Incroci fortuiti del dove e del quando (92)

Poi c’era quell’altra domanda che sentiva aleggiare intorno a sé da diverso tempo. Stranieri, alieni: portatori da alcuni anni di rischi terroristici, si diceva da molte parti. E inoltre, da molto prima, di criminalità, aggiungevano in tanti: le galere erano piene soprattutto di immigrati, non si poteva certo negare. Vero, pensò. Ma non solo: anche di gente che non aveva mai avuto o non aveva più soldi. Poveri e stranieri finivano nelle maglie della giustizia per svariati motivi e naturalmente il più delle volte si vedevano assegnare avvocati d’ufficio che, colpevoli o innocenti che fossero, consigliavano loro (o li persuadevano) di patteggiare una pena, insomma di ammettere la propria responsabilità anche se magari in quella specifica circostanza non ne avevano affatto. Ma così risolvevano in qualche modo la cosa, no? Salvo a uscirne schedati e pregiudicati. Dopo la reclusione, beninteso. I ricchi e potenti invece ingaggiavano stuoli di legali di grido che, pagati profumatamente, scovavano ogni possibile cavillo, organizzavano complesse e costose indagini difensive, presentavano ricorsi e controricorsi con il risultato che i loro clienti la galera quasi non la vedevano, e se la vedevano era solo per poco tempo, in fondo non erano socialmente pericolosi, e in caso di assoluzione chiedevano allo Stato un sacco di denaro a titolo di risarcimento. A volte, pure, ricusavano i giudici e quant’altro. Una pletora di processi a personaggi di un certo peso, quindi, finiva in prescrizione e amen. Come se niente fosse accaduto. I delinquenti. Statisticamente, pensò, era logico ritenere che ce ne fossero in tutte le classi sociali e in tutte le nazionalità. Non aveva senso perciò distinguere fra i “nostri” e i “loro”, oppure gli “altri”. Ma ciò solo in teoria: nella pratica era ben diverso, come aveva appena constatato. Allora la risposta alla domanda iniziale… che risposta poteva esserci, si chiese. Era di fatto assiomatica, in sostanza. Vivere ai margini, insomma, fuori dal mondo che conta e che si “vede”, tutto qui. L’unica vera differenza, pensò ancora riferendosi alla propria condizione, era se si sceglieva di vivere ai margini o invece ci si trovava. Ma poi neanche questo valeva al cento per cento. L’unica differenza in realtà era non accorgersi delle differenze, non potere o non volere vedere altra condizione che la propria.

 

 

 

Carmen De Vos, "Scene from photonovel Het Recht", da http://carmendevos.tumblr.com/

Carmen De Vos, “Scene from photonovel Het Recht”, da http://carmendevos.tumblr.com/

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Trey Squire, "Skin (Strength)", da http://treyvisions.tumblr.com/

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Da "Charles Swann on her ground", http://charles-swann-on-her-ground.tumblr.com/

Da “Charles Swann on her ground”, http://charles-swann-on-her-ground.tumblr.com/

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Josef Thomas Petsovits, "Sex and dying", da http://josef-thomas-petsovits.tumblr.com/

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Foto di Camilla Cattabriga, da http://camillacattabriga.tumblr.com/

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