Parentesi gaargh

pensiero instabile
la musa in pausa
fa diesis

 

 

Rick Poston, da Intimacy & Innocence, Edith J - Come on in my kitchen - Minneapolis, http://rickposton.tumblr.com/

Rick Poston, da Intimacy & Innocence, Edith J – Come on in my kitchen – Minneapolis, http://rickposton.tumblr.com/

Rick Poston, Intimacy & Innocence, Rayne Tupelo - And for this gift I feel blessed - NYC, http://rickposton.tumblr.com/

Rick Poston, Intimacy & Innocence, Rayne Tupelo – And for this gift I feel blessed – NYC, http://rickposton.tumblr.com/

Rick Poston, da Intimacy & Innocence, Lena, NYC, http://rickposton.tumblr.com/

Rick Poston, da Intimacy & Innocence, Lena, NYC, http://rickposton.tumblr.com/

foto presa dal web

foto presa dal web

foto presa dal web, modificata ed elaborata

foto presa dal web, modificata ed elaborata

foto presa dal web, modificata ed elaborata

foto presa dal web, modificata ed elaborata

foto presa dal web, modificata ed elaborata

foto presa dal web, modificata ed elaborata

Rick Poston, da Intimacy & Innocence, April Hutchinson & Yesenia - With a word she can get what she came for - NYC, http://rickposton.tumblr.com/

Rick Poston, da Intimacy & Innocence, April Hutchinson & Yesenia – With a word she can get what she came for – NYC, http://rickposton.tumblr.com/

foto presa dal web

foto presa dal web

foto presa dal web, modificata ed elaborata

foto presa dal web, modificata ed elaborata

elaborazione grafica di un'immagine presa dal web

elaborazione grafica di un’immagine presa dal web

elaborazione grafica di un'immagine presa dal web

elaborazione grafica di un’immagine presa dal web

Foto che parlano, foto che balbettano, foto che tacciono

Migliaia ormai le fotografie che ho visto, centinaia quelle pubblicate in questo blog. Eppure ‒ senza comunque dimenticare di essere del tutto profano in questo campo ‒ sono poche le immagini che mi hanno colpito davvero. Quelle che “parlano” da sole, intendo, quelle che non avrebbero bisogno nemmeno di un titolo o di una didascalia per mettere in moto il caratteristico meccanismo che a partire dall’occhio innesca nel cervello un groviglio di pensieri, interrogativi, elucubrazioni. In una parola, la suggestione visiva che si fa idea. A prescindere naturalmente dagli scatti dei grandi autori della storia o da personalità che lasciano tuttora il segno in questo campo. Ma sono poche, ripeto.

Ho utilizzato moltissime foto per accompagnare testi di diversi generi e toni, e il più delle volte ho trovato che esse diventavano espressive proprio perché venivano a contatto con le parole, perché “dialogavano” con queste. Un po’ come la maggior parte delle colonne sonore dei film, tanto per intenderci. E proprio come queste musiche, che isolate dalle pellicole si ritrovano “mute” (quando a volte non addirittura “pallose”), numerose immagini guardate senza testi è come se balbettassero, se perdessero quasi del tutto la capacità di “parlare”, di suscitare qualcosa se non semplici impressioni estetiche. Belle, a volte, belle nelle ambientazioni, nelle posizioni dei soggetti, nei contrasti o nelle composizioni di luci e ombre o dei colori. Ma belle e basta. Il che di fatto riduce il loro valore a mera espressione di esteriorità. Mancano insomma di verità, fisica o psichica, potremmo dire di sostanza. O di spessore. Perdono quella “terza dimensione” che induce chi le guarda a domandarsi che cosa c’è tutto intorno, che cosa è che non si vede e però si può immaginare (come scriveva Roland Barthes ne La camera chiara), a formulare dentro di sé domande intorno alla vita, propria e altrui.

Mancano di verità proprio perché ormai da tempo è chiaro che le immagini non esprimono verità. O meglio, non più nella società dell’immagine quale è quella in cui viviamo oggi. Un grande autore (questo sì) come Antoine D’Agata ha giustamente osservato che gli unici scatti “innocenti” sono quelli casalinghi o le foto segnaletiche della polizia. Il resto è artificio: messa in posa, selezione del soggetto o dell’oggetto, taglio, luce, tonalità, messa a fuoco e quant’altro dipendono dalle scelte di chi realizza l’opera, da ciò che si “vuole” mostrare, cosicché la prima cosa con cui un fotografo deve fare i conti è il “proprio” occhio, la propria percezione delle cose e delle persone. Ossia, le proprie idee sull’esistenza, sulla società in cui vive, la consapevolezza del suo lavoro.

Presa così allora (e credo che non ci sia altro modo di intenderla) la fotografia funziona né più e né meno che come la pittura, la scultura, il collage, la videoinstallazione, la performance, il cinema, il teatro, la scrittura di testi in prosa o in poesia. Presa così la fotografia non è né più e né meno che letteratura. Presa così, si può affermare in definitiva, ogni attività artistica (anche documentaria) è letteratura (di qui pure la scelta da parte mia del titolo di questo blog e della classificazione nella categoria “letteratura” di tutti i post che fin qui ho pubblicato, parlassero di libri o di lavori visivi o anche di musica). E una volta inteso come “operazione letteraria”, qualsiasi atto creativo dipende non solo dal mezzo tecnico ma anche dalle idee che stanno alla base del suo concepimento.

Nella società dell’immagine invece il più delle volte questo non accade. Ci si ferma alla suggestione dell’occhio per produrre una foto: bellezza o particolarità del soggetto, un ambiente “espressivo”, un taglio di luce-ombra, colori tenui oppure “chiassosi”. La possibilità magari di realizzare uno scatto limpido o, al contrario, mosso, sfocato, sfuggente, “sporco”. Ma per esprimere che? Un’immagine, niente di più. Una suggestione visiva e nient’altro. Ecco perché la maggior parte delle fotografie di oggi risultano “mute”. Non c’è un’idea (un’ideologia) all’origine della scelta. Un autore letterario (o d’arte) che si rispetti, diciamo così (ma anche di questi non è che ce ne siano così tanti, in fondo, visto l’andazzo del mercato attuale), ha una determinata concezione del mondo, dà una lettura di un certo fenomeno, di un certo avvenimento, di una certa situazione e sceglie di conseguenza il modo in cui esprimerla: la tecnica, la struttura, lo stile, il tono. Non pensa insomma, per fare un esempio, che intende scrivere un poema in prosa e solo successivamente decide l’argomento. Al contrario, è proprio l’argomento, il tema, il tipo di pensiero che sviluppa su una certa cosa a dettargli la modalità di composizione e il mezzo espressivo più adatti.

La maggioranza dei fotografi pare invece agire al contrario. Convinta che l’obiettivo sappia cogliere di per sé la realtà, la verità o comunque frammenti di essa, lascia al solo occhio la scelta di ciò o di chi deve essere ripreso, lasciandosi così guidare solo da un orientamento superficialmente estetico; in tal modo produce foto che non riescono a “parlare”: alcune perennemente mute, altre in grado di dire qualcosa solo se accompagnate da testi, propri o altrui. Se “orientate” da parole. Opere monche, quindi. Ciò accade perché oggi più che mai si crede che la suggestione visiva allestisca una scena convincente di suo, che agisca semplicemente attraverso lo sguardo e tramite il solo sguardo diventi credibile. Un po’ come accade nella pubblicità (oltre che nella politica e anche, sempre di più, nel mondo dell’informazione): colpire, stupire (urlare, cioè) e affermare in questo modo una verità. Non domande bensì affermazioni, non dubbi ma “certezze”. Persuasione. Persuadere della “presenza” effettiva di quanto è ritratto. Anche di se stessi. Infatti su Internet proliferano, impazzano le foto postate da dilettanti che si credono in questa maniera riconosciuti come “professionisti”, e in special modo un gran numero di autoscatti, più o meno discinti, spesso raffiguranti pose erotiche o scene porno: non soltanto narcisismo, qui, ma vero e proprio desiderio di sentirsi percepiti (ammirati), di attirare interesse, suscitare voyeurismo, convincere gli altri della propria esistenza, soprattutto della propria particolarità e “appetibilità”. Desiderio di autoaffermazione.

Scatti che gli autori pensano come “innocenti” proprio perché “fatti in casa”. E invece no, per nulla: artefatti, “truccati” nei corpi agghindati all’uopo, ripresi sul loro lato “migliore” o magari ritenuto più eccitante; scatti “artefatti” anche nel camuffamento procurato dall’uso di particolari accessori d’abbigliamento (intimo, lingerie, il più delle volte) o degli oggetti intorno. Frutto perciò di atti intenzionali esattamente come le opere dei professionisti. Non c’è realtà neanche qui, meno che mai verità (o magari un suo brandello, di certo non più che nei talent o nei reality show televisivi): è solo la visione di sé, di qualcun altro o di qualcosa data dal soggetto che guarda e interpreta. Anche se non ne è consapevole. Anche se talvolta o spesso rifiuta di esserlo. Una versione della realtà. Una finzione, in definitiva, pure in questo caso.

Allora bisognerebbe essere più sinceri, proprio così, sinceri. Onesti. E ammettere che ogni punto di vista è sempre unilaterale, parziale, perfino “tendenzioso”: quella che ritraggo è soltanto la “mia”, di verità, reale solo nella misura in cui la osservo io, dal mio particolare punto di vista, che vale per me e non necessariamente per altri. E di conseguenza bisognerebbe dare all’osservatore la possibilità di confrontare le persone o gli elementi ritratti con il proprio punto di vista sugli esseri, sulle cose, su ogni fatto o evento. Di interrogarsi circa il proprio concetto di verità, di realtà, di individualità. E in questo modo di capire che il giudizio è lecito, sì, ma limitato, mai assoluto e tantomeno definitivo. Che è sempre possibile metterlo in discussione.

Ogni fotografia è perciò frutto di una scelta, e non la registrazione automatica del reale. Nella stessa misura di tutte le altre opere artistiche e letterarie: ciascuna racconta o riporta la sua interpretazione, il suo frammento individuale, particolare di verità, esteriore e/o interiore, che spetta a chi osserva l’immagine elaborare ed eventualmente accettare o meno, esaminare, analizzare, soppesare. Soltanto così una foto è davvero in grado di rompere il “silenzio” dell’affermazione per “parlare”, invece, attraverso il dubbio, per interpellarci, interrogarci avviando un confronto, un vero dialogo con chi di noi è disposto, guardandola senza preconcetti, a pensarci su e a rispondere.

Parere personale, ripeto. Non me ne vogliano i fotografi (o coloro che tali si reputano). Soltanto l’opinione di uno che, tengo fra l’altro a sottolineare, non è in grado di produrre una sola immagine decente. Un semplice punto di vista, quindi. Di vista: è la definizione più adatta, dato l’argomento.

 

 

 

Foto che parlano: Diane Arbus, A Young Waitress at a Nudist Camp, New Jersey  (1963)

Foto che parlano: Diane Arbus, A Young Waitress at a Nudist Camp, New Jersey, 1963

Foto che parlano: Diane Arbus, Nudist Lady with Swan Sunglasses, 1965

Foto che parlano: Diane Arbus, Nudist Lady with Swan Sunglasses, 1965

Foto che parlano: Diane Arbus, Sitting Girl in Bed with her Boyfriend, NYC, 1966

Foto che parlano: Diane Arbus, Sitting Girl in Bed with her Boyfriend, NYC, 1966

Foto che parlano: Larry Clark, Untitled, da Tulsa, 1971

Foto che parlano: Larry Clark, Untitled, da Tulsa, 1971

Foto che parlano: Larry Clark, da Teenage Lust, 1972

Foto che parlano: Larry Clark, da Teenage Lust, 1972

Foto che balbettano: Weegee (Arthur Fellig), Female Nude with Veil, fine degli anni '50

Foto che balbettano: Weegee (Arthur Fellig), Female Nude with Veil, fine degli anni ’50

Foto che balbettano: Craig Morey, Natalie (2003)

Foto che balbettano: Craig Morey, Natalie (2003)

Foto che balbettano: Olivier Valsecchi, da Dust

Foto che balbettano: Olivier Valsecchi, da Dust

Foto che tacciono: Kelsey Dylan, by Chip Willis

Foto che tacciono: Kelsey Dylan, by Chip Willis

Foto che tacciono: Gillian Charters Barne

Foto che tacciono: Gillian Charters Barne

Foto che tacciono: China Hamilton

Foto che tacciono: China Hamilton

Un omaggio a Lou Reed, non solo musicista ma anche poeta "visuale" e fotografo che "parla": da Rimes/Rhymes, 2012, http://www.palaisdetokyo.com/fr/conference/rencontre-lou-reed

Un omaggio a Lou Reed, non solo musicista ma anche poeta “visuale” e fotografo che “parla”: da Rimes/Rhymes, 2012, http://www.palaisdetokyo.com/fr/conference/rencontre-lou-reed

Un blues da piangere per Franca Rame

Abbiamo tutti un blues da piangere, secondo il titolo di un magnifico pezzo musicale del Perigeo che risale al 1973. Ora, soprattutto, dopo la morte di Franca Rame. E a maggior ragione per l’Italia che lei lascia. Tutt’altro che vestita di rosso, ahimè.

 

 

Ray Manzarek, oltre il muro del rock

Se Jim Morrison era la poesia e la voce dei Doors, Ray Manzarek ne fu la mente musicale e sonora. Il gigante biondo e occhialuto guidava con il “muro” delle sue tastiere, sosteneva, manteneva letteralmente in tensione le urla di dolore e di libertà, i versi di Morrison ben oltre il semplice rock, ben oltre la semplice musica: nei territori della letteratura, dell’arte, dell’interiorità, della visionarietà, nell’invenzione di mondi nuovi e diversi, in un differente modo di intendere la vita sociale e privata, in un universo di radicale libertà di pensiero, di espressione, di essere. Su un pianeta cioè tuttora da esplorare davvero in profondità. Si può chiamare democrazia, si può chiamare anarchia, comunismo, utopia, hippy o beat o che altro, si può chiamare creatività o fantasia, si può chiamare come si vuole, ma in sostanza si tratta di libertà.

Ray Manzarek è morto a 74 anni. Le sue tastiere si sono spente. Quando la musica finisce, spegni la luce, cantavano i Doors. When the music is over, turn off the light. Ma la luce di Manzarek non si spegnerà facilmente. Almeno, non per chi crede che un altro mondo è possibile. Nonostante tutto.

 

 

Per saperne qualcosa in più: http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/spettacolo/2013/05/20/Morto-Ray-Manzarek-tastierista-Doors_8738484.html

 

 

 

Apocalypse in 9/8 (apocalissi passate e presenti… cercando una via di salvezza)

Perché i nostri integralismi, i nostri anatemi, le nostre repressioni non sono migliori di quelli altrui. C’è quindi da cercare un altro mondo, un altro inizio.

 

 

Con le guardie di Magog in giro a spargere violenza,
il pifferaio magico porta i suoi bambini sottoterra.
Il drago esce fuori dal mare,
con la luccicante testa d’argento della saggezza, guardandomi.
Porta giù il fuoco dai cieli.
Sai che sta facendo bene, basta che guardi negli occhi la gente attorno.

 

È meglio che tu non cerchi un compromesso.
Non sarà facile.

 

666 non rimarrà solo a lungo,
ti sta togliendo il coraggio dalla spina dorsale,
e i sette trombettieri suonano un dolce rock & roll,
ti arriverà direttamente nel profondo dell’anima.
Pitagora con lo specchio che riflette la luna piena
sta scrivendo col sangue le liriche di una nuova melodia.

 

E così, ehi tesoro, con i tuoi attenti occhi così azzurri,
ehi, tesoro mio, non sai che il nostro amore è autentico?
Sono stato tanto lontano da qui,
lontano dalle tue amorose braccia,
ora sono tornato, amore, e tutto si risolverà per il meglio.

 

 

Penultimo movimento della suite Supper’s ready, dall’album Foxtrot dei Genesis, parole di Peter Gabriel (1971-72)