Esseri mutanti, maschere, orgasmi

Non ricordava più se l’avesse sognato o immaginato: la scena comunque era rimasta impressa nella sua mente. Due esseri che si muovevano in quella che sembrava una normale casa: mobilia, arredi. Solo che avevano teste di animali: equini, suini, felini, canidi, bovini e molto altro: sembravano mutare continuamente. Maschere forse, che cambiavano a ogni scena: pareva che interpretassero quadri di una rappresentazione teatrale, benché atteggiamenti e posizioni dessero un’impressione di naturalezza. Era in realtà come se le azioni si susseguissero davanti ai suoi occhi con intervalli di appena qualche frazione di secondo, come in un film risalente agli albori del cinema. A tratti però le teste si rivelavano umane, sebbene i visi fossero occultati da quelle maschere carnevalesche. Ricordava infatti che a un certo punto era sorta nella sua mente una domanda sulla vera natura dei due individui, ma non aveva trovato risposte. Forse non le aveva nemmeno cercate, però. La sua attenzione era attratta soprattutto dalle scene in sé: quadri erotici in pose sofisticate o sconce, romantiche o crude, ironiche o intensamente sentimentali, tenere o sadomaso. Rammentava bene inoltre i seni maturi dell’essere che appariva femmina, il petto del maschio costellato di peli, pur non eccessivamente folti. Nudi entrambi tranne che per le mutande che indossavano: simili, sembravano unisex, ammesso che esistessero indumenti intimi di tale genere, tenne a dirsi. Ne dubitava molto. Poi, non sapeva come, i due si erano disfatti anche di quelle e la donna aveva messo in mostra un pene turgido, lo scroto cosparso di una peluria rada, le palle che dondolavano allo stesso ritmo delle mammelle mentre accarezzava il ventre dell’uomo che terminava in una vulva dalle labbra carnose, un clitoride grosso, ben visibile, e intorno una soffice pelliccia sulla quale si erano formate gocce di fluido. Gli infilò un dito nella vagina appoggiandone un altro sul clitoride, lui gemette e le prese il pene con una mano, portandoselo verso una guancia e quindi alla bocca. Lei eiaculò fra le sue labbra mentre lui agitava il bacino nell’orgasmo, le stringeva i seni, i capezzoli con le dita, così forte da farla urlare e spingere la verga fino alla sua gola, quasi a soffocarlo. Su quello che era accaduto dopo non aveva memoria. O meglio, ricordava solo un insieme indistinto di suoni: sospiri, rantoli, singhiozzi umani mescolati a versi di numerosi animali. E uno sfiorarsi di membra, gli parve, uno sfregarsi di pelli ferine. Ma anche odori, odori selvatici, acuti, pungenti, non filtrati da saponi o aromi o da altro di artificiale. Odori che toglievano il respiro però insieme eccitavano i sensi. Profumi che, ricordò in quel momento, avevano dato al suo essere una più intensa consapevolezza della propria presenza nel mondo. Era stato allora, appunto, che la coscienza razionale aveva ripreso il controllo del suo intimo. Non del corpo invece: aveva il fiato corto, ansimava tuttora nei postumi di un orgasmo che non riusciva a rammentare di avere avuto. E sentiva addosso il calore umido dei propri umori.

 

 

 

Ambrose & Wether, "Untitled", da http://ambrose-and-wether.tumblr.com/

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Ambrose & Wether, "Master Ron", da http://ambrose-and-wether.tumblr.com/

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Foto presa dal web e modificata

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