L’ombelico del mondo

Nell’ombelico del mondo era notte, il giorno pareva non arrivare mai. Ciò che doveva crescere tuttavia cresceva.

 

 

Digital Camera

Elaborazione (artigianale) di un’immagine

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Elaborazione (artigianale) di un’immagine

Schivare il mondo

“Tu ami solo ciò che è leggero, giocoso, incorporeo, temi di innestarti in un destino. Per così dire, preferisci sprecarti e il mondo, tutti, possono esserne la causa: non vuoi sacrifici né vittime.”

Stefan Zweig, Lettera di una sconosciuta (1922), traduzione di Ada Vigliani, Adelphi, 2009

 

 

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Foto mia (amatoriale)

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Solitudini

“Non esiste nulla di più terrificante della solitudine mentre si è tra la gente.”

Stefan Zweig, Lettera di una sconosciuta (1922), traduzione di Ada Vigliani, Adelphi, 2009

 

 

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Parigi, Cortázar, l’odore di guerra

“L’odore di guerra era insopportabile”, dice nel brano seguente il protagonista di uno dei magnifici racconti del grande scrittore argentino Julio Cortázar (1914-84). Il sogno di un uomo braccato da una schiera di individui armati che lo inseguono per catturarlo in un arcaico rituale di sangue. Simile all’incubo degli esseri di oggi dopo la strage di Parigi (dove l’autore peraltro visse a lungo), dopo gli innumerevoli massacri più o meno in tutte le parti del mondo (appena due giorni prima a Beirut, in precedenza l’aereo russo fatto esplodere sul Sinai). L’odore di guerra (del terrorismo di ogni genere) ormai ci perseguita tutti, europei e non, benestanti e miserabili, profughi non solo dal proprio Paese, dalla propria casa, ma anche (seppure in pochi casi) dalla propria civiltà che puzza di morte, di cadaveri, di corpi dilaniati, di sangue rappreso. Chi crede nel dialogo, nell’ascolto, nella convivenza, anche e soprattutto nella cultura (vera), si ritrova ridotto al silenzio (oramai comandano le armi, gli esplosivi, gli stati d’emergenza) oppure finisce massacrato nel mucchio, in Medioriente e nel Terzo Mondo come nelle nazioni occidentali. Chi pensa, cerca di pensare nonostante tutto, si ritrova schiacciato nelle proprie stesse idee, indifeso, soffocato dal tanfo del conflitto armato, dei “giochi bellici”, della geopolitica, della retorica (soprattutto sulla “patria”). Braccato dalla paura, dal desiderio di fuga e dall’impotenza. Proprio come il personaggio di Cortázar nei passi riprodotti qui sotto e tratti da “Noche boca arriba” (Supino, di notte, oppure La notte supina), nella traduzione di Giordano Zordan per “Quintavenida”.

L’intero racconto è all’indirizzo www.5av.it/downloads/category/8-.html?download=45%3Ap

 

Ciò che più lo torturava era l’odore, come se persino nell’assoluta accettazione del sogno, qualcosa si rivelasse contro ciò che non era abituale, che fino ad allora non aveva partecipato al gioco. “Odora di guerra”, pensò, toccando istintivamente il pugnale di pietra sostenuto dalla faretra di lana che gli attraversava il petto. Un suono improvviso lo fece accucciare e restare immobile, tremando. Aver paura non era strano, i suoi sogni ne erano pieni. Aspettò, coperto dai rami di un arbusto e dalla notte senza stelle. Molto lontano, probabilmente dall’altro lato del gran lago, dovevano ardere i fuochi dei bivacchi; uno sfolgorio rossiccio riempiva quella parte di cielo. Il suono non si ripeté. Era come di ramo spezzato. Forse un animale che fuggiva come lui dall’odore di guerra. Si raddrizzò piano, con difficoltà. Non si sentiva nulla, ma il terrore continuava, come l’odore, quell’incenso dolciastro della guerra florida. Doveva andare avanti, arrivare nel bel mezzo della selva evitando le paludi. A tentoni, acquattandosi ad ogni istante per toccare il suolo più duro del sentiero, fece alcuni passi. Avrebbe voluto mettersi a correre, ma le sabbie mobili palpitavano lì vicino. Cercò la direzione nel sentiero avvolto dalle tenebre. Poi sentì una boccata dell’odore che più temeva e saltò disperato in avanti.

(…)

Ansimante, sentendosi braccato, anche se all’oscurità e in silenzio, si acquattò per ascoltare. Forse il sentiero era vicino, con le prime luci dell’alba avrebbe potuto scorgerlo un’altra volta. La mano, che meccanicamente afferrava il manico del pugnale, salì come uno scorpione delle paludi fino al collo, dove pendeva l’amuleto protettore. Muovendo appena le labbra, si vide intonare la preghiera del mais che porta i giorni buoni, e la supplica all’Altissima, alla dispensatrice dei beni moteci. Ma nello stesso istante sentiva che le caviglie gli si stavano affondando lentamente nel fango e che l’aspettare nell’oscurità della selva sconosciuta gli era sempre più insopportabile. La guerra florida era iniziata con la luna e durava già da tre giorni e tre notti. Se fosse riuscito a rifugiarsi nel folto della selva, abbandonando il sentiero più in là della regione delle paludi, forse i guerrieri non lo avrebbero scoperto. Pensò alla quantità di prigionieri che avevano già preso. Ma la quantità non contava, bensì il tempo sacro. La caccia sarebbe continuata fino a che i sacerdoti non avessero dato il segnale del ritorno. Tutto aveva il suo numero e il suo fine e lui era dentro il tempo sacro, dall’altro lato dei cacciatori.

Udì le grida e si raddrizzò con un salto, pugnale in mano. Come se il cielo s’incendiasse all’orizzonte, vide torce che si muovevano tra i rami, molto vicine. L’odore di guerra era insopportabile e quando il primo gli saltò al collo, quasi sentì piacere nell’affondargli la lama di pietra in pieno petto. Già lo accerchiavano le luci e le grida allegre. Finì per tagliare l’aria un paio di volte, quindi una corda lo prese da dietro (…)

 

 

 

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Alcuni graffiti realizzati in diverse parti del mondo da Banksy, famoso esponente inglese della “street art”, conosciuto soprattutto per la sua irriverenza con ogni potere e l’avversione a qualsiasi forma di guerra e di violenza. Per saperne di più:

https://it.wikipedia.org/wiki/Banksy

http://masadaweb.org/2013/11/07/masada-n-1493-5112013-bansky-guerrilla-e-poesia/

Pasolini e lo spettro dell’omologazione

Si è molto parlato, ma soprattutto straparlato, di Pier Paolo Pasolini a quarant’anni dall’assassinio. Ne hanno trattato (sui media) in tanti che spesso non lo hanno letto e studiato abbastanza o che non lo hanno letto affatto, decantandone comunque le lodi come intellettuale lucido, scomodo, come una sorta di icona veggente della società italiana da mettere su uno scaffale per offrirlo ai turisti oppure ai curiosi o agli amanti dei personaggi mitici: mitizzati più che altro, e perciò da archiviare alla stregua di reperti, seppure preziosi.

In pochi (o forse nessuno) hanno posto l’accento sull’unica cifra culturale che lo caratterizzava, e in definitiva ne influenzava la condotta e i prodotti, artistici o meno: l’ossessione per l’omologazione. Perché Pasolini era davvero ossessionato dall’ammassarsi progressivo di tutte le classi sociali del nostro Paese nel calderone della piccola borghesia: gretta, perbenista, moralista, conformista. Ma non si trattava di preveggenza, nel suo caso: lo vedeva già a quei tempi, sulla scia di Orwell e di una miriade di sociologi che ben prima di lui nella diffusione della televisione avevano individuato il principale fattore di persuasione e di condizionamento della gente.

A tal punto era ossessionato dall’omologazione che ne scrisse non solo in articoli di giornale e su varie riviste ma, da isolato quale si sentiva e quale rivendicava di essere (e che era realmente per molti aspetti, date pure le discriminazioni subite in quanto omosessuale, diverso quindi), amava andare controcorrente nell’interpretazione dei fenomeni sociali e culturali. Sempre e con frequenza visceralmente. A volte centrando l’obiettivo: le stragi e gli omicidi di Stato, ad esempio, ma anche i golpe in giro per il mondo, le magagne dei potenti, l’analisi dei regimi d’estrazione sovietica e molto altro; dall’altro lato prendendo spesso abbagli, come quando accusò i sessantottini di essere soltanto “figli della borghesia” e perciò di comportarsi da snob nei confronti delle classi popolari; riversando di fatto su di loro il proprio, di snobismo, quello tipico dell’intellettuale che sente di procedere, e di dover procedere, titanicamente da solo.

Un pregio di Pasolini era indubbiamente il suo accento sulla sessualità, della quale proclamava la forza vitalistica primordiale negando la classificazione tra ciò che in essa è da ritenere “normale” e ciò che non lo è: film, documentari, romanzi, poesie, articoli (anche in questo caso) lo dimostrano. Un difetto, e grave (ma rimanendo beninteso sul piano del giudizio personale, anche per ciò che riguarda le considerazioni precedenti e successive), era la lingua: intrisa di enfasi retorica che egli usava, è vero, contro la retorica del potere, e che però in sostanza finiva quasi per neutralizzare (mitizzandola, con la mitizzazione conseguente di se stesso) la carica dirompente delle sue idee, condivisibili o meno che fossero. A tratti una lingua sovrabbondante, spocchiosa, confezionata su stilemi antichi, classici, di periodizzazione e versificazione (oltre che sull’insistito gergo borgataro dei romanzi “romani”) e che nelle immagini cinematografiche, peraltro magnifiche il più delle volte, si è estrinsecata in inquadrature spesso perfino ieratiche, debitrici di capolavori del Rinascimento o del Manierismo.

Era questo terrore di confondersi con la “massa”, tanto dei borghesi quando degli intellettuali stessi (nonostante con numerosi di loro fosse in profondi rapporti di amicizia), a orientare in definitiva l’opera e la condotta di Pasolini. Questo vero e proprio snobismo, appunto (giustificato in diverse circostanze, bisogna ammetterlo), che certo non gli impedì di intuire le linee di sviluppo della condizione italiana fino all’assoluta prevalenza oggi dell’immagine su ogni altro modo d’essere. Ma solo a intuire, attenzione, non ad afferrare del tutto: se fosse riuscito a leggere il futuro nella sua reale dimensione odierna (il massimo finora dell’omologazione generale), l’autore non si sarebbe sentito isolato, bensì totalmente annichilito. Pur nella tendenza alla mitizzazione di sé.

 

 

 

Maria Callas e Pier Paolo Pasolini sul set di "Medea", 1969

Maria Callas e Pier Paolo Pasolini sul set di “Medea”, 1969

Orson Welles ne "La ricotta", 1963

Orson Welles ne “La ricotta”, 1963

Totò e Ninetto Davoli in "Uccellacci e uccellini", 1966

Totò e Ninetto Davoli in “Uccellacci e uccellini”, 1966

Un'inquadratura di "Teorema", 1968

Un’inquadratura di “Teorema”, 1968

Da "Porcile", 1969

Da “Porcile”, 1969

Da "Il Decamerone", 1971

Da “Il Decamerone”, 1971

Ninetto Davoli in una scena de "I racconti di Canterbury", 1972

Ninetto Davoli in una scena de “I racconti di Canterbury”, 1972

Aziz deflora Budùr con una freccia la cui punta è a forma di fallo, da "Il fiore delle Mille e una notte", 1974

Aziz deflora Budùr con una freccia la cui punta è a forma di fallo, da “Il fiore delle Mille e una notte”, 1974

Una scena di "Salò o le 120 giornate di Sodoma", 1976

Una scena di “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, 1976

Pasolini al tavolo di lavoro nel 1975, fotografato da Dino Pedriali mentre corregge "Petrolio", il suo romanzo incompiuto

Pasolini al tavolo di lavoro nel 1975, fotografato da Dino Pedriali mentre corregge “Petrolio”, il suo ultimo romanzo rimasto incompiuto