Incroci fortuiti del dove e del quando (76)

Si accorse che c’era silenzio. Ma non perché mancassero suoni e rumori. Ce n’erano tanti, in effetti, anche troppi: fuori, dentro, fra le pareti, oltre i soffitti, i pavimenti. No, non era affatto per questo. C’era silenzio perché non poteva parlare.

 

 

 

Sasha Kargaltsev, "Shot from performance of Crematorium", da http://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Photographs_by_Sasha_Kargaltsev

Sasha Kargaltsev, “Shot from performance of Crematorium”, da http://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Photographs_by_Sasha_Kargaltsev

Joanne Leah, "Creep", da http://joanneleah.tumblr.com/

Joanne Leah, “Creep”, da http://joanneleah.tumblr.com/

Georgesmiley, "Self shot at the Lighthouse, Berkeley, Ca", da http://georgesmiley.tumblr.com/

Georgesmiley, “Self shot at the Lighthouse, Berkeley, Ca”, da http://georgesmiley.tumblr.com/

"The lamb lies down on Broadway", back cover del disco pubblicato dai Genesis nel 1974

“The lamb lies down on Broadway”, back cover del disco pubblicato dai Genesis nel 1974

Incroci fortuiti del dove e del quando (75)

Da anni oramai trascorreva alcune ore del giorno a cercare autrici e autori che non conosceva: nuovi o anche più antichi, magari classici di cui non aveva mai sentito parlare o non aveva mai pensato a esaminare (a godersi, spesso) i lavori. Opere letterarie o delle svariate forme di arti visive; sempre meno, o quasi per nulla, musicali: ormai da tempo desiderava silenzio intorno a sé. A prescindere da come la pensavano gli stessi autori dal punto di vista estetico, dell’impatto sociale dei loro prodotti, e anche politico, tante volte ne aveva ammirato le creazioni, beandosi di queste sue scoperte, in altre occasioni le aveva trovate interessanti, magari non tutte ma qualcuna almeno, in altri casi ancora ne aveva apprezzato passi, parti, singole componenti: spunti di riflessione, aspetti interessanti i quali, riteneva, lo sarebbero stati ancora di più se meglio o in un’altra maniera seguiti, sviluppati. E questo valeva sia per gli autori dei tempi andati sia per i moderni o i contemporanei. E in tutti questi casi si era trattato sempre di scoperte, di nuove e inedite prospettive che si aprivano alla sua mente. Certo, c’erano state inoltre circostanze nelle quali, di autori, opere intere o singoli lavori che si trattasse, il tutto si era risolto in una pura e semplice perdita di tempo: nessun interesse, nessuno stimolo. O, per certe personalità, esclusive mire commerciali, poteva dire: il piacere di piacere al senso comune. Di questi casi ne aveva incontrati tanti, tanti. Forse troppi, da un po’ di anni a quella parte. E allora, si ritrovò a chiedersi a un certo punto, perché perdere tante ore in quelle ricerche. Salvo a rispondersi: e perché no? Oggi più che mai, aggiunse, tutto è vanità.

 

 

 

Man Ray, "Kiki de Montparnasse", 1922

Man Ray, “Kiki de Montparnasse”, 1922

Henri Cartier-Bresson, "Leonor Fini. Italie", 1933

Henri Cartier-Bresson, “Leonor Fini, Italie”, 1933

Brassaï, "Nude", 1934

Brassaï, “Nude”, 1934

Minor White, "Nude foot", San Francisco, California, 1947

Minor White, “Nude foot”, San Francisco, California, 1947

Minor White, "Untitled"

Minor White, “Untitled”

Minor White, "Movement studies number 56", 1949

Minor White, “Movement studies number 56″, 1949

Carol Stiler, "Shot to the heart", 2013, da http://porn4ladies.tumblr.com/

Carol Stiler, “Shot to the heart”, 2013, da http://porn4ladies.tumblr.com/

foto presa dal web (non sono riuscito a individuare l'autore o l'autrice)

foto presa dal web (non sono riuscito a individuare l’autore o l’autrice)

Carmen De Vos, "Caroline dances - 33", from the series "Creamy", da http://carmendevos.tumblr.com/

Carmen De Vos, “Caroline dances – 33″, from the series “Creamy”, da http://carmendevos.tumblr.com/

Incroci fortuiti del dove e del quando (74)

Che cosa sono, io? La domanda prese forma nella sua mente leggendo un passo di un romanzo di Guido Morselli, “Un dramma borghese” (Adelphi, 1978), pubblicato postumo, come gli altri volumi di narrativa dell’isolato autore bolognese, dopo il suicidio del 1973 nella sua villa di Varese. “Sono un borghese”, aveva scritto a un certo punto Morselli, “senza l’impronta gregaria della specie. Mi diversifico, almeno in questo: in una società di esseri dall’attenzione ‘orizzontale’, la mia è dirittamente verticale. Mentre dilagano gli istinti diffusivi e dispersivi, la parola ridotta a stimolo acustico, le immagini, i suoni, ogni attività di relazione degradata al livello turistico del percepire fine a se stesso, sono uno dei pochi che concentrino i loro interessi; e cioè che ne abbiano. Uno dei pochi, diciamolo, emotivamente intensi, in questo speciale e implausibile significato, aperti alla visione in profondità.” Considerazioni colme di un’ironica disperazione, le aveva trovate, ma anche gravide di interrogativi che dal romanzo si proiettavano direttamente nel suo intimo. Che cosa sono io oggi, si chiese quindi. Partì dal passato: comunista per tanti anni, o meglio leninista; poi piuttosto su posizioni spartachiste, non prive comunque di influenze anarchiche; dopo ancora ripensamenti su ripensamenti a proposito di idee, ideologie, sistemi di vita e d’azione, principi di libertà, di etica, di moralità e tanto altro, ma in sostanza senza mai rinnegare quelle antiche radici volte alla ricerca di un mondo nuovo, un mondo diverso. Perché mentre si proclamava la morte delle ideologie, tutte, se ne imponeva una sola: la speculazione, la strumentalizzazione, il profitto; l’interesse al posto delle passioni. Così, se già negli anni Sessanta del secolo scorso, più o meno, il “borghese” Morselli aveva individuato “l’impronta gregaria” non solo nella sua stessa classe ma in genere in tutte le persone o quasi, se parlava di “attenzione orizzontale”, di “parola ridotta a stimolo acustico”, si disse, il mondo non doveva essersi granché evoluto, meno che mai era diventato diverso, anzi: a parte che le classi erano state sostituite da un’unica marmellata che al più poneva la distinzione solo fra chi poteva “consumare” e chi no, con l’avvento di internet e dei social media tale situazione semmai si era meglio radicata, diffusa, consolidata. Chiacchiere vuote e servilismo verso pretesi individui-guida, capi, capetti, leader, personaggi visibili, prevalenti e/o prevaricanti. Era diventato persino peggio di prima, meditò. E allora chi sono io, nel mondo di oggi? Ecco qual era la domanda esatta da porsi. La risposta più semplice, pensò, sarebbe stata: io sono io. Ma sapeva che non poteva bastare: ne percepiva così tanti, di io dentro di sé, che ne aveva perso il conto. Io è un altro, ricordò che aveva sentenziato Lacan: però anche questa definizione appariva di gran lunga superata, ai suoi occhi. Allora, forse: io non sono io. E’ già un po’ meglio, considerò. Ma ancora non bastava. Non bastava, non bastava per niente. Avrebbe dovuto spingersi molto oltre, lo sapeva. Ma dove… Sapeva pure, d’altronde, che cercare di definirsi era un’evidente manifestazione di burocrazia del pensiero. E smise di pensare, almeno quel giorno.

 

 

 

 

Carmen De Vos, "Ways of a wild heart", from the series "The Scabs official", da http://carmendevos.tumblr.com/

Carmen De Vos, “Ways of a wild heart”, from the series “The Scabs official”, da http://carmendevos.tumblr.com/

Carmen De Vos, "Writer’s block", from the series "Odd stories - Rare histories", da http://carmendevos.tumblr.com/

Carmen De Vos, “Writer’s block”, from the series “Odd stories – Rare histories”, da http://carmendevos.tumblr.com/

Carmen De Vos, "There was this bathroom - 02", from the series "Tiles", da http://carmendevos.tumblr.com/

Carmen De Vos, “There was this bathroom – 02″, from the series “Tiles”, da http://carmendevos.tumblr.com/

Carmen De Vos, "There was this bathroom - 05", from the series "Tiles", da http://carmendevos.tumblr.com/

Carmen De Vos, “There was this bathroom – 05″, from the series “Tiles”, da http://carmendevos.tumblr.com/

Carmen De Vos, "Chaste - 07", from the series "Tiles", da http://carmendevos.tumblr.com/

Carmen De Vos, “Chaste – 07″, from the series “Tiles”, da http://carmendevos.tumblr.com/

Carmen De Vos, "Closing scene - 02" , from the series "Dunderwear", da http://carmendevos.tumblr.com/

Carmen De Vos, “Closing scene – 02″ , from the series “Dunderwear”, da http://carmendevos.tumblr.com/

Carmen De Vos, "Girl manoeuvres - 04", from the series "Dunderwear", da http://carmendevos.tumblr.com/

Carmen De Vos, “Girl manoeuvres – 04″, from the series “Dunderwear”, da http://carmendevos.tumblr.com/

foto presa dal web, modificata ed elaborata

foto presa dal web, modificata ed elaborata

Carmen De Vos, "No pulse, lost soul" , from the series "Hysteria", da http://carmendevos.tumblr.com/

Carmen De Vos, “No pulse, lost soul” , from the series “Hysteria”, da http://carmendevos.tumblr.com/

Incroci fortuiti del dove e del quando (73)

Aveva costruito un blog che da diverso tempo ormai vantava migliaia di visite, riceveva commenti, apprezzamenti… pure critiche, vero, ma erano sempre forme di contatto. Aveva allestito da un po’ anche pagine nei più seguiti social network, scrivendo di molte cose, illustrando, come del resto nel blog, le proprie idee con immagini significative, spesse volte decisamente sconce, per attirare di più l’attenzione: sapeva bene del resto che il sesso era uno dei principali “motori” di internet. E pure in tali pagine aveva ricevuto attenzione, commenti, elogi, biasimi, considerazioni… aveva insomma allacciato contatti. Sì, tanti contatti. Ne poteva contare migliaia e migliaia, poteva dire di conoscere persone (avatar, meglio) in ogni parte del mondo, perché era capace di conversare anche in inglese, sebbene un po’ a fatica. Ma era la lingua prevalente e aveva dovuto adattarsi, superando la propria riluttanza iniziale, a impararla al meglio. E non se ne pentiva ora, anzi. Trascorreva da anni giornate intere a scambiare parole, non solo convenevoli o frasi di circostanza, osservazioni di vario tipo, anche schermaglie al veleno se capitava, con gente di ogni razza, di ogni genere, di ogni età, di ogni opinione. Si sentiva al centro di un immenso flusso di comunicazione, benché a tratti ciò si rivelasse fonte di una sorta di vertigine, non sapeva definirla meglio. Ma passava presto. La maggior parte delle volte trovava la cosa esaltante, al contrario. Era… come se fosse al centro di un universo in continua evoluzione, in fermento inarrestabile. Qualcosa del genere. Nonostante da qualche tempo… magari un po’ di più… crescesse nel suo intimo una sensazione… non voleva pensarci, però tornava ciclicamente a galla nella sua coscienza e riusciva a combatterla sempre meno, si rese conto. Un crescente, un invadente senso di solitudine, si disse un giorno. Riuscì a dirselo, alla fine. A un certo punto aveva dovuto riconoscerlo per ciò che era. Una grande e crescente solitudine che procurava sgradevoli brividi al corpo e alla mente.

 

 

 

Carmen De Vos, "Dream of the Mammon", from the series "The 1212 project", da http://carmendevos.tumblr.com/

Carmen De Vos, “Dream of the Mammon”, from the series “The 1212 project”, da http://carmendevos.tumblr.com/

Carmen De Vos, "Positions - 06", from the series "Pwaar", da http://carmendevos.tumblr.com/

Carmen De Vos, “Positions – 06″, from the series “Pwaar”, da http://carmendevos.tumblr.com/

Incroci fortuiti del dove e del quando (72)

Sognò che aveva un orgasmo e subito dopo si svegliò ritrovandosi in una camera apparentemente normale, con la mobilia e le suppellettili tipiche di tutte le stanze da letto: solo che qui ogni cosa appariva ai suoi occhi un po’ stramba, come fuori dal baricentro. Tra le pareti fluttuava un’indistinta forma fluorescente, che sembrava muoversi come una medusa anche se non ne aveva esattamente i contorni. Somigliava più a un paramecio o meglio ancora a una gigantesca ameba. Pensò che stesse ancora sognando e chiuse le palpebre per qualche istante. Non appena le riaprì, la figura aveva assunto l’aspetto di uomo nudo che pochi secondi più tardi si trasformò in una donna nuda per riconfigurarsi poi in un essere umano anche questo nudo ma di sesso indefinito. Come se stesse cercando, ne ebbe la netta impressione, di interpretare e reincarnare il sogno che aveva fatto, che ora però ricordava solo vagamente, ma facesse fatica a metterlo a fuoco con precisione. Un individuo alieno in grado, seppure entro certi limiti, di cogliere i suoi pensieri, i suoi desideri, perfino i suoi rimpianti forse. Come l’immenso mare di “Solaris”, romanzo di fantascienza del grande autore polacco Stanislaw Lem, che aveva letto tanti anni prima e mai dimenticato. Una mente del tutto estranea e comunque capace di stabilire contatti empatici, chissà. Con la coda dell’occhio notò sul comodino qualcosa che solo un istante prima non c’era. Oppure non ci aveva fatto caso. Si voltò e vide un libro: era proprio “Solaris”, lo riconobbe immediatamente dalla copertina. L’essere fluorescente intanto fluttuava con più elasticità, ondeggiando vigorosamente come se tentasse di esprimere qualcosa: magari un’aspettativa di gratitudine, meditò, anche se non si sentiva in grado di decifrare con nettezza quel segnale. Nel frattempo altri oggetti entrarono nel suo campo visivo: un schermo posato sopra un tavolino e sul quale scorrevano a migliaia titoli di film, testi di poesie, narrazioni, discorsi interrotti, opere d’arte, disegni, schizzi, foto; un vassoio colmo di una colazione abbondante adagiato ai piedi del letto con un pacchetto di sigarette, un accendino, un portacenere; armi automatiche di vario tipo, palline di gomma, un vaso con fiori variopinti sul davanzale di una finestra, una gomma da cancellare, chissà come mai; una spugna naturale immacolata, un antico carillon. Man mano che li guardava, questi oggetti però sparivano e al loro posto ne apparivano altri, molti ai quali non aveva mai pensato, tanti che per la verità aveva sempre ritenuto inutili, compresi titoli e servizi di passati telegiornali proiettati in ologrammi che duravano pochi attimi. Nel frattempo la forma fluttuante si era fatta sempre più vicina al suo corpo, fino a che vi si distese sopra aderendovi come una seconda pelle. Avvertì su di sé dapprima una sensazione di freddo, poi il tepore di un altro organismo di carne e sangue. Molto piacevole, stimolante. Subito dopo presero a configurarsi, non capì se nella camera stessa o solo nella sua mente, volti e membra di numerosi individui, persone alle quali ricordava di avere voluto bene ma anche a cui sapeva di avere fatto del male in diversi modi. E si sentì crescere dentro una specie di desiderio impotente, quindi un dolore sordo che divenne via via più forte, poi lancinante quando il suo corpo cominciò a sollevarsi dal letto mentre mobili, suppellettili, l’intera camera cominciavano a svanire. A un certo punto fu come se dall’essere che lo teneva incollato a sé fuoriuscissero punte acuminate che si conficcavano nei muscoli, li attraversavano lacerandoli brano a brano con una lentezza che trovò esasperante, così insopportabile che gemette varie volte, lanciando di seguito grida acute. Nessuna reazione dall’essere, che emanava una sorta di remota indifferenza mentre lo trasportava verso chissà dove attraverso un etere completamente vuoto, cosparso di luce autunnale, perlacea. Avrebbe voluto chiedere a quella forma che intenzioni avesse, dove volesse arrivare con i suoi atti, i regali che sembravano scelti a caso, le torture fisiche e psichiche ormai insostenibili. Anche se pian piano il dolore si trasformò, con sua grande sorpresa, in un godimento intenso delle viscere e del cervello. Uno stato di estasi profonda che fece emettere un altro urlo alla sua bocca. Ma più che altro era stato un lungo sospiro, capì. E si rese conto in quel medesimo istante, in quello stato di arcano e dolente piacere, non sapeva definirlo in altro modo, che era inutile, che era impossibile interrogare, sondare, cercare di capire una mente aliena. Tantomeno giudicarla.

 

 

 

immagine presa dal web

immagine presa dal web

foto presa dal web, modificata ed elaborata

foto presa dal web, modificata ed elaborata

foto presa dal web, modificata ed elaborata

foto presa dal web, modificata ed elaborata

Sigourney Weaver in una scena del film "Alien - La clonazione" (1997)

Sigourney Weaver in una scena del film “Alien – La clonazione” (1997)

Copertina dell'edizione dei Classici Urania di "Solaris", di Stanislaw Lem

Copertina dell’edizione dei Classici Urania di “Solaris”, di Stanislaw Lem

Copertina di un'edizione tascabile americana di "Solaris", di Stanislaw Lem

Copertina di un’edizione tascabile americana di “Solaris”, di Stanislaw Lem

Wendy Bevan, "Valentine" da http://porn4ladies.tumblr.com/

Wendy Bevan, “Valentine” da http://porn4ladies.tumblr.com/