Incroci fortuiti del dove e del quando (59) ‒ L’ascetismo del corpo relegato nell’ombra

C’era stato un periodo in cui si usava il corpo come un’arma per cercare di cambiare il mondo. Gli anni Settanta del secolo scorso, ricordò. Ma c’era stato qualcuno che aveva usato invece le armi da fuoco, e poi era stato sempre peggio, fra guerre massacri e terrorismi, con il corpo che era diventato un bersaglio, al contrario: di proiettili, violenze di tutti i generi, torture, repressioni di ogni tipo. Con più sofisticatezza del passato, con tecniche sempre più raffinate e brutali ed efficaci. Una parentesi molto breve, meditò, quella della lotta per la liberazione del corpo, della mente, delle idee. E anche delle parole. Una lunga strada che avrebbe portato all’ascetismo. L’ascetismo del corpo. Fra coloro che avevano cominciato a percorrerla, rammentò con una punta di nostalgia, c’era stata la scrittrice americana Erica Jong con il famosissimo romanzo erotico-femminista “Paura di volare”, del 1973, e il successivo (1977) “Come salvarsi la vita”. Proprio di quest’ultimo andò a rileggere uno dei passi che riteneva maggiormente liberatori e allo stesso tempo, visto il clima ormai di riflusso della ribellione (non solo) giovanile e femminile nel quale aveva visto la luce, anche per certi versi rivelatori di ciò che sarebbe stato il futuro. L’oggi. Sospirò. Il corpo usato come arma, appunto, per scrollarsi di dosso i canoni esistenziali dominanti, la repressione dei sentimenti e delle pulsioni, dei desideri in primo luogo, come strumento per esplorare il proprio e l’altrui essere ma non solo: pure le menzogne, le ambigue metafore del linguaggio borghese, perbenista, curiale, della politica e della quotidianità, chiamando le cose con il proprio nome. E non c’era strumento migliore a quei tempi, in effetti: nominare le parti del corpo innominabili, i suoi atti, i suoi istinti profondi, mantenuti nella segretezza del “ritegno”. E allo stesso tempo, attraverso il corpo, esplorare la propria interiorità reale, profonda, i tanti io che si mescolavano dentro se stessi e ogni altra persona, come percorrendo un territorio affollato e insieme deserto, pieno di attrattive ma anche, perché no, di insidie, di aspetti scomodi o persino pericolosi per il proprio supposto (fin lì) equilibrio mentale. Anche con una vena di ironia, quindi, per tentare di mantenere la giusta distanza dalle esperienze e potersene arricchire. Rilesse quindi quel passo di “Come salvarsi la vita”. La scena di un’orgia.

“… non riuscivo a ricordare chi aveva dato il via alla prima combinazione o alla seconda o alla terza… o almeno come si faceva a distinguere una persona dall’altra.

“Non so come, all’inizio di questa sequenza sfocata, c’era Hans che me lo metteva nel culo, Rosanna che mi leccava e il marito di Rosanna che mi succhiava i capezzoli. (Poi arrivò Kirsten con le sue tette gigantesche e monopolizzò l’attenzione generale). Più tardi, durante una sequenza più umida e sudata, c’era Robert che mi scopava e Rosanna dietro di lui che lo incoraggiava e gli accarezzava le palle. Non potei fare a meno di notare che a Robert non gli veniva mai davvero duro… e per un attimo mi balenò nel cervello il pensiero che forse era questo il vero segreto della maggior parte delle persone pazze per il sesso… gli emissionari sessuali; in realtà non erano molto potenti senza quella pressione di gruppo. A un certo punto c’era Robert che si scopava Rosanna… e io ebbi la netta impressione che ci volevamo tutti noi a guardare perché i due riuscissero a portare a termine il più semplice degli accoppiamenti nella posizione del missionario.

“’Ma era divertente?’ mi chiedono sempre gli amici. E la verità è che non riesco a ricordarmi bene. Certo, era impegnativo. E naturalmente c’erano mucchi di orgasmi… i miei, i suoi, i loro, quelli di tutti. E c’era il piacere di sentirsi superiori, liberati, diversi, al di sopra dei poveri borghesi rigidi che scopavano solo a due a due”.

Chi cercava qualcosa di diverso nel mondo, nella vita, si sentiva superiore perché diverso dagli altri, da coloro che invece aderivano al pensiero, all’ideologia dominante, si disse ripercorrendo quelle frasi. La diversità era una forza, il corpo un’arma e un veicolo per viaggiare nell’altrove. Benché nel disorientamento che il nuovo e il diverso spesso provocano nell’animo di chi li esplora. Ma anche in un’esaltazione che invogliava a viaggiare ulteriormente. La meraviglia dell’ignoto e del sentirsi nudi e indifesi ed esposti ad esso. Eppure forti, aggiunse fra sé e sé. Sì, forti della propria unicità che si fondeva però, sapeva fondersi, con altre unicità e diversità.

“Continuavo a pensare, Oh Dio, sto leccando una donna, mentre un’altra donna sta leccando me, mentre un uomo scopa lei, mentre un altro uomo fa un pompino a lui. Oh Dio, questa sì che è una cosa straordinaria! Eppure la sensazione dominante era che ci sarebbe voluto qualcuno a dirigere il traffico, magari con un megafono… perché sembrava proprio di essere in centro durante l’ora di punta. Continuavamo a spostarci e a cambiare posizione per non interrompere quelle catene umane, e le posizioni che trovavamo non sarebbero state facili nemmeno per lo yogi o la yogini dilettante media. Ma insistevamo, coraggiosamente. Una specie di voglia di gruppo si venne a creare tra noi, e anche quelli che normalmente si accontentavano di uno, due, tre orgasmi, si sentivano in dovere di averne almeno una dozzina, in tutte le posizioni, con tutti gli altri che guardavano.

“La mia capacità di resistenza mi meravigliava. Quell’anonimo mucchio di corpi era diventato un solo organismo, che si stirava, si contraeva, leccava, secerneva, si muoveva su terreno asciutto quando aveva bagnato quello di prima. Aveva dieci braccia, dieci gambe, due cazzi, tre fiche e sei seni… di varie misure… per non parlare dei dieci occhi, dieci orecchie e cinque bocche (praticamente sempre piene). C’era sempre qualcosa in eruzione… come in una regione vulcanica. C’era sempre qualcosa che veniva ingoiato da un orifizio o dall’altro. Quando finalmente Kirsten si alzò e andò in soggiorno a prendere un po’ di vino per tutti, mi sembrò che mi avessero amputato qualcosa.

“E c’era quella meravigliosa sensazione di vicinanza, di fisicità pura, di non essere altro che un corpo e che questo bastasse. Era quasi la sensazione che avevo provato in California, guardando le onde frangersi sulla spiaggia, sentendo l’aria tiepida e pensando che non poteva esserci qualcosa di fondamentalmente sbagliato nel mondo se il cielo era così limpido che si riusciva a vedere la costa del Giappone… o dell’isola Catalina (…)”.

Orizzonti, pensò. Mondi nuovi, mondi differenti. E anche amore, perché no. Anzi. Quella ricerca però non poteva essere finalizzata a un amore in particolare, bensì a conquistare la predisposizione all’amore. Conoscenza, coscienza, rispetto di sé, del profondo e del visibile di sé (anzi, del profondo attraverso il visibile, il corpo, pensò), quindi degli altri. Quindi predisposizione ad amare.

“[Le orge] non sono un sostitutivo dell’amore. Non hanno la pretesa di esserlo. L’unica cosa che un’orgia può dare è un temporaneo alleggerimento di quel terribile peso che è il super-io”.

Non la superiorità fine a se stessa, perciò, ma derivata dalla ricerca, dal non accontentarsi di ciò che è dato. Anche se a un certo punto, poco tempo dopo in realtà, si disse, per svariati motivi le libertà conquistate tanto a fatica, nella repressione, nella sofferenza e anche nel disprezzo altrui, sarebbero state utilizzate dalla civiltà occidentale per rivendicare la sua pretesa superiorità rispetto alle altre, gli occidentali ne avrebbero fatto una bandiera (vizi privati, pubbliche virtù, orge organizzate, club privé, trasgressioni sessuali di svariati generi intese come occasioni mondane, esposte come trofei, imprenditoria vincente) per accreditare in tutto il mondo l’ideologia del successo, dell’imporsi, del prevalere, di conseguenza del prevaricare. La libertà spogliata, pensò ancora, di quasi ogni tipo di responsabilità. E il super-io che avrebbe dovuto finire relegato in un angolo della mente era tornato invece centrale, con prepotenza, a guidare le azioni dei più. La libertà si era trasformata in pratica deliberata del conformismo globalizzato. A quel punto, pensò infine, nel tempo attuale cioè, a chi cercava un altro mondo, un’altra e diversa e reale libertà attraverso di sé, un’autentica predisposizione ad amare insomma, non rimaneva che l’ascetismo del corpo, che arrendersi al proprio corpo, però nel buio della propria diversità, non più considerata un bene collettivo, tutt’altro. La diversità nel mondo presente non era più una forza ma una debolezza, disse stavolta a voce alta. E si alzò con furia vigorosa dalla sedia.

 

La traduzione, nell’edizione italiana Bompiani del 1977, è di Marisa Caramella

 

 

 

foto presa dal web ed elaborata graficamente

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Lora Elyse, da "Abstract nude project", http://loraelysephotography.co.uk/project/abstract-nude-project/

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