Camere dello scirocco contro la sofferenza degli altri

Venti, tempeste, burrasche. Lo scirocco, ad esempio, prende il nome dalla Siria: proviene da sudest infatti, dal martoriato Medioriente quindi (ma pure dall’Asia centrale). In Nordafrica, in Libia per la precisione, viene denominato ghibli. Tempeste. Non solo vento però. O meglio, masse d’aria e, da alcuni anni a questa parte ormai, anche di persone che fuggono da ogni sorta di dannazione: guerre, torture, dittature, carestie, fame, sete, assenza di speranze. Anticamente nei Paesi mediterranei si usava difendersi da questo vento caldo e umido chiudendosi in ambienti sotterranei privi di finestre, denominati appunto “camere dello scirocco”. Lì si stava freschi, al riparo dalla iattura dell’aria soffocante. A volte erano ricavate da cantine ma in tanti casi venivano scavate direttamente nella roccia al di sotto delle case. Pareti spesse, impermeabili, in grado di rendere immuni quei luoghi dalla sofferenza che proveniva da lontano. E lo stesso sta facendo in questi ultimi tempi l’Europa: costruisce pareti, spesse, quasi invalicabili, per tenere lontana da sé un’altra sofferenza che arriva da sudest, quella umana. O per filtrarla: è meglio che entri col contagocce, in piccole dosi, per non turbare i nostri bambini, per non costringerci a rivedere, a sconvolgere magari il nostro sistema di vita consolidato. Occidentale. Loro devono sorbirsi le nostre guerre, le nostre lezioni di democrazia, ma che risolvano da sé i problemi che “noi” abbiamo portato nei loro territori. Noi non abbiamo responsabilità: le economie devono girare. Le camere dello scirocco sono tornate quindi, e in tutto il nostro continente stavolta: pareti spesse contro la sofferenza delle “mandrie” che premono ai nostri confini, delle “bestie” che ci assediano (e che come bestie, letteralmente, stiamo trattando). Pareti per difendersi dalla sofferenza degli altri.

 

 

 

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