Incroci fortuiti del dove e del quando (77)

Alla parete più lontana era appesa una grande stampa erotica giapponese. Si vedeva perfettamente: in quella stradina stretta come un vicolo, con i balconi ai due lati che quasi si toccavano, era molto facile, e riusciva quasi spontaneo a volte, sbirciare da un appartamento nelle case di fronte, magari non per indiscrezione ma solo per istantanee curiosità. Tanto più, come in quel caso specifico, se la tapparella era sollevata e le tende aperte. Guardò ripetutamente la stanza, illuminata per una parte dal sole. Sotto la stampa un divano dall’aria vagamente esotica, accanto una poltroncina e dall’altro lato un tavolo di legno in stile rustico coperto da un pesante telo arancio, con soprammobili di varia provenienza geografica, ebbe l’impressione. Sul pavimento un tappeto variopinto. Un’abitazione ben tenuta, pensò mentre si allontanava dalla portafinestra per dedicarsi ad altro. Anche se non aveva visto nessuno muoversi o aggirarsi per quella casa nel periodo in cui l’aveva tenuta sott’occhio. In realtà sembrava che non ci abitasse nessuno, a giudicare dalla totale assenza di suoni, di rumori, di ombre. Tornò a osservarla dopo qualche ora e tutto era rimasto come prima, tranne che il sole si era spostato e ora la luce cadeva da un’angolazione diversa. Ma nessuna presenza, nessun movimento al di là del balcone. Peraltro ben tenuto anche quello: piastrelle del ballatoio lucide, piante rigogliose, curate, innaffiate regolarmente, si vedeva. Un condizionatore nuovo attaccato alla parete esterna. Trascorse altro tempo, uscì, tornò, fece diverse cose, arrivò la sera e quando sbirciò di nuovo in quell’appartamento si accorse che la stanza di fronte era illuminata da un lampadario con plafoniere di vetro multicolore. Tutto il resto però era esattamente come prima. Il divano, la poltrona, il tavolo con i soprammobili, il tappeto: nessuno pareva avesse toccato nulla, spostato alcunché. E niente, ancora, rivelava qualche presenza umana, anche solo di passaggio. Una casa ammantata di tepore e allo stesso tempo fredda: questa la sensazione che non riusciva a scrollarsi di dosso. Rimase per un altro po’ di tempo a guardare la stanza e poi si accinse a tirare le tende. E proprio in quel momento si rese conto che l’appartamento si presentava così ormai da molti giorni, ma fino ad allora vi aveva lanciato soltanto occhiate di sfuggita e non ci aveva fatto davvero mente locale. Adesso sì, però, e d’istinto cominciò a farsi domande sul possibile proprietario o i proprietari, sulle loro abitudini, sul particolare tipo di arredamento che aveva o avevano scelto: di gusto etnico, sembrava, in ogni caso frutto con molta probabilità di una concezione estetica abbastanza precisa. Si interrogò inoltre sulla strana (o forse oramai diffusa, in realtà) decisione di avere un appartamento e di non abitarlo, di non viverlo davvero, chissà. Ma subito dopo pensò che forse, invece, non c’era proprio niente da capire. Quella casa magari doveva semplicemente apparire così.

 

 

 

Shunga di Utamaro

Shunga di Utamaro

Hokusai, "Untitled", from the series "Picture book patterns of couples (Ehon tsui no hinagata)", c. 1812

Hokusai, “Untitled”, from the series “Picture book patterns of couples (Ehon tsui no hinagata)”, c. 1812

Shunga di scuola Hokusai, periodo Meiji

Shunga di scuola Hokusai, periodo Meiji

Shunga di scuola Hokusai, periodo Meiji

Shunga di scuola Hokusai, periodo Meiji

simo S. Volonté, "Room 145", da https://msvphoto.wordpress.com/

Massimo S. Volonté, “Room 145”, da https://msvphoto.wordpress.com/

Rick Poston, "Bud - He took the midnight train going anywhere", da http://rickposton.tumblr.com/

Rick Poston, “Bud – He took the midnight train going anywhere”, da http://rickposton.tumblr.com/

foto presa dal web

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