Giovanni Lo Porto

Quando era ancora vivo se ne parlava poco o nulla. Ora che il cooperante di Palermo Giovanni Lo Porto è morto, a tre anni dal sequestro in Pakistan (si sapeva, o ce n’era il sospetto, già a gennaio), si sprecano fiumi d’inchiostro e chiacchiere. Parole, parole, retorica intrisa in moltissimi casi di ipocrisia: il corpo vivo non serve, il cadavere si può sfruttare a proprio uso e consumo. Ma adesso è solo il momento del silenzio, addolorato quanto indignato. Indignato verso il terrorismo e anche verso l’Occidente, che ne è una delle cause principali. Come è causa della morte (con un drone Usa) dello stesso Lo Porto e dell’americano Warren Weinstein. Senza contare le innumerevoli persone, ostaggi e non, uccise in giro per il mondo. Ora chi ha un briciolo di ritegno dovrebbe solo tacere.

 

 

 

 

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