Schivare il mondo

“Tu ami solo ciò che è leggero, giocoso, incorporeo, temi di innestarti in un destino. Per così dire, preferisci sprecarti e il mondo, tutti, possono esserne la causa: non vuoi sacrifici né vittime.”

Stefan Zweig, Lettera di una sconosciuta (1922), traduzione di Ada Vigliani, Adelphi, 2009

 

 

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Foto mia (amatoriale)

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Solitudini

“Non esiste nulla di più terrificante della solitudine mentre si è tra la gente.”

Stefan Zweig, Lettera di una sconosciuta (1922), traduzione di Ada Vigliani, Adelphi, 2009

 

 

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Pasolini e lo spettro dell’omologazione

Si è molto parlato, ma soprattutto straparlato, di Pier Paolo Pasolini a quarant’anni dall’assassinio. Ne hanno trattato (sui media) in tanti che spesso non lo hanno letto e studiato abbastanza o che non lo hanno letto affatto, decantandone comunque le lodi come intellettuale lucido, scomodo, come una sorta di icona veggente della società italiana da mettere su uno scaffale per offrirlo ai turisti oppure ai curiosi o agli amanti dei personaggi mitici: mitizzati più che altro, e perciò da archiviare alla stregua di reperti, seppure preziosi.

In pochi (o forse nessuno) hanno posto l’accento sull’unica cifra culturale che lo caratterizzava, e in definitiva ne influenzava la condotta e i prodotti, artistici o meno: l’ossessione per l’omologazione. Perché Pasolini era davvero ossessionato dall’ammassarsi progressivo di tutte le classi sociali del nostro Paese nel calderone della piccola borghesia: gretta, perbenista, moralista, conformista. Ma non si trattava di preveggenza, nel suo caso: lo vedeva già a quei tempi, sulla scia di Orwell e di una miriade di sociologi che ben prima di lui nella diffusione della televisione avevano individuato il principale fattore di persuasione e di condizionamento della gente.

A tal punto era ossessionato dall’omologazione che ne scrisse non solo in articoli di giornale e su varie riviste ma, da isolato quale si sentiva e quale rivendicava di essere (e che era realmente per molti aspetti, date pure le discriminazioni subite in quanto omosessuale, diverso quindi), amava andare controcorrente nell’interpretazione dei fenomeni sociali e culturali. Sempre e con frequenza visceralmente. A volte centrando l’obiettivo: le stragi e gli omicidi di Stato, ad esempio, ma anche i golpe in giro per il mondo, le magagne dei potenti, l’analisi dei regimi d’estrazione sovietica e molto altro; dall’altro lato prendendo spesso abbagli, come quando accusò i sessantottini di essere soltanto “figli della borghesia” e perciò di comportarsi da snob nei confronti delle classi popolari; riversando di fatto su di loro il proprio, di snobismo, quello tipico dell’intellettuale che sente di procedere, e di dover procedere, titanicamente da solo.

Un pregio di Pasolini era indubbiamente il suo accento sulla sessualità, della quale proclamava la forza vitalistica primordiale negando la classificazione tra ciò che in essa è da ritenere “normale” e ciò che non lo è: film, documentari, romanzi, poesie, articoli (anche in questo caso) lo dimostrano. Un difetto, e grave (ma rimanendo beninteso sul piano del giudizio personale, anche per ciò che riguarda le considerazioni precedenti e successive), era la lingua: intrisa di enfasi retorica che egli usava, è vero, contro la retorica del potere, e che però in sostanza finiva quasi per neutralizzare (mitizzandola, con la mitizzazione conseguente di se stesso) la carica dirompente delle sue idee, condivisibili o meno che fossero. A tratti una lingua sovrabbondante, spocchiosa, confezionata su stilemi antichi, classici, di periodizzazione e versificazione (oltre che sull’insistito gergo borgataro dei romanzi “romani”) e che nelle immagini cinematografiche, peraltro magnifiche il più delle volte, si è estrinsecata in inquadrature spesso perfino ieratiche, debitrici di capolavori del Rinascimento o del Manierismo.

Era questo terrore di confondersi con la “massa”, tanto dei borghesi quando degli intellettuali stessi (nonostante con numerosi di loro fosse in profondi rapporti di amicizia), a orientare in definitiva l’opera e la condotta di Pasolini. Questo vero e proprio snobismo, appunto (giustificato in diverse circostanze, bisogna ammetterlo), che certo non gli impedì di intuire le linee di sviluppo della condizione italiana fino all’assoluta prevalenza oggi dell’immagine su ogni altro modo d’essere. Ma solo a intuire, attenzione, non ad afferrare del tutto: se fosse riuscito a leggere il futuro nella sua reale dimensione odierna (il massimo finora dell’omologazione generale), l’autore non si sarebbe sentito isolato, bensì totalmente annichilito. Pur nella tendenza alla mitizzazione di sé.

 

 

 

Maria Callas e Pier Paolo Pasolini sul set di "Medea", 1969

Maria Callas e Pier Paolo Pasolini sul set di “Medea”, 1969

Orson Welles ne "La ricotta", 1963

Orson Welles ne “La ricotta”, 1963

Totò e Ninetto Davoli in "Uccellacci e uccellini", 1966

Totò e Ninetto Davoli in “Uccellacci e uccellini”, 1966

Un'inquadratura di "Teorema", 1968

Un’inquadratura di “Teorema”, 1968

Da "Porcile", 1969

Da “Porcile”, 1969

Da "Il Decamerone", 1971

Da “Il Decamerone”, 1971

Ninetto Davoli in una scena de "I racconti di Canterbury", 1972

Ninetto Davoli in una scena de “I racconti di Canterbury”, 1972

Aziz deflora Budùr con una freccia la cui punta è a forma di fallo, da "Il fiore delle Mille e una notte", 1974

Aziz deflora Budùr con una freccia la cui punta è a forma di fallo, da “Il fiore delle Mille e una notte”, 1974

Una scena di "Salò o le 120 giornate di Sodoma", 1976

Una scena di “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, 1976

Pasolini al tavolo di lavoro nel 1975, fotografato da Dino Pedriali mentre corregge "Petrolio", il suo romanzo incompiuto

Pasolini al tavolo di lavoro nel 1975, fotografato da Dino Pedriali mentre corregge “Petrolio”, il suo ultimo romanzo rimasto incompiuto

Pavese e i fascisti

Pulsioni e ideologie

Alla fine i brevi scorci meditativi e i micro-racconti scritti a partire dal 2014 sono diventati un libro. O meglio, un ebook scaricabile gratuitamente come i precedenti. In realtà erano nati l’uno separato dall’altro e non avevo intenzione di riunirli, ma spesso accade che in corso d’opera si cambi idea. E allora ecco qui “Pulsioni e ideologie”, una specie di romanzo sull’intero mondo. Magari un po’ pretenzioso nella sua aspirazione, lo ammetto, e comunque abbastanza sui generis nella struttura e nello sviluppo (assente in pratica), tengo ad avvertire preliminarmente. Del resto, chi avrà la voglia e soprattutto la pazienza di leggere tutti insieme i testi (che, preciso, sono già apparsi ad uno ad uno in questo blog, benché alcuni siano stati rivisti e massicciamente rielaborati) potrà accorgersene già dalle prime righe.

 

Il volumetto può essere scaricato liberamente in versione Pdf alla pagina “I miei ebook gratuiti: romanzi, racconti, poesie

 

 

 

 

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