Civiltà occidentale

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I morti e i valori dell’Occidente

New York, Madrid, Londra, Parigi, Bruxelles. Ma ci si dimentica di tutte le stragi nei Paesi meno “sviluppati” rispetto al nostro Occidente: Asia, Africa, Medioriente. E in un sol colpo anche di tutti i morti annegati nel Mediterraneo e non solo, di ogni età ed etnia: migranti, profughi, i dannati della terra bloccati alle frontiere chiuse, nei deserti, ovunque. Serve continuare? Dopo ogni massacro commesso in una “nostra” nazione si ripercuotono come un mantra le stesse frasi, la stessa retorica: “Non lasceremo che sconvolgano il nostro sistema di vita, la nostra civiltà. Non distruggeranno i nostri valori”.

Ma quali? Quali valori proponiamo a loro, agli “altri”, che siano migliori dei loro, degli “altri”? Noi non abbiamo più valori, semmai ne abbiamo avuti. Anzi, uno solo: la competizione. Per fare soldi, per fare le guerre, per prevalere, per doistinguerci, per emergere, per farci “vedere”, per vincere. Per prevaricare, quindi. Il dominio è il nostro pressoché unico sistema di vita. Ci riversiamo nei locali la sera e disturbiamo il sonno altrui, ci ubriachiamo, ci droghiamo, scateniamo la nostra violenza, investiamo le persone con le macchine, uccidiamo amici, amanti, genitori, figli, congiunti. E tanto altro. E poi urliamo, imprechiamo, scriviamo frasi d’odio e di discriminazione nei social media. Ci giochiamo montagne di soldi alle scommesse online o nelle lotterie: per fare soldi naturalmente, che altro? Vincere, vincere è la nostra unica parola d’ordine. Appoggiandoci ai potenti, vivendo alla loro ombra, cercando le loro raccomandazioni per ogni cosa. E nei ritagli di tempo divertirci. Meglio se a spese degli altri. Lo fanno gli Stati, i governi, del resto. E analogamente lo fanno aziende, intere categorie, gruppi sociali, pure singoli individui. Per vincere ci adeguiamo insomma a un sistema dove prevalere, a qualsiasi costo, è la parola d’ordine.

Ne consegue, reciprocamente, che c’è chi deve perdere. Ma anche e soprattutto che c’è chi parte svantaggiato: handicappati, diversi, anziani spesso, non adeguati al sistema (per scelta oppure per condizione), persone che non hanno la stessa pelle degli altri, non parlano la stessa lingua, sono di religione e di cultura differente, provengono da una civiltà (civiltà, proprio così) differente. Questa gente non può vincere né aspirare a classificarsi almeno ai primi posti. Questa gente nel nostro mondo occidentale non ha speranze. E chi perde non esiste, chiunque perde non ha diritto nemmeno alla dignità (al limite può sperare nella pietà). Allora perché strepitiamo, piangiamo, ci strappiamo i capelli quando “loro” decidono di adeguarsi al nostro costume e puntano sulla vittoria: con le bombe, con il sangue, con la morte, certo. Questa gente in massima parte è nata qui da noi, non dimentichiamolo, ma cresce con la coscienza di avere perso in partenza la competizione: è diversa, non è dei “nostri”. E di conseguenza cede spesso con facilità (in buona parte, anche se non sempre, c’è da riconoscerlo) alle lusinghe di chi ha scelto la via della violenza per vendicarsi delle nostre secolari prevaricazioni. Oltre che, ma anzi soprattutto, per stabilire una propria forma di potere: alla fine il problema sta sempre lì.

Sono questi i valori che non vogliamo ci vengano tolti? La competizione, la prevaricazione, anche il potere di imporre la globalizzazione solo se comporta vantaggi economici, ma non immigrazione? Vincere a tutti i costi? E’ già di per sé una forma di guerra: quotidiana, endemica ormai nella nostra civiltà. E ci stupiamo, pur nel grande dolore per i morti, per il sangue, che “loro” cerchino di portare la competizione   ossia la guerra in casa nostra? Ci stupiamo che anch’essi abbiano voglia di “vincere”? Seminando il terrore.

 

 

 

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Radici?

C’è chi trascorre il tempo a cercare le proprie radici, ma non sa dove affondano in realtà. Né dove vanno a parare.

 

 

 

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What Do You Know About Syria

La Siria prima delle devastazioni, delle stragi negli ultimi cinque anni di guerra, civile e non. La Siria quando era capace anche di sorridere, come nei visi sereni dei bambini nella bella foto qui sotto, prima del dolore, della morte, dell’esodo, delle tragedie in mare, con gran parte dell’Europa che, come scrive l’autore, “si nasconde sotto il letto” pur di non vedere, pur di non farsi carico di questa immane ecatombe, di questa migrazione di massa.

L’autore, delle parole e della magnifica immagine di bambini a scuola (nella “normalità” perduta, quindi),  è un fotoreporter free lance americano, John Wreford, che proprio in Siria ha vissuto per dieci anni e che a causa della guerra è stato costretto a spostarsi a Istanbul. Ora lui interroga tutti nel suo post chiedendo fra l’altro che cosa sia per ognuno la Siria, nell’esperienza diretta di chi l’ha conosciuta o la conosce, oppure nel proprio immaginario. La Siria, emblema attuale delle sofferenze del mondo, terra che rischia di non esistere più con la perdita della propria storia, della propria cultura, della propria civiltà. Soprattutto della propria umanità. “Che cosa sapete della Siria”: è la domanda che Wreford rivolge a tutti noi e che anche noi non dovremmo smettere di farci.

 

Syrian school children

John Wreford Photographer

What Do You Know About Syria

So tell me:

It’s been five years of a brutal war and almost every day the international media has carried some Syrian related story, from revolution to refugee and while most of Europe is now cowering under its bed in fear what can you really tell me about Syria and its brutalized population?

For a future blog post I would like to try and paint a picture of Syria before the war but with your help and contribution:

Did you have the chance to visit Syria?

Are you Syrian or have friends and family who have or are living there?

What do you think Syria was like as a country before the conflict?

Do you know where it is?

Please post your thoughts, your questions and experiences, I would like to avoid turning this is into another place of conflict so let’s not get…

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Camere dello scirocco contro la sofferenza degli altri

Venti, tempeste, burrasche. Lo scirocco, ad esempio, prende il nome dalla Siria: proviene da sudest infatti, dal martoriato Medioriente quindi (ma pure dall’Asia centrale). In Nordafrica, in Libia per la precisione, viene denominato ghibli. Tempeste. Non solo vento però. O meglio, masse d’aria e, da alcuni anni a questa parte ormai, anche di persone che fuggono da ogni sorta di dannazione: guerre, torture, dittature, carestie, fame, sete, assenza di speranze. Anticamente nei Paesi mediterranei si usava difendersi da questo vento caldo e umido chiudendosi in ambienti sotterranei privi di finestre, denominati appunto “camere dello scirocco”. Lì si stava freschi, al riparo dalla iattura dell’aria soffocante. A volte erano ricavate da cantine ma in tanti casi venivano scavate direttamente nella roccia al di sotto delle case. Pareti spesse, impermeabili, in grado di rendere immuni quei luoghi dalla sofferenza che proveniva da lontano. E lo stesso sta facendo in questi ultimi tempi l’Europa: costruisce pareti, spesse, quasi invalicabili, per tenere lontana da sé un’altra sofferenza che arriva da sudest, quella umana. O per filtrarla: è meglio che entri col contagocce, in piccole dosi, per non turbare i nostri bambini, per non costringerci a rivedere, a sconvolgere magari il nostro sistema di vita consolidato. Occidentale. Loro devono sorbirsi le nostre guerre, le nostre lezioni di democrazia, ma che risolvano da sé i problemi che “noi” abbiamo portato nei loro territori. Noi non abbiamo responsabilità: le economie devono girare. Le camere dello scirocco sono tornate quindi, e in tutto il nostro continente stavolta: pareti spesse contro la sofferenza delle “mandrie” che premono ai nostri confini, delle “bestie” che ci assediano (e che come bestie, letteralmente, stiamo trattando). Pareti per difendersi dalla sofferenza degli altri.

 

 

 

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