delle prigioni dell’Isis a Raqqa. Una circostanza che comunque non aveva trovato conferme da parte del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. Di Lo Porto invece si sono perse completamente le tracce dal 19 gennaio del 2012, quindi da tre lunghi anni ormai, quando è stato sequestrato con un collega tedesco nella provincia pachistana di Khyber Pakhtunkhwa. Giovanni, 39 anni, si trovava nella regione per la ong Welt Hunger Hilfe (Aiuto alla fame nel mondo) e si occupava della costruzione di alloggi di emergenza nel sud del Punjab. E’ tornato a casa in ottobre, dopo oltre due anni e mezzo di prigionia, il cooperante germanico rapito con lui: lo hanno liberato in Afghanistan forze speciali tedesche. Bernd Muehlenbeck, questo il suo nome, si era appellato in precedenza alla cancelliera Angela Merkel in un videomessaggio chiedendo al governo di Berlino di fare qualcosa per lui. E qualcosa evidentemente è stato fatto.

Anche quest’ultima una bella notizia, non ci sono dubbi. Ciò che lascia davvero perplessi, o meglio indignati, è invece il fatto che di Giovanni Lo Porto si parli solo in occasione del sequestro o della liberazione (meglio, certo) di altri: ora lo stesso ministro Gentiloni dice che bisogna riportare tutti a casa, Lo Porto come padre dall’Oglio; lo dicono anche diversi parlamentari, il sindaco di Palermo. Ora, dopo tre anni. Ma prima, dal 2012 fino alla liberazione delle due giovani cooperanti lombarde, niente dal governo italiano, niente dalle istituzioni siciliane, la Regione, la Provincia, lo stesso Comune di Palermo: non un appello, non un cartello, non una foto su un muro, nemmeno un cenno. E inoltre pochi articoli sui media. Le uniche parole in suo favore erano arrivate lo scorso anno da amici, compagni e insegnanti del corso universitario che ha frequentato a Londra. Forse per questo il silenzio, perché Lo Porto aveva deciso di trasferirsi nel Regno Unito? Che se la vedessero gli inglesi, si era magari pensato. Se non fosse che il governo britannico non tratta per i suoi rapiti, al più tenta azioni armate che molto spesso non riescono. Ma di qualunque nazionalità sia una persona, è la domanda, non si tratta pur sempre di una vita da salvare? Mica Giovanni era andato in Pakistan per turismo o per desiderio di avventure esotiche. Come tanti altri, del resto. E di diversi Paesi. Come i medici che vanno in Africa a curare i malati di Ebola. Adesso finalmente ci si ricorda di lui, ci si ricorda che è sacrosanto cercare di sapere che fine ha fatto. Anche per riguardo alla famiglia che da tre anni lo attende, invano finora, a Palermo. Lo Porto era andato in Pakistan non per dimostrare che la nostra cultura occidentale (la nostra religione) è più bella, più moderna, più libera, insomma superiore alle altre. No, era andato lì per accostarsi agli “altri” abitando di fatto, come faceva, in mezzo a loro, vivendo la loro stessa vita, respirando la loro stessa aria, quindi in un atteggiamento non di affermazione bensì di ascolto, con desiderio di conoscenza e di confronto reale, paritario con le civiltà “altre”.

Questo dovrebbe farci sentire orgogliosi di essere italiani: il fatto che non è tutto “italiano” ciò che facciamo, ciò che abbiamo in mente o in prospettiva; il fatto che non siamo tutti “italiani” in Italia ma siamo tante cose, tante culture, tante lingue, dialetti, abbiamo tanti modi di pensare e di agire, differenti, a volte poco conciliabili e altre volte compatibili. Il fatto che ci interroghiamo ‒ c’è chi si interroga, anche se in troppo pochi casi, bisogna ammetterlo ‒ su chi e su ciò che non conosciamo e che vorremmo conoscere, su chi e su ciò che non ci assomiglia, che è diverso da noi, dai modelli dominanti. Dovremmo essere orgogliosi, insomma, di essere italiani proprio perché ci proiettiamo (alcuni di noi si proiettano) oltre l’Italia. Proprio come Giovanni Lo Porto. Di cui dovremmo essere orgogliosi. Un palermitano oltre Palermo. Un italiano oltre l’Italia. Una persona che ha il diritto di essere riportata a casa. Sperando che sia ancora viva. Sperandolo ardentemente.

 

Questo blog contiene altri testi dedicati al cooperante sparito. Per chi volesse ri-leggerli:

https://mimmogerratana.wordpress.com/2012/01/21/lorgoglio-nazionale-e-giovanni-lo-porto/

https://mimmogerratana.wordpress.com/2012/11/18/la-violenza-urbana-e-le-guerre-giovanni-lo-porto-e-lideologia/

https://mimmogerratana.wordpress.com/2013/12/28/giovanni-lo-porto-un-palermitano-dimenticato-soprattutto-a-palermo/

 

 

 

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Agnès Weber, "Nowhere, nobody (38)", da http://agnesweber.blogspot.it/

Agnès Weber, “Nowhere, nobody (38)”, da http://agnesweber.blogspot.it/

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