Ennesimo giorno: cacofonie dei sensi, odore di sesso e gelsomini

Si ritrovò all’aperto in una cacofonia di voci, musiche, suoni, rumori, capigliature dipinte, scolpite, teste deformate, occhiali inutili, smalti, trucchi, rossetti, depilazioni femminili e maschili, tatuaggi, capi d’abbigliamento, accessori, monili in colorazioni incompatibili e sgargianti, vestiti ampi come paracadute svolazzanti, rotoli di grasso oppure ossa che emergevano da tessuti elastici e attillati, corti, striminziti, cinte strettissime che facevano assomigliare coloro che li indossavano a prigionieri legati come salami o a schiavi condotti verso la consunzione. E cibi, bibite ammassati ovunque, senza alcuna distinzione di qualità, aroma, sapore, che ogni persona sul posto ingurgitava senza accorgersi di ciò che erano né di che cosa contenevano. Si guardò intorno senza capire dove si trovasse, eppure conosceva quel luogo: era il luogo dove da tanti anni ormai abitava benché non lo amasse per niente. Una città piena di opere d’arte e però tutto sommato volgare, anzi decisamente oscena. Monumenti utilizzati come sedi di rappresentazione, non di eventi culturali bensì di chi tali eventi organizzava e spesso interpretava: di se stesso o di se stessa dunque. Politica, strategia della comunicazione o prevalenza sugli altri proprio attraverso la comunicazione. Monumenti che si sovraccaricavano perciò di linguaggio che non aveva però niente a che fare con quanto gli stessi monumenti intendevano esprimere, ammesso che lo volessero comunque: linguaggio secondario, sovrapposto, ancora meglio giustapposto, linguaggio che non parlava davvero ma tendeva a comunicare semplicemente se stesso; urlava cioè, riempiva esclusivamente le orecchie stordendo l’interlocutore, potenziale o riottoso. Un fattore ulteriore di cacofonia, si disse, come gli odori sgradevoli a bizzeffe sui passanti, a zaffate, profumi costosi o meno, dolci o aspri, mescolati a tanfo di sudore, di grasso, di roba fritta, di pelle unta, di forfora. Tutto immagazzinato in quel luogo, si sorprese a meditare in un attacco di nausea: ebbe perfino un capogiro. Era come messo lì e combinato per colpire i sensi allo stomaco (già), per eccitare la parte estetica di ognuno. Ma soltanto questa. Quel microcosmo, o quel mondo, si rese conto, aveva in pratica decretato il divorzio fra i sensi e la ragione, l’eccesso e la temperanza, per dirla in parole diverse, o tra la raffigurazione e il giudizio, tra l’affermazione e il senso critico. Tutti assorbivano tutto, scegliendo in tal modo di subirne il dominio. Pure dei potenti, naturalmente: non sapevano più distinguerne le parole dagli atti, una cosa oramai molto diversa dall’altra. Quel mondo in effetti era arrivato a tal punto nell’assillo del consumo, dell’usa e getta, che aveva l’impressione di trovarsi davanti a un immenso coito portato a termine di premura: monta, pompa bene ed eiacula, scaricati, fatti montare, cola, non è necessario che godi, che godete, magari scattati o scattatevi una foto (o più foto) e mostratela al mondo, pronta da consumare; chi la guarderà di sicuro si masturberà e arriverà presto a quella che definirà un’estasi e però non sarà altro che un ulteriore scarico di adrenalina condita di ormoni maschili oppure femminili. E questo ventiquattro ore su ventiquattro (o H24, come si preferiva dire ormai), senza soste, azzerando l’alternanza sonno-veglia o attività-riposo-ozio. Azione, azione perenne, sostenuta non solo da cibi-porcheria ma anche da alcol e droghe: così ci si sentiva positivi, creativi, vincenti. E consumanti (si diceva così?). Era questo che pensava aggirandosi per il grande slargo vicino a casa, adesso lo aveva finalmente riconosciuto, aveva recuperato l’orientamento. Ma i sensi staccati dal cervello, strappati letteralmente alla psiche, non erano in grado, ne aveva la concreta certezza, di procurare reale godimento. Solo fermarsi, ascoltare, assorbire, rendersi ricettivi, passivi, insomma non fare un cazzo ogni tanto, immersi nel silenzio possibilmente, permetteva di capire o quantomeno di meditare, farsi domande, elaborare, acquisire una qualche forma di coscienza. E di conoscenza. Se si fotteva bisognava sapere di fottere, in sostanza, assaporare sulla pelle e anche nel pensiero l’atto di fottere. E così se ci si masturbava, con il proprio corpo o con il corpo di un altro o di un’altra. Era sapere e saper gustare senza fretta tutto ciò che si stava facendo, qualsiasi cosa si stesse facendo, a portare autentica soddisfazione, senso di appagamento. E valeva per il lavoro, per il tempo libero, le arti, la politica, i rapporti sociali allo stesso modo che per il sesso o per pisciare e cacare. Più guardava quella gente quindi, quell’affannarsi a consumare e quei monumenti così muti e nudi e osceni intorno, e più chiaramente avvertiva la verità, ma sopra ogni cosa l’urgenza di quest’ultima considerazione. Il contrario, ossia l’ingozzarsi senza ritegno soltanto degli elementi materiali dell’esistenza, era come scambiare l’odore dello sperma o dei fluidi della vulva per profumo di gelsomino, concluse fra sé mentre ne annusava i fiori nel cortile del condominio. Una delle poche cose belle di quel palazzo, se non l’unica: il sesso era tutt’altro discorso. E si chiuse in fretta il portone alle spalle.

 

 

 

Massimo S. Volonté, "City sickness – 298", da https://msvphoto.wordpress.com/

Massimo S. Volonté, “City sickness – 298”, da https://msvphoto.wordpress.com/

Cristina Rizzi Guelfi, da http://cristinarizziguelfi.tumblr.com/

Cristina Rizzi Guelfi, da http://cristinarizziguelfi.tumblr.com/

Cristina Rizzi Guelfi, da http://cristinarizziguelfi.tumblr.com/

Cristina Rizzi Guelfi, da http://cristinarizziguelfi.tumblr.com/

Georgesmiley, "With Brooke Lynne, at home", da http://georgesmiley.tumblr.com/

Georgesmiley, “With Brooke Lynne, at home”, da http://georgesmiley.tumblr.com/

Georgesmiley, "Self shot with April Hutchinson at home, in NYC", da http://georgesmiley.tumblr.com/

Georgesmiley, “Self shot with April Hutchinson at home, in NYC”, da http://georgesmiley.tumblr.com/

Giulia Bersani, "Empty me in my empty new house", da http://megiuliabersani.tumblr.com/

Giulia Bersani, “Empty me in my empty new house”, da http://megiuliabersani.tumblr.com/

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