Dal corpo alla mente

C’erano stati i soliti battibecchi per il turno alla cassa del supermercato: gente che cercava qualsiasi scusa per saltare la lunga fila, maleducazione, malignità, prepotenze. La signora che aveva visto già diverse volte, con cui ogni tanto aveva scambiato poche parole, si era lasciata prendere dai nervi e aveva litigato furiosamente con un cliente abituale molto arrogante, sgradevole, seppure dall’aspetto a prima vista distinto. All’uscita la trovò riversa sul marciapiede, priva di sensi. Si chinò su di lei e cercò di rianimarla, rimettendo intanto nei suoi sacchetti tutto quanto si era sparso a terra. Aveva un colorito smorto, ma non sembrava che avesse subito danni di sorta. Solo uno sbalzo di pressione, disse quella non appena riuscì a riprendersi un po’. L’aiutò ad alzarsi e le chiese se avesse bisogno di aiuto, lei rispose di no, pur con un grazie. Ma poco dopo che avevano ripreso a camminare si accasciò di nuovo. Stavolta riuscì a sostenerla e visto che erano vicino, con l’aiuto di qualcuno che non riuscì a identificare e che si offrì di reggere i sacchetti, la portò su a casa sua. Non sapeva che altro fare in quel momento. Aveva istintivamente la certezza però che si trattasse di una crisi… come poteva definirla, psichica, mentale, interiore… forse più esistenziale. Un disagio che si riversava sul suo corpo. Era pallida, esaurita, irrigidita nei muscoli, nei tendini, nelle estremità, nelle fattezze del viso, pensò mentre la depositava sul letto. La spogliò completamente allora, spalancando le braccia e le gambe, legandole polsi e piedi alle sponde. Quando lei si riprese di nuovo, ritrovandosi nuda, immobilizzata, aperta ed esposta intimamente alla sua vista, prima si guardò intorno incredula, quindi prese a urlare lanciando occhiate colme di terrore nella sua direzione. Ma si accorse presto che non si muoveva, si limitava a osservarla sedendole proprio di fronte, e allora passò agli insulti, a una scarica di offese anche molto volgari. Continuò a guardarla in silenzio pure quando lei smise di gridare, di pronunciare frasi rabbiose, per passare a domande concitate, colme di angoscia: perché quell’aggressione maniacale, perché proprio lei, che cosa aveva intenzione di farle e via così, a lungo. Ma non rispose e lei a un certo punto si mise a piangere, a singhiozzare, a lamentarsi, per poi ricominciare a urlare con quanto fiato aveva in gola. Fino a che non apparve spossata e chiuse gli occhi. Dormiva, si accorse diversi minuti più tardi. E non si mosse di lì per ore, con lo sguardo sempre posato sul corpo nudo, la carne, i seni, i genitali esposti. Quando la vide muoversi, forse stanca di quella posizione, la sciolse, la voltò a pancia in giù, la sollevò sulle ginocchia, la piegò in avanti poggiando la testa sul cuscino, le aprì le gambe e legò insieme polsi e caviglie di uno stesso lato. Ora mostrava interamente alla sua vista non solo la vulva ma anche l’ano. Non appena riaprì gli occhi e si ritrovò in quella posizione ancora più oscena, la donna riprese a urlare, a singhiozzare, a piangere, lanciando altri insulti. Si alzò quindi e ancora in silenzio le carezzò delicatamente la schiena, il collo, i glutei, a lungo, tornando poi a sedersi e a guardarla. Lei continuò a strepitare fino a che non le si chiusero gli occhi di nuovo. A quel punto si alzò per spostare la sedia accanto al letto e riprese a carezzarla con delicatezza. Trascorsero altre ore. Era arrivata la sera, si accorse. Proseguì però per quasi tutta la notte. Solo poco prima dell’alba sciolse le corde e la fece distendere comoda, osservando i suoi movimenti mentre si girava da un lato. Dormì a lungo, era ormai mattino inoltrato quando riprese coscienza. Si guardò intorno e nella camera non c’era più nessuno. Andò nel bagno accanto, si lavò, si rivestì e attraversò la porta. Si incontrarono in cucina, c’era un intenso odore di caffè. La invitò a sedersi, gliene offrì una tazza assieme a biscotti, chiedendole se desiderasse altro. Lei era confusa, disorientata, ma si scorgeva un’espressione più serena negli occhi e nel volto. Le chiese se volesse essere riaccompagnata a casa, lei sul momento non seppe che dire e rimase per un po’ sovrappensiero. Forse dovrei ringraziarla… fece qualche minuto più tardi. Non so… non saprei come spiegarlo, aggiunse, mi sento… sì, molto meglio… Le sorrise. Mi fa davvero piacere, rispose soltanto. Ora… almeno ora, riprese lei, sto bene davvero. Non mi capitava da così tanto tempo… Ma lei chi… che cosa è… Non sono nessuno, signora, proprio nessuno, disse dopo una lunga pausa di silenzio, accompagnandola alla porta con i suoi sacchetti.

 

 

 

Foto presa dal web

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Foto presa dal web e modificata

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Ashley MacLean, "Wrist", da http://ashleymaclean.tumblr.com/

Ashley MacLean, “Wrist”, da http://ashleymaclean.tumblr.com/

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