Immagini in cortocircuito: le foto di Emanuela Cau

Una narrazione che racconta non la trama in sé, bensì il suo costruirsi come narrazione stessa, e in tal modo svela soprattutto il mondo di chi la compone: pensieri, istinti, fantasmi dell’autore; i suoi tanti io che si riversano nell’opera, insomma, moltiplicando anche i possibili punti di vista così da impedire a se stesso di esprimere una tesi univoca, perciò condizionante, e al fruitore di interpretarla secondo uno o più pre-giudizi, propri o indotti dall’autore medesimo. Il filo conduttore de “Il gioco del mondo” (Rayuela), anti-romanzo del 1963 e capolavoro di Julio Cortázar, ha tracciato di fatto la strada a tutta una serie di testi (più e meglio del noveau roman francese) che a cavallo fra modernità e postmodernità hanno esteso (estendono tuttora, ma soltanto in casi sempre più sporadici) i confini delle arti, spesso abbattendo i limiti fra l’una e l’altra.

Sono infatti narrazioni, sono veri testi le immagini scattate da Emanuela Cau, fotografa sarda con all’attivo studi ed esperienze nel cinema, da attrice e da regista. E proprio alla maniera di Cortázar, si può dire. L’autrice infatti ha rinunciato decisamente alla funzione realistica, o documentaristica, della fotografia (l’occhio, si sa da tempo, non è mai neutrale: guarda ma sopra ogni cosa classifica, seleziona, giudica) per mettere in scena (è la parola giusta, teatrale) piccole rappresentazioni. Storie non strutturate né sviluppate però, tantomeno concluse: piuttosto colte durante il loro farsi, il loro costituirsi come tali. Nei momenti cioè durante i quali il soggetto, sottoposto alle varie sollecitazioni della vita reale (gioie, dolori, sogni, delusioni, desideri, ferite e quant’altro) fa i conti con le proprie pulsioni più profonde: l’eros, l’orgasmo, la morte, la rinascita, la dissoluzione e la ricomposizione, il godimento e la sofferenza; mescolando così tutte le proprie componenti in modo che lo sguardo (di chi scatta e di chi osserva) non possa risultare mai univoco, sia del tutto incapace di articolare una tesi precisa, un giudizio (o un pre-giudizio).

Per fare questo la Cau si affida nella maggioranza dei casi a se stessa come soggetto (oggetto) degli scatti: interpreta le scene (forte anche del suo bagaglio di attrice) esternando il suo rapporto con le pulsioni attraverso l’uso di indumenti, accessori d’abbigliamento, elementi d’arredo, oggetti: spesso giocattoli, maschere, più spesso ancora bambole, da intendere come porte per l’inconscio; ma pure segni sul corpo, che è poi il reale veicolo di ogni pensiero o istinto che si crede di individuare in una foto. Allo stesso tempo però è regista di sé, è lei ad acconciare se stessa e le ambientazioni, è lei che si guarda e si razionalizza, si classifica e si giudica, aggiungendo un ulteriore punto di vista a quelli che si perdono nel groviglio di istinti (animali) interiori: molte volte un pizzico appena visibile di ironia che traspare da lampi degli occhi, a mo’ di cortocircuito con il tuffo nell’irrazionale che la lei intesa come modella sta compiendo. Il che porta a vere e proprie convulsioni dell’immagine, ad autentici orgasmi della mente, delle emozioni e del corpo stesso che fanno ulteriore giustizia di ogni tentativo di dare un senso compiuto (pre-definito) ai suoi lavori.

Il tutto, c’è da aggiungere, ulteriormente sottolineato dai colori carichi, dai grigi marcati (nel bianco e nero) con i quali Emanuela Cau edita le sue foto, a sottolineare appunto (a volte tramite pure la replicazione delle figure) l’antinaturalismo delle scene rappresentate da un lato e dall’altro il loro porsi come “storie”, ancorché inconcluse, accennate e non scritte, mai corredate cioè da didascalie o da testi (titoli, al più); men che meno univoche in ogni caso, come detto. Una rinuncia al realismo presente pure negli scatti dedicati a fenomeni o a elementi naturali: nuvole spesso, ma anche mare, pioggia, vegetazione, animali trattati pure questi come veicoli di pulsioni primigenie oltre che di emozioni, idee o pensieri consci. A parte la corrente pittorica in fotografia (compresi i lavori dei giapponesi Yasuzo Nojima e Minayoshi Takada, e considerati i filtri caldi preferiti da Nan Goldin), vengono in mente esempi mutuati dal cinema (probabilmente indotti dal bagaglio culturale dell’autrice): certe inquadrature di Pasolini, di Olmi (e di suoi allievi e seguaci, cineasti-documentaristi), soprattutto però (passando per Rohmer, per Antonioni e per Wong Kar Wai) immagini dei russi Tarkovskij, Sokurov, dell’inglese Greenaway, di tanti registi nipponici a cominciare (pure qui per fare soltanto qualche nome) da Wakamatsu, Teshigahara, Suzuki, Kurosawa, Oshima, più ancora Imamura, del coreano Kim Ki Duk e di diversi suoi conterranei.

“Quando faccio le foto a me stessa, mettendomi in strane situazioni e circondandomi di strani oggetti, è me che provoco prima di tutto, è a me che ordino di uscire dall’ordinario, di andare incontro all’ignoto, all’irrazionale, la mia strada è una strada perduta, e il mio ostinarmi a percorrerla è del tutto irrazionale, ma è così che il mio inconscio affiora, che esce dal buio e mi dà delle risposte”, ha dichiarato Emanuela Cau in un’intervista. E in una breve autopresentazione sul suo sito spiega di vivere su tre dimensioni diverse ma che interagiscono fra loro: una reale (l’essere soggetto alle cose del mondo), una virtuale (l’autrice che allestisce il set e la “storia”) e una di trasformazione (l’interprete sospesa fra le altre due). “Il passaggio da un mondo ad un altro, da una dimensione all’altra alle volte è traumatico, alle volte benefico”, aggiunge, e “il mio lavoro attuale è quello di mediare e di farli sopravvivere”. Perché solo moltiplicando i punti di vista sul mondo e su se stessi è possibile superare i preconcetti, i pre-giudizi. Solo avventurandosi nel territorio dell’orgasmo (fisico quanto mentale), sul terreno dell’incognito e dell’indeterminato si possono provocare cortocircuiti nell’occhio (e nel cervello) dell’osservatore, costringendolo a rivedere i propri, di giudizi, a guardare via via le immagini come se per ciascuna fosse la prima volta. Come se ogni volta si incamminasse su un percorso del tutto nuovo, tanto per sé quanto per l’autrice stessa.

 

 

 

"Autoportrait"

“Autoportrait”

"Wound"

“Wound”

"Naked queen"

“Naked queen”

"Self-portrait"

“Self-portrait”

"The queen of dolls"

“The queen of dolls”

"Go"

“Go”

"Me and my doll"

“Me and my doll”

"Self-portrait"

“Self-portrait”

"My love"

“My love”

"My love"

“My love”

Senza titolo

Senza titolo

Senza titolo

Senza titolo

"My cloud"

“My cloud”

Senza titolo

Senza titolo

Senza titolo

Senza titolo

"And me"

“And me”

 

Per sapere di più sull’autrice, ecco qui di seguito un’intervista e il suo sito personale, dal quale sono tratte le foto qui riprodotte:

 

http://www.ladonnasarda.it/storie/5330/sono-il-soggetto-di-me-stessa-l-autoscatto-mi-racconta.html

http://emanuelacauphoto.tumblr.com/

 

 

2 risposte a “Immagini in cortocircuito: le foto di Emanuela Cau

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