La dissoluzione della forma: immagini e parole di Cristina Rizzi Guelfi

La questione è antica: la Gestalt dello sguardo. La forma, o meglio la configurazione, che l’occhio e il cervello danno alle cose e agli esseri osservati. Il che implica in sé una classificazione in base a idee o a categorie teoriche che agiscono nella mente per scelta, pure inconscia, o perché socialmente indotte. Un oggetto qualsiasi o un corpo qualsiasi sono in sostanza distinguibili e catalogabili come elementi di conoscenza se è possibile commisurarli al concetto che abbiamo di ciascuno. Ma ciò comporta anche un giudizio: solo di valore a volte (utile, inutile, inquietante, confortante, stimolante e via di seguito) però spesso anche di natura estetica (bello, brutto, affascinante, orripilante…). Un giudizio che, considerando le idee preesistenti nella psiche come termini di paragone, è in tanti casi pure pregiudizio: tendiamo ad accettare, ad apprezzare ciò o chi riteniamo rispondente ai criteri che ci siamo costruiti o abbiamo preso per buoni. Oggi più che mai, bisognerebbe aggiungere, dato che l’immagine ha preso il sopravvento su ogni altro aspetto dell’essere.

Ma i pregiudizi sono di lunga data, si sa. In fotografia si muove oggi su questo impervio terreno la svizzera Cristina Rizzi Guelfi, che ha messo in atto un percorso di ricerca originale (multimediale o anche multisensoriale, perfino multi-mentale, si può definirlo) pur sulla scia di autori che l’hanno preceduta. Nel passato più o meno recente, tra i tanti grandi costruttori di immagini aveva infatti acuta coscienza della “percezione giudicante” Diane Arbus, che si dedicò a riprendere così i freaks, le persone brutte o “anormali” o che si trovavano soltanto poste in contraddizione con il concetto corrente di bellezza, scompaginando i criteri estetici del suo tempo e mettendo peraltro in rapporto dialettico (basta guardare con attenzione le espressioni spesso ambigue dei suoi modelli) ciò che ognuno era, ciò che all’occhio altrui appariva e ciò che invece voleva mostrare, con questi tre aspetti il più delle volte in contrasto fra di loro. Su una simile falsariga hanno agito poi altre personalità come Nan Goldin, Larry Clark o Nobuyoshi Araki, sebbene scavando soprattutto nell’intimità pure inconfessabile, sconcia (porno) degli individui, senza per questo disdegnare però anche i momenti di adesione, di emozionante tenerezza. Come la stessa Arbus, del resto. Il risultato comunque in tutti i casi appare analogo: la bellezza non è per principio armonia “borghese”, decoro dell’immagine, lirismo non urticante; e il soggetto, che ritrae oppure è ritratto, non risponde al canone socialmente imposto dall’utilitarismo capitalista, ossia la scena di per sé educativa, edificante o anche modaiola, soprattutto commercialmente sfruttabile, pure e specialmente nelle pose erotiche (patinate, per lo più). Insomma, bellezza canonizzata che intrattiene ma senza fare pensare, che non induce in chi osserva dubbi o interrogativi su di sé o sul proprio essere al mondo. Meno che mai istinti: quelli devono rimanere riservati, nascosti, al massimo appena accennati. Verrebbe da dire in tale contesto che la pornografia presenta un tasso di ipocrisia molto più basso.

Il soggetto invece è ben più composito di quello che si vede: fatto di ragione che interroga la realtà e anche di pulsioni che vi si immergono o vi si scontrano, per esempio. Ma non solo: i suoi aspetti sono innumerevoli. Per questo lo spirito a volte fa fatica, e tanta, per raggiungere un compromesso minimamente utile alla sopravvivenza nel mondo stesso: troppi canoni imposti, troppi pregiudizi a fronte di desideri, sogni, fantasie, idee, speranze, aspettative. E voglia di evoluzione, cambiamento, analisi, esplorazione, scoperta. Proprio davanti a tale impasse, peraltro dopo il riflusso della rivolta giovanile, sessantottina e oltre, e di fronte alla morte delle avanguardie artistiche e/o letterarie, Francesca Woodman cercava disperatamente di ri-costruire (e lei stessa lo scrisse, peraltro) o di allestire ex novo una forma di innocenza dello sguardo. E lo faceva tramite la coincidenza fra autore e modello delle sue foto: riprendendo se stessa, in sostanza. Nuda il più delle volte, però sfocata, mossa, “sporcata”, deformata, raddoppiata, moltiplicata… con lo scopo di disorientare l’occhio del proprio pubblico. E cercando in questa maniera di dissolvere i pre-giudizi dell’osservatore benché sapendo dentro di sé, forse, che si trattava di un’operazione pressoché impossibile. Di un fallimento annunciato, in definitiva: secondo Antoine D’Agata infatti le uniche immagini davvero innocenti sono gli scatti familiari e le foto segnaletiche (di qui le sue scene senza fuoco, senza centro, che spesso ritraggono rapporti sessuali espliciti ma con contorni umani che si confondono, tendono all’astratto, anzi al trascendentale kantiano, al fine proprio di sputtanare le categorie che sottendono ai preconcetti del pensiero dominante). La Woodman agiva insomma per scombinare la Gestalt dell’osservatore dando di sé contemporaneamente l’immagine di persona (soggetto e pure oggetto), modella, icona (ma desacralizzata ancorché pure narcisistica ‒ di qui la sua grande influenza su tanti autori, ma più spesso autrici, del presente ‒ sulla falsariga del concettuale e della performance art), interprete, autrice, “configuratrice”: mostrava in sostanza ciò che era (oppure non era), voleva (o non voleva) credeva (oppure temeva) di essere, sovrapponendo in tal modo nelle sue foto (o magari giustapponendo, è più preciso) un cumulo di significati tutti possibili ma che di frequente stridevano fra loro, con il fine dichiarato di articolare “alcune disordinate geometrie interiori” (titolo dell’unico volume pubblicato in vita) che risultassero in grado di costringere lo sguardo altrui a disfarsi delle categorie d’analisi predefinite, recuperando così una qualche forma di “verginità”.

Ma si potrebbero fare moltissimi altri nomi, sotto tale prospettiva: quelli appena citati sono frutto sia di una conoscenza limitata (tanto del panorama fotografico quanto delle tecniche) sia di gusti del tutto personali. Sulla questione della Gestalt dello sguardo, in ogni caso, sembra decisamente concentrata anche Cristina Rizzi Guelfi, come detto. Che con il senso del tempo attuale, quello della postmodernità (dove l’immagine è tutto, e non soltanto nelle attività creative), si spinge ancora più avanti. L’autrice elvetica sembra partire dall’assunto espresso da Walter Benjamin in “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”, secondo il quale una foto è incompleta senza parole a corredo, se è priva cioè di una didascalia. Uno scatto fotografico infatti “congela” il tempo in qualcosa che c’è stato ma non c’è più, come ha scritto poi Roland Barthes in “La camera chiara”, alludendo insieme a tutto ciò che potenzialmente è rimasto fuori dall’inquadratura. Un grumo di esistenza e/o di ambiente, in altre parole, è confluito nell’immagine coagulando in sé tutto quanto lo ha preceduto e delineando soltanto in via ipotetica la possibile evoluzione della scena ripresa. Ma è meglio dire le possibili evoluzioni, perché in realtà sono numerose, e potrebbero perfino negarsi a vicenda. Allora solo la didascalia, hanno sostenuto anche scrittori come Michel Tournier o Julio Cortàzar (non sono però i soli, tanti altri hanno condiviso idee analoghe), può restituire in qualche modo alla scena o al soggetto quel divenire che lo scatto ha bloccato. Di questo la Rizzi Guelfi mostra di avere piena coscienza. Come del resto di un altro e diverso assunto, c’è da aggiungere, quello di Susan Sontag in “Sulla fotografia” secondo cui anche la didascalia più perfetta è soltanto una delle possibili interpretazioni dell’immagine: in pratica, a volte non fa che moltiplicare i modelli di configurazione che è possibile applicarvi. Non è in grado di produrre spiegazioni univoche, detto in altri termini.

Applicando assieme entrambi questi diversi criteri al proprio lavoro, forse anche per via della sua formazione in origine cinematografica (ha studiato da regista, mentre nella fotografia è autodidatta; e il cinema è il luogo dove da decenni ormai convivono immagini, movimento e parola), l’autrice crea così in diverse occasioni composizioni miste di foto e linguaggio scritto, da lei stessa prodotto (e spesso ha usato solo quest’ultimo) o tratto da opere letterarie (ha collaborato fra l’altro a libri e pubblicazioni varie di foto e versi), facendo dialogare i due mezzi che a tratti paiono completarsi, anche se in realtà sommano il carico di significati molteplici che si portano dietro, mettono in atto un complesso e fitto (a tratti perfino oscuro) rapporto di rimandi e scambi che tali significati di fatto non soltanto moltiplicano ma squartano, sminuzzano, nella maggior parte dei casi mettendoli né più né meno che in contrapposizione a partire proprio della loro natura sostanzialmente diversa, il loro riferirsi a sensi differenti, in modo che il continuo rimpallo dell’uno all’altro spiazzi letteralmente l’osservatore, che vede così la propria Gestalt perdersi in un vuoto di criteri: ogni configurazione possibile non solo si confonde ma decisamente si sbriciola, per poi dissolversi completamente; in ciò sollecitata peraltro da immagini che a Francesca Woodman devono in buona misura come fonte ispirazione (benché la Rizzi Guelfi si serva pure di altri modelli, oltre a se stessa) e che, presentate spesso in serie, mettono di frequente in scena la sparizione fisica del soggetto ripreso: in certi casi attraverso l’esposizione multipla, la ripresa mossa, la sfocatura, l’annebbiamento, magari il semplice mascheramento del viso o l’inserimento di parole scritte nell’inquadratura medesima, in altri tramite la progressiva e totale cancellazione del corpo (suo o meno, talvolta ma non sempre messo a nudo) dall’ambiente che lo conteneva (e in certo qual modo lo limitava).

Una forma qui ancora più radicale, sebbene estraniata, di contestazione del pre-giudizio. Un vero e proprio attacco al cuore della Gestalt di ognuno, su un territorio “dove l’ontologia congiura contro la metafisica, in un vicolo ingorgato da piante rampicanti”, scrive l’autrice in una delle sue diverse composizioni “bipolari”. Perché, è vero, lo sguardo non può essere o ritornare vergine, scevro da categorie, regole, criteri di conoscenza precostituiti, ma la rinuncia pur provvisoria ai pre-giudizi può almeno aiutare ciascuno a “spingersi nel mondo con la quiete degli influenzati, la coscienza della transitorietà e la gravità di un collo greve”. Insomma, a farsi domande preliminarmente, a dialogare con le opere e con gli altri individui, tutti, anche completamente diversi da sé, e per questo ad abbandonarsi (sì, abbandonarsi) all’ascolto. In cambio, aggiunge non senza amara ironia la stessa Cristina Rizzi Guelfi, se come sembra è ormai troppo difficile cambiare questo mondo, mutare prospettiva, disfarsi della dicotomia essere-apparire-prevalere-dominare (e uccidere, fisicamente oppure metaforicamente), oltre che del greve, schiacciante, asfissiante predominio della funzione mercantile in quasi ogni aspetto dell’esistenza, comunque ci “si può vantare della clemenza per i contorni”, del “non lamentarsi per poco”, della “transitorietà delle pene”.

 

Le immagini, ove non specificato nelle didascalie, sono tratte dai seguenti siti:

http://cristinarizziguelfi.tumblr.com/

http://wordsocialforum.com/2015/04/22/giovani-prospettive-omaggio-di-parole-a-cristina-rizzi-guelfi/

http://it.paperblog.com/visioni-di-cristina-rizzi-guelfi-1218307/

Qui è possibile sapere anche un po’ di più sull’autrice

(Avvertenza: alcune serie di foto sono state da me raggruppate in verticale per maggiore praticità di osservazione)

 

 

 

1 Breton

"Thinking through Francesca", 2014, da http://www.kasparhauser.net/periodici/08%20Woodman/Gr10.html

“Thinking through Francesca”, 2014, da http://www.kasparhauser.net/periodici/08%20Woodman/Gr10.html

3 immagine8

"I miei pensieri sono come nervi. Hanno l’aspetto dei ramoscelli di ciliegio, e ogni tanto c’è un fiore, in punta. Quel tipo fiore i cui petali non possono essere neppure guardati da vicino, basta un piccolo fiato uscito dalla bocca per farli staccare dal ramo. Vanno presi uno ad uno e messi su un foglio di giornale, e fissati con un ferro da stiro spento. In principio i pensieri vanno via, come i petali, poi spuntano nuovi, e sono riflessioni di carne, posseggono la lingua dei druidi o dei sacerdoti di Baal e la loro alchimia mi fiorisce sempre in faccia."

“I miei pensieri sono come nervi. Hanno l’aspetto dei ramoscelli di ciliegio, e ogni tanto c’è un fiore, in punta. Quel tipo di fiore i cui petali non possono essere neppure guardati da vicino, basta un piccolo fiato uscito dalla bocca per farli staccare dal ramo. Vanno presi uno ad uno e messi su un foglio di giornale, e fissati con un ferro da stiro spento. In principio i pensieri vanno via, come i petali, poi spuntano nuovi, e sono riflessioni di carne, posseggono la lingua dei druidi o dei sacerdoti di Baal e la loro alchimia mi fiorisce sempre in faccia.”

"Riproduzioni di un fenomeno"

“Riproduzioni di un fenomeno”

"Riproduzioni di un fenomeno"

“Riproduzioni di un fenomeno”

"Riproduzioni di un fenomeno"

“Riproduzioni di un fenomeno”

"Deve esserci da qualche parte una chiave universale confacente a ogni circostanza, un prontuario fatto di codici di condotta non imposti, come un breviario di carta riciclata tenuto celato da qualche essere umano sbadato un bimbo o ancora meglio un animale: un cervo risolutore tenuto in un giardino."

“Deve esserci da qualche parte una chiave universale confacente a ogni circostanza, un prontuario fatto di codici di condotta non imposti, come un breviario di carta riciclata tenuto celato da qualche essere umano sbadato un bimbo o ancora meglio un animale: un cervo risolutore tenuto in un giardino.”

"Il mondo è pieno di visitatori schivi di una razza che raramente si rivela. Con l'idea simbolica di escursioni fra spiriti guida, fantasmi d'altura, cupidi di montagna, morti di sonnambulismo."

“Il mondo è pieno di visitatori schivi di una razza che raramente si rivela. Con l’idea simbolica di escursioni fra spiriti guida, fantasmi d’altura, cupidi di montagna, morti di sonnambulismo.”

"Storm"

“Storm”

"Paper wall" [servirebbe una narrazione breve. Un paltò,una tappezzeria simile a un divano, i piedi scalzi, tre stramberie, la lentezza ruffiana].

“Paper wall” [servirebbe una narrazione breve. Un paltò, una tappezzeria simile a un divano, i piedi scalzi, tre stramberie, la lentezza ruffiana].

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"Euritmia. Gli occhi non trapassano un bel niente. Non è rilevante determinare. Una visione snaturata ma simmetrica. Se era una, diventano due. Soggetti moltiplicati e resi uguali, davanti a uno specchio. Ma lo specchio è doppio, allora tutto si annulla."

“Euritmia. Gli occhi non trapassano un bel niente. Non è rilevante determinare. Una visione snaturata ma simmetrica. Se era una, diventano due. Soggetti moltiplicati e resi uguali, davanti a uno specchio. Ma lo specchio è doppio, allora tutto si annulla.”

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