Reich padre e figlio: sogno, utopia, contraddizioni, repressioni

Sono così complesse e sfaccettate, la figura umana e scientifica di Wilhelm Reich, che conviene rinviare chi ne è interessato alle voci enciclopediche che lo riguardano (per esempio su Wikipedia, ma naturalmente non solo) e soprattutto ai suoi testi o ai saggi che lo riguardano. Per l’operato da psicoanalista (eretico, dopo la rottura con Sigmund Freud e l’espulsione dalla Società psicoanalitica: il grande viennese considerava le pulsioni di morte, le perversioni, compreso il sadomasochismo, innate in ogni essere, mentre per lui erano solo indotte dalla negazione dell’eros) è stato ed è tuttora ritenuto il vero profeta della liberazione sessuale degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso: basti pensare agli studi sulla funzione dell’orgasmo, sul carattere condizionato (anche fisicamente) dall’ambiente sociale o sui rapporti fra la repressione dell’istinto erotico e i fascismi (o in generale i regimi autoritari, stalinismo compreso), tanto per citarne qualcuno.

Per le sue teorie sull’orgone (forma di energia che si sprigiona nell’orgasmo e che permea non solo gli organismi biologici ma lo spazio universale), il dualismo energia-materia che di conseguenza caratterizza il mondo fisico, gli esperimenti con il cloudbuster (letteralmente, acchiappanuvole) per accumulare orgoni positivi (in scatole chiamate Orac, simili a piccole cabine telefoniche) o per dissolvere gli orgoni negativi (i Dor, che egli considerava all’origine fra l’altro di numerose malattie, compreso il cancro), fu invece classificato come uno “scienziato pazzo”, un individuo socialmente pericoloso, tanto che la statunitense Food and Drug Administration (la Fda, l’ente che sovrintende ai farmaci e alle cure mediche) lo trascinò davanti a un giudice, riuscì a farlo condannare per oltraggio alla corte, distrusse il grosso dei testi e delle attrezzature legati alla sua attività e a farlo rinchiudere in un carcere dove morì nel 1957. Nato in Galizia nel 1897 sotto l’impero asburgico, da una famiglia ebrea ma laica, Reich aveva infatti studiato a Vienna ed era stato uno dei primi collaboratori di Freud per trasferirsi poi a Berlino, aderire al Partito comunista (ma per rompere dopo pochi anni), aprire ambulatori psicologici, denominati “centri popolari di igiene sessuale”, per le classi meno abbienti, quindi fuggire di nuovo in Austria e in Norvegia all’avvento del nazismo e trasferirsi nel 1939 in America.

Geniale talento innovativo o strampalato visionario che fosse (ma probabilmente entrambe le cose, almeno per alcuni aspetti), Reich di certo aveva una spiccata tendenza ad esplorare l’ignoto, anche a costo di non essere creduto da nessuno o di incorrere in “scomuniche” (perfino giudiziarie quanto mortali, come si è visto). E ciò sottolinea anche il figlio Peter in un volume che ha dedicato al suo rapporto con il padre e con i suoi studi, “Un libro dei sogni”, scritto nel 1970 e da poco pubblicato in Italia, per la prima volta, da Tre Editori con la traduzione dall’inglese ‒ e mi sia permessa in questa occasione una citazione volutamente “interessata” ‒ di mia figlia, Alice Gerratana.

Personalità prorompente, quella di Reich, capace di aprire agli occhi dei suoi seguaci e anche dello stesso figlio (nato negli Usa nel 1944, aveva perciò tredici anni quando lui morì) orizzonti fantastici di consapevolezza del cosmo (nel 1945 scrisse per esempio che “l’amplesso genitale, nell’intero reame biologico, è una varietà della superimposizione dell’energia cosmica primordiale espressa, per esempio, nella formazione delle galassie e degli uragani, entrambi spiraliformi”; ma si era pure convinto che il nostro pianeta fosse “visitato” da astronavi che seminavano Dor, dopo osservazioni telescopiche, benché sia probabile che avesse soltanto assistito ai primi voli degli aerei spia che gli americani sperimentavano proprio in quegli anni). In grado pure di far balenare panorami di libertà e di serenità esistenziale davanti al medesimo Peter: “Vedi, l’energia orgonica fluisce nel tuo corpo allo stesso modo in cui fluisce nell’atmosfera, e forse anche nell’universo. Quando ti faccio il trattamento ti faccio rilassare il corpo così che l’energia possa fluire di nuovo”. Perché era un fautore della manipolazione fisica del corpo, senza però l’uso di farmaci, per la cura della mente: gli individui “sono stati cresciuti con la corazza, e questo li fa sentire in colpa quando si toccano i genitali e li fa vergognare delle lacrime (…) Molti hanno sempre creduto che sia sbagliato star bene ed essere felici. Hanno paura delle sensazioni positive, come i flussi. Allora tentano di frenare queste sensazioni nei loro figli, li rendono infelici (…) Si fingono simpatici ma più tardi quella facciata [la corazza] si tramuta in un’autentica maschera che nasconde odio e paura. Si sforzano di contenere i buoni sentimenti dietro la maschera, e allora la bocca si fa dura e rigida. Sono tristi e si rifanno sui loro figli perché non sopportano di vederli felici”.

Peter amava smisuratamente, è innegabile, questo padre così presente e lo ha custodito per tanti anni nei suoi sogni (di qui il titolo del volume) come un paradiso perduto ma anche come una prigione per il suo intimo, qualcosa che gli ha impedito per diverso tempo di affrontare la vita da sé, con le sole proprie forze. Reich aveva d’altronde anche una personalità egocentrica, predominante, quasi soverchiante: incoraggiava i figli (pure la sorella maggiore di Peter e il genero), altre persone a “liberare” il proprio corpo, a toccarlo, a non reprimere i desideri sessuali, a masturbarsi (specie i giovani, per la scoperta di sé e della propria carica erotica), a mostrare la propria nudità, ma lui non si mostrò mai senza vestiti, nemmeno davanti ai familiari; sosteneva inoltre che l’appagamento derivato dall’orgasmo, con la possibilità per l’energia vitale di circolare senza ostacoli all’interno dell’organismo umano, da un lato dovesse essere il frutto di un “amplesso genitale” uomo-donna (escludendo quindi le “eccezioni”) e dall’altro fosse la fonte principale di soddisfazione nel proprio lavoro quotidiano, con la “gioia” di avere compiuto “il proprio dovere” nei confronti della società in cui si viveva. Contraddicendo in qualche modo, così, la portata rivoluzionaria delle sue stesse teorie: da applicare all’intimo di ognuno, in pratica, ma senza che ciò implicasse necessariamente la contestazione della gerarchia economico-sociale.

Senza rivoluzioni propriamente dette, insomma, senza trasformazioni violente: ognuno, libero di esprimere la propria energia vitale attraverso la sessualità felice, avrebbe potuto interpretare il ruolo assegnatogli in una determinata aggregazione di individui, preminente o subordinato che fosse, non dovendo necessariamente aspirare ad altro. Nella pace, nella comprensione fra gli esseri, nella civile convivenza, è naturale. E nella pari dignità, nelle pari opportunità per tutti a prescindere da sesso, generazione, religione, razza, classe. Ma sempre nel rispetto e nella coscienza del ruolo acquisito. Insomma, come in una sorta di società borghese ma senza la borghesia e il suo sciovinismo, senza la sua pretesa di controllare le coscienze (si pensi solo alla proibizione della masturbazione, invalsa proprio con il capitalismo), oltre ai corpi e al lavoro delle persone. Così “mi spiace”, scrive a questo proposito Peter, “che riguardo all’autorità militare mi abbia trasmesso una forma mentis coerente con il suo modo di essere padre (e col suo secolo, perché per molti versi fu un uomo del XIX secolo) ma non così con la sua filosofia” (entro certi limiti però, come si è visto). E “mi duole che abbia cercato alla fine l’approvazione e l’aiuto di quei pezzi grossi e di quelle autorità istituzionali che lo uccisero”. Per cercare accreditamento alle sue teorie, Reich aveva infatti spedito lettere anche all’Aeronautica, perfino al presidente degli Usa Eisenhower. Ma naturalmente senza mai ottenere risposta da persone e organismi che lo ritenevano come minimo eccentrico, e in più lo accusarono di essere “un pornografo”, “una spia o un comunista”, oltre che “di frode per avere millantato una presunta cura contro il cancro”.

Uno scienziato innovativo e stimolante in ogni caso, oltre che un padre tenero e affettuoso ma allo stesso tempo controverso e per certi aspetti perfino “tirannico”; soprattutto però uno studioso, un sognatore fin troppo ardito, e non solo per i suoi tempi. Ma, annota ancora Peter nel volume, a proposito della legge della gravitazione universale “Newton fu un grado di immaginare la magia nera che muoveva la mela perché, come un biografo scrive con ammirazione, ‘abbracciò forze invisibili’. E lo fece con molta più promiscuità di quanto scegliamo di ricordare. L’inventore della moderna gravità fu anche un fanatico alchimista”. E in questo modo allora rappresenta un fatto incontrovertibile che le idee di Reich abbiano aperto la strada all’analisi bioenergetica di Alexander Lowen, per esempio, alle teorie psico-sociali di Fromm e Marcuse, a tutti gli studi sui rapporti fra anorgasmia e malattia (praticati in Italia dall’Aied) così come alla psicosomatica; e non solo: alle tecniche di “bombardamento” delle nuvole per provocare la pioggia (molto usate tuttora in Israele), agli ancora non del tutto esplorati rapporti fra materia ed energia, sia a livello biologico o psichico (basti pensare a certe acquisizioni di Gregory Bateson) sia sul piano delle particelle subnucleari e dello spazio siderale (come la ricerca, da poco tempo coronata da successo, del “bosone di Higgs”, chiamato anche la “particella di Dio”).

Insomma, “ciò che mi fa soffrire di più, nel più profondo del mio essere”, sottolinea sempre Peter Reich, “è che l’umanità mi pare stia andando a tentoni cercando di capire qualcosa delle grandi forze in gioco nell’universo mentre mio padre è stato uno dei pochissimi uomini nella storia a coglierne il ritmo, il primo a capire la funzione [non procreativa, attenzione] dell’orgasmo, elementi che splendono nell’oscurità, spontanei”. Quindi “io voglio che gli sia riconosciuto quello che ha fatto”. Anche per quanto riguarda il suo approccio alla politica, definito “creativo” dal regista serbo Dusan Makavejev, autore nel 1971 di un film sul grande studioso e dal titolo “W. R. ‒ I misteri dell’organismo” (che peraltro gli procurò seri problemi di censura con l’allora regime jugoslavo): “Quando una società è viva e sana, la gente fa festa ballando per le strade”, dice nel corso del libro lo stesso regista a Peter, parafrasando le teorie di Reich, “e basta dare un’occhiata alle scarpe per accorgersi di quanta gente c’è in giro. Ma quando una società è repressa, allora vedrai scarponi tutti uguali che marciano in file perfettamente allineate”.

La cura allora, gli studi psichici e fisici collegati strettamente non solo all’ideologia (libertaria, non coercitiva) ma dichiaratamente all’utopia (quella della convivenza pacifica, gandhiana-tolstoiana, benché sconfitta al suo tempo e però anche oggi, viste le condizioni del mondo attuale; pure da ciò prende spunto il titolo del libro), Freud, Marx (ma oltre la semplice contrapposizione economica borghesia-proletariato, giova ripeterlo, bensì accusando le classi dominanti di mantenere il proprio potere attraverso la repressione della naturale sessualità ‒ e quindi della possibilità di esprimere se stessi ‒ libera di dispiegarsi invece nelle società più arcaiche, “non civilizzate”), i grandi filosofi, le personalità enciclopediche di ogni tempo, in particolare dell’illuminismo. Il benessere e la libertà della persona inscindibili dal benessere e dalla libertà delle nazioni, dalla democrazia e, nonostante le contraddizioni dell’uomo Reich, dall’egualitarismo: “Non sono certo che mio padre pensasse che nessuno avrebbe mai compreso”, osserva Peter negli ultimi capitoli del volume, “ma era consapevole che ci sarebbe voluto molto tempo. La guerra, il grande equivoco, la cospirazione, erano a tutti i livelli. Finché la struttura caratteriale bloccata [effetto della repressione sessuale] avesse impedito all’essere umano di vivere davvero, e finché essa si fosse espressa solo attraverso le guerre e la burocrazia, nessuno avrebbe capito. La comprensione (…) significava affrontare profondi mutamenti emozionali, incorporandoli nel proprio carattere”. Così le concezioni di Reich facevano (fanno) paura a chi proprio della repressione aveva fatto (e fa tuttora) il sistema guida dei rapporti interpersonali, sociali e politici. A chi preferiva (e preferisce) l’ipocrisia rispetto alla libera espressione dell’eros, quindi dell’energia vitale: “E’ il mio pene che vogliono”, diceva lo studioso al figlio. Che aggiunge: “Si sbagliava, forse?”

“E così non faccio che urlare. Ogni mattina ho i conati e vomito. A volte grido in auto, mentre guido perso nel rombo dell’autostrada a pedaggio grido, mi libero di tutto facendo vibrare i finestrini. Ne ho bisogno, mi aiuta a tenere morbida la pancia. Mi fa pensare che la vita sia un processo di espansione e contrazione. Pulsa. Ci sono cose buone e cose cattive, ma è sempre un mutare e un cambiare, un pulsare. La libertà, sensazione elusiva, arriva solo a scoppi improvvisi e spontanei”, racconta Peter Reich verso la fine di questo bello e stimolante volume. Come a dare voce da un lato al proprio senso di vuoto per la scomparsa del padre (che lo lasciò orfano di protezione, di serenità, di utopia oltre che però di “autorità”, di “ordine”, anche di condizionamento) sia dalla vita terrena sia dal panorama culturale non solo americano; ma come a percepire anche, dall’altro lato, la condizione di un mondo che non può smettere di mostrarsi tragica, che ti disorienta. Un mondo che ti mostra continuamente il sesso e te lo nega, ti parla sempre di libertà e te la toglie, blatera in ogni dove di diritti, convivenza, dialogo, solidarietà, accoglienza e sfrutta, avvelena, schiaccia, uccide, massacra e/o riduce come minimo al silenzio chi è diverso e non si adegua (non può o non vuole) alle concezioni dominanti. Un mondo che predica la vita e pratica la morte.

Tutto il contrario, in pratica, di ciò che Wilhelm Reich sognava, immaginava e cercava. A costo di incontrare proprio la morte.

 

 

 

Agnès Weber, Set me free (9), da http://agnesweber.blogspot.it/

Agnès Weber, Set me free (9), da http://agnesweber.blogspot.it/

Foto di Jose Osbru, da http://joseosbru.tumblr.com/

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Foto di Eikoh Hosoe, da http://grigiabot.tumblr.com/

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foto presa dal web, modificata ed elaborata

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foto presa dal web, modificata ed elaborata

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Forma del pensiero, corpo del linguaggio: il gaargh

Comunicare per tacere, comunicare per confondere, comunicare per non informare. C’è una grande differenza tra la comunicazione e l’informazione: di comunicazione siamo pieni zeppi, fra media di ogni genere, internet, social network, smartphone e quant’altro; mentre l’informazione, che necessita di selezione, di esame critico, di organizzazione delle nozioni apprese, (non tanto) paradossalmente diminuisce a vista d’occhio.

Scoppia lo scandalo delle tangenti sull’Expo e tutti a chiedersi: ma com’è che nessuno prima se n’era accorto, com’è che nessuno aveva controllato? Salvo poi a scoprire (o a ricordarsi, se la cosa non fosse stata messa praticamente sotto silenzio) che una legge del 2010 impedisce di fatto verifiche preventive sugli appalti alla Corte dei Conti, la quale può intervenire solo quando viene accertata una notizia di reato penale. Soltanto a posteriori, quindi.

Per anni i governi berlusconiani hanno strombazzato ai quattro venti di avere diminuito le tasse, di avere tolto l’Ici sulla prima casa. Ma col tempo ci si accorge che a fronte di qualche decina di euro risparmiata in un anno si devono sborsare decine di euro in più, al mese però, per via dell’aumento (e in molti casi del raddoppio) dell’addizionale comunale e regionale sull’Irpef. Per non parlare degli aumenti delle tariffe su rifiuti, acqua e via discorrendo.

Il governo renziano attesta che l’unico modo per fare aumentare l’occupazione è l’impiego precario, a termine, sottopagato e con una caduta verticale dei diritti: occupazione che non è occupazione ma solo impiego, appunto; che, se ci si fa caso un attimo, non permette di comprarsi una casa, un’auto, un elettrodomestico, insomma non permette di ottenere prestiti o mutui, tantomeno di organizzarsi una vita autonoma o, per dirla grossa, di mettere su famiglia. Però la chiamano occupazione.

Si potrebbero fare decine, centinaia di esempi del genere, in continuo aumento negli ultimi tempi. Si tratta di vere e proprie menzogne spacciate per comunicazione (istituzionale): come quella secondo la quale senza Senato elettivo vivremo meglio. Senza verifiche, controlli di legittimità e cose simili. Sono solo orpelli, si sostiene. O il discutere (cianciare) di economia reale, come se esistesse quella immaginaria, invece di ammettere che oggi l’economia è soprattutto finanza, ossia pura e semplice speculazione di borsa; perché di economia ce n’è una sola, e può essere soltanto reale: quella che attiene alla produzione e alla circolazione delle merci e alla vita delle persone, delle famiglie, degli aggregati sociali; e non può essere che governata da scelte politiche (come diceva il buon vecchio Marx). Ma se ne dicono tante altre, di menzogne, spesso con la complicità della stampa (non solo di carta, anzi): condite dai leader dei partiti (quasi nessuno escluso, a partire naturalmente da Grillo), in comizi e in dichiarazioni pubbliche, di parole, frasi violente, arroganti, false in quanto soprattutto autoreferenti (pronunciate, rovesciate, scagliate, vomitate solo per portare acqua al proprio mulino).

Comunicazione. Comunicazione senza informazione, alla stregua delle statistiche economiche che un giorno dicono che la fiducia degli italiani è in aumento e che lo sono anche le commesse alle imprese, per aggiungere appena il giorno dopo che il prodotto interno lordo è crollato, l’occupazione è sempre in picchiata, che i cittadini evitano di spendere. Insomma, c’è fiducia ma si è nella merda.

Anche la fiducia diventa fattore di comunicazione. I berlusconiani e i renziani, bando alla rivalità di schieramento politico, di fatto concordano nel ritenere che basta avere fiducia per uscire dalla crisi, basta essere ottimisti, guardare al futuro, sorridere (anche alle loro battute), pensare a divertirsi, non incazzarsi mai. E soprattutto, beninteso, non protestare, non scioperare, non iscriversi ai sindacati che prendono per il culo la gente (i politici no, non lo fanno mai invece), non dissociarsi. Anzi, contribuire a diffondere un clima di ottimismo: ce la faremo. L’Italia tutta ce la farà. Teniamo alta la bandiera, rispettiamo l’inno nazionale e andiamo avanti. Basta dirlo, per crederci, no?

La comunicazione. Il potere della comunicazione. Che non è l’informazione, conviene ripeterlo. Un meccanismo che vale anche sul piano dei rapporti privati e sociali delle persone, se ci si fa caso. La diffusione della comunicazione telematica induce chi più chi meno a costruire immagini di sé (non una, ma diverse in realtà, in base al contesto e alle circostanze) che raramente corrispondono al suo vero essere. O a un essere verosimile, al minimo. Su internet siamo tutti bravi, buoni, belli, vigorosi, originali, competenti in una miriade di materie (specialmente artistico-culturali, creative), anche spiritosi, eleganti, intelligenti, dotati di profonda spiritualità, di umanità, capaci delle riflessioni più acute e pertinenti sulle cose. Oppure unici, diversi dagli altri (nel senso di superiori), trascinanti, fascinosi, dominanti. Ma lo facciamo ormai pure nei rapporti faccia a faccia, nei gruppi come nelle comitive. Mai nessuno ad esempio, mettiamo un uomo adulto come me, che con nome e cognome propri (si preferiscono perlopiù i nomignoli, i soprannomi, i nickname, i diminutivi preferibilmente inglesizzati), confessi candidamente e pubblicamente, che so, che non gli si rizza il pene.

Tanta comunicazione, sempre meno informazione: così stanno le cose. Creazione di immagini ‒ non solo di sé, benché ormai prevalenti, ma immagini intese più in generale come forme del pensiero che danno corpo al linguaggio ‒ che di fatto acquistano la funzione di confondere e non di chiarire, di portare a forza l’interlocutore (il ricevente) sul “proprio” terreno, di fare apparire, prevalere, prevaricare, “vincere” chi comunica (l’emittente). Chi possiede nozioni e conoscenze. Immagini che conseguentemente, e sostanzialmente, permettono di ingannare. La comunicazione è sempre più oggi un meccanismo del genere: moltiplichi le notizie (su di te, su altri o altro), affastelli insieme quelle vere e quelle fasulle oppure ne metti l’una accanto all’altra una miriade, tutte reali e insieme contraddittorie, che entrano però in contrasto non appena sono espresse. Il risultato è che non hai creato né fornito informazione, di nessun genere. Un po’ come quando ti dicono che devi imparare questo e quello, devi sapere questo e quello, tenere a mente questo e quello, e non lo terrai mai a mente perché non ti viene spiegato il motivo per il quale questo e quello esistono, sono operanti nel mondo. Conosci a memoria una legge dello Stato, una formula chimica o matematica e dopo un po’ le dimentichi perché non ne hai mai afferrato il senso, il contesto, l’origine, la necessità, lo scopo. La nuda e cruda nozione opposta alla conoscenza, che di per sé invece è sempre selettiva, analitica, sintetica: quindi critica. Il gioco a quiz opposto all’apprendimento. Un po’ quello che accade ormai da anni a scuola e all’università.

Confondere, per mentire, è oggi come oggi il miglior modo di dominare, non c’è dubbio. E da ciò si deduce che (come mi è capitato di scrivere in un testo precedente) semmai sia esistita nel tempo una comunicazione “innocente”, e in realtà non è mai esistita, oggi essa appare in molti casi del tutto fraudolenta. Un morbo che si sta diffondendo sempre più anche nell’espressione artistica e letteraria: oggi si deve in primo luogo colpire, stupire o comunque costruire un’immagine di sé, prima che un’opera; si vuole essere “riconosciuti” prima che percepiti nelle proprie idee, nelle proprie forme espressive, capiti, magari criticati, analizzati, considerati interlocutori di un confronto con il fruitore dell’opera (come si fa nei blog e nei social network, del resto; e la stragrande maggioranza degli autori naturalmente li usa). Non si tende, in pratica, a instaurare un dialogo bensì a imbastire un monologo che ci renda passibili di ammirazione, di celebrazione, di celebrità, di invidia perfino. Un discorso che ci renda principalmente visibili, “dominanti”. E pure ricchi, che non guasta mai.

E’ come se l’autore delegasse il criterio di veridicità, di attendibilità, di “autorevolezza” alla propria dimensione di “personaggio”, invece che all’opera. Come se attribuisse a se stesso una dimensione di “innocenza” derivante in primo luogo dal suo status (socialmente riconosciuto) di “intellettuale”, capace di vedere a causa di questo suo essere ciò che gli altri non possono vedere. Il che fatalmente fa passare in secondo piano la dimensione di “artefatto” che è sempre propria di qualsiasi opera scritta, visiva, sonora, dotandola di una verità che appare come generale, valida per tutti, mentre è solo una verità tutt’al più parziale (quando non una mera invenzione, ma la sostanza non cambia, anzi) che attiene al massimo all’essere dell’autore stesso (nel mondo o nella società): un semplice quanto individuale punto di vista, su di sé e su tutto il resto. In pratica: una visione di parte. Una delle tante possibili.

Nemmeno l’espressione artistica in realtà può essere mai “innocente”, non esiste sguardo obiettivo. L’opera è il prodotto di un’interpretazione, sempre opinabile e falsificabile (come la scienza secondo Popper): è questo che il grosso degli autori di oggi ha dimenticato. O non vuole sapere. Così, come detto, l’autore finisce per spacciare come generali verità particolari (e di queste ultime se ne trovano, e tante, in numerose grandi opere) che, come tutti, è in grado di estrarre dalle sue interpretazioni dei fatti del mondo. Ma non c’è onestà in questo. Perché solo di onestà si può parlare, non di veridicità assoluta e conclamata, nel linguaggio corrente così come in quello delle arti e delle scienze: l’onestà di rendere evidente che la propria opera è in ogni caso frutto di una “costruzione”, o meglio ancora di una ri-costruzione, quando non di una invenzione, di persone, cose, fatti, eventi. Insomma, si tratta sempre di una “finzione”, di una razionalizzazione, di una schematizzazione (insomma, di una formalizzazione) di realtà o di pensieri che vivono e si sviluppano in sé al di fuori di ogni schema, e che devono essere in qualche maniera formalizzati per potere essere espressi, per diventare oggetti di discorso, qualsiasi discorso. La lealtà consiste appunto nel non tenere nascosta la “finzione” che sta dietro ogni formalizzazione, scritta, parlata, rappresentata in qualsiasi modo e con qualsivoglia mezzo. Nel rendere evidenti le regole del “gioco linguistico” (da Wittgenstein) che vi sta all’origine.

Quando le regole del gioco non sono (o non possono oppure non devono essere) condivise da tutti i partecipanti al discorso, allora il piano dell’espressione si confonde (si con-fonde, meglio), si unisce, si identifica con quello della comunicazione. I due piani si mescolano invece di interagire fra di loro pur restando distinti, magari confliggendo e contraddicendosi. E l’opera, in un contesto simile, tende a “convincere” (emozionare, affascinare, attirare, suscitare identificazione) piuttosto che stimolare il pensiero, insinuare dubbi e interrogativi, indurre alla riflessione critica su di essa, su se stessi e sul mondo. Trasformando così l’autore in un soggetto analogo alle personalità politiche, pubbliche, del jet-set, ai protagonisti dello spettacolo, ai campioni dello sport, ai “grandi” giornalisti e simili. Ai potenti, in una parola.

Stante tale situazione di imbarbarimento del linguaggio (privato, pubblico, mediatico, artistico), in definitiva, la domanda che sorge è: che cosa resta da fare a un produttore di testi (non solo scritti) perché riesca a dialogare realmente e onestamente (nel senso dello scambio alla pari) con ogni fruitore della sua opera? Sparire dietro i propri stessi testi, come un Thomas Pynchon tanto per rendere l’idea. O fare sparire il linguaggio dietro e dentro di sé.

All’autore cioè nel secondo caso (il primo in fondo è un’arma a doppio taglio, può suscitare morbosa curiosità proprio verso l’autore) non resta che pronunciare una sola parola: per cominciare, magari. Una parola che apra orizzonti piuttosto che chiuderli, che rimanga come sospesa e perciò sia capace di mantenersi aperta a ogni possibile (e pure improbabile) interpretazione, analisi, opinione. E pure a qualsiasi possibile sviluppo.

All’autore non rimane insomma che dire: gaargh. Una specie di dada riveduto e corretto, si potrebbe anche pensare. Forse. Forse è proprio così. Oppure, chissà, è un grido di dolore, di disgusto. O una risata, di quelle dissocianti, dissociate, liberatorie per certi versi. Ma oggi può essere semplicemente e soltanto gaargh: il resto si vedrà. Magari ne nasce una nuova corrente artistico-letteraria…

 

 

 

foto presa dal web, modificata ed elaborata

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Forma del pensiero, corpo del linguaggio: l’immagine (poco) condivisa

Un testo che ho pubblicato su questo stesso blog circa quattro anni fa, ma riveduto e corretto alla luce del vertiginoso processo di svuotamento del linguaggio dal punto di vista della sostanza, specie nell’universo della politica, dove la menzogna è diventata regola. Non solo, comunque: anche sul piano dei comportamenti quotidiani del soggetto e all’interno dei vari gruppi sociali. Il linguaggio, in poche parole, non è mai stato del tutto innocente, è vero, ma oggi appare quantomai “colpevole”. Oggi, ossia nella società della comunicazione.

 

Fra gli aristotelici “accidente” e “sostanza”, fra la sensazione che è di natura individuale e il pensiero che ha invece carattere universale (l’intelletto possibile), esiste per il filosofo medievale arabo-andaluso Muhammad ibn Ahmad Muhammad ibn Rushd (conosciuto da noi come Averroè) un unico punto di contatto, l’immaginazione. Solo tramite questa, secondo il grande pensatore, ossia dentro la zona di “vuoto che si spalanca” nell’attimo in cui la percezione indistinta si struttura in una forma generale e riconoscibile, è possibile definire la specie umana.

L’uomo, in altre parole, si distingue dagli altri esseri viventi non per il possesso dell’anima e nemmeno per la facoltà di parlare o di pensare, bensì per la capacità di costruire immagini: visive, sonore, linguistiche, mentali. Per la possibilità insomma di mettersi in comunicazione con il suo prossimo attraverso l’“intelletto agente” (un’altra eredità di Aristotele, benché influenzata da elementi platonici), motore immobile dell’universo o divinità creatrice che dir si voglia; e ciò in accordo con la teoria di un altro filosofo del medioevo, l’ebreo spagnolo Moshe ben Maimon (noto in Italia come Mosè Maimonide).

Una concezione che tra il Cinquecento e il Seicento, passando per il principio dell’Uno-Molteplice postulato da Giordano Bruno (l’infinità e insieme l’estrema differenziazione interna di un universo che è tuttavia unico e pensabile solo per “immagini”, secondo il pensatore di Nola) e arricchendosi del rapporto dialettico indagato da Baruch Spinoza (anch’egli ebraico ma olandese, accusato peraltro di apostasia) fra il limitato e l’illimitato (ossia, la moltitudine delle sostanze nel mondo intesa come articolazione fisica e visibile di un solo e infinito principio universale, un intelletto in sé necessario ed eterno, una deità sparsa nella natura e che tuttavia la comprende) arriva nel cuore del diciannovesimo secolo.

Qui, filtrato da Hegel, questo concatenarsi di idee permea di sé la teoria del “general intellect”, termine con il quale Karl Marx definisce il pensiero dominante in una data epoca; o meglio, il modello o l’immagine che ha di se stesso un determinato aggregato sociale, fonte di “alienazione” per i suoi singoli componenti. Un concetto che a sua volta si evolve nel Novecento in quello di “egemonia” nel pensiero di Antonio Gramsci oltre che nella definizione di “momento soverchiante” stabilita dall’ungherese Gyorgy Lukacs per sottolineare la prevalenza dell’economia sulle altre sfere dell’esistenza nel mondo capitalista.

Il rapporto fra singolarità e generalità insomma, secondo un buon numero di filosofi, è di natura principalmente “coercitiva” (sia che la generalità attenga al divino sia che si riferisca invece al corpo sociale materiale) e in quanto tale rappresenta l’origine primaria dei conflitti nevrotici e psicotici fra Io, Super-io ed Es, secondo Sigmund Freud. Nel momento in cui il conflitto viene pronunciato poi, ossia quando il paziente “narra” la propria sofferenza all’analista, il pensiero sale a galla sotto forma di “immagini” (i sogni o le libere associazioni mentali) che lo psicoterapeuta ha il compito di studiare ponendo particolare attenzione ai “lapsus” e ai “motti di spirito”. In una parola, l’analista deve individuarne le strutture linguistiche prevalenti e/o ricorrenti.

Ecco, allora. Quando l’essere individuale profondo (l’Altro o gli Altri dentro di sé) incontra tutto ciò che con lui non ha a che fare (l’Altro o gli Altri fuori di sé, quindi la cultura dominante; ma non solo: anche le leggi della civile convivenza fra le persone, le norme giuridiche, economiche, etiche, comportamentali, le regole della comunicazione che hanno una base combinatoria, in fondo, analoga a quelle della matematica), proprio in quest’attimo di impatto – di shock, viene anche da dire – si assiste a una sorta di istantanea cristallizzazione del pensiero, altrimenti libero e caotico nell’intimo: l’inconscio si struttura come un linguaggio, annota lo psicoanalista francese Jacques Lacan. Il magma interno della singola persona, in sostanza, collide con un apparato di forme universali (parole, numeri, suoni, linee, curve, angoli, colori, spazio, tempo, pause, discontinuità…) e nel giro di un intervallo infinitesimo si coagula in “immagini” costruendo dentro il soggetto una “storia” di sé che, venendo a patti con la coercizione della Legge (le strutture esterne, sociali, culturali, linguistiche, economiche e quant’altro), diventa esprimibile. E delineando in tal modo un “filo conduttore” per il porsi dell’individuo come soggetto di linguaggio: tramite il discorso oppure attraverso un’opera d’arte visiva, letteraria, musicale, scientifica, anche in senso lato.

L’immaginazione in questo contesto presuppone pure una “memoria”, una successione di eventi (ancorché “artificiosamente” costruita forzando il caos dell’inconscio). E l’immagine che ne deriva, per dirla con il pensatore ebreo-germanico Walter Benjamin, non è altro che la cristallizzazione di una storia: la storia individuale di chi l’ha creata, ma anche la storia della cultura collettiva nel cui ambito è stata prodotta; e anche la storia dell’interlocutore privato o pubblico (l’Altro) che la guarda, la legge, l’ascolta, la tocca con mano. Se ne deduce che, sempre secondo Benjamin, l’immagine non può essere che “dialettica”: bloccata, fissata cioè nell’attimo in cui si mostra, ma nello stesso tempo sottoposta alle continue tensioni del pensiero che l’autore vi ha riversato dentro e delle interpretazioni di chi ne fruisce; ferma, quindi, ma insieme sottoposta alla perenne tentazione del movimento.

Fra il particolare e l’universale c’è questo istante di stasi perciò, di “vuoto” riempito però di una serie di immagini cristallizzate che l’iconologo tedesco Aby Warburg ha definito “forme del pathos”. C’è un impatto, uno scontro, una contraddizione insomma, accompagnato tuttavia da un confronto serrato, da uno scambio. Per dirla in altri termini: il momento di vuoto instaura fra l’individualità e la generalità un rapporto che si può definire “dinamicamente sospeso”.

Ma sempre di un contatto si tratta, alla fine. Che deve dispiegarsi in un sistema di regole certe per potere funzionare, per potere stabilire un canale di comunicazione o di espressione: per potere individuare un consenso oppure un dissenso. Ecco perché, sul piano generale, gli individui per interagire fra di loro ricorrono a quelli che il filosofo e logico-matematico austriaco Ludwig Wittgenstein chiama “giochi linguistici”: l’accordo cioè su un sistema di segni comune che metta chiunque in grado di partecipare al processo di produzione o di fruizione delle immagini. Con l’avvertenza però che, come in qualsiasi gioco che funzioni, le norme devono essere (un po’ come le categorie “a priori” kantiane) concordate e condivise preliminarmente. Non imposte. Meno che mai stabilite con lo scopo, implicito o in certi casi manifesto, di danneggiare l’uno o l’altro dei partecipanti.

Il riconoscimento come “parte integrante del gioco”, quindi, deve essere sempre generalizzato a tutti gli individui in campo. Anche se socialmente oggi accade sempre più il contrario. “Il paradigma soggettivistico moderno che pensa la coscienza come autoaffermazione e come negazione nei confronti dell’altro – scrive infatti Lucio Cortella, rielaborando la dialettica hegeliana in Tesi provvisorie per una teoria del riconoscimento (2004) – dimentica che tale autoaffermatività può trovare soddisfazione solo grazie al riconoscimento dell’altro. Ma – sottolinea immediatamente dopo – una coscienza che voglia essere riconosciuta senza essere disposta a riconoscere non potrà mai ottenere riconoscimento.” In definitiva, cioè, se l’immaginazione non viene generalizzata (nei due sensi di “formalizzata” e “condivisa”) non si dà il contatto, il dialogo, il confronto, il dissenso, lo scambio tra gli individui. In altre parole: si ha la prevaricazione, si ha il dominio e non la cultura.

L’immaginazione, alla luce di tutto ciò, intesa come la facoltà di creare “immagini” (di ogni genere) che si caricano della nostra quanto dell’altrui storia sul comune terreno del linguaggio, è ciò che mette in comunicazione un individuo con gli altri e ogni individuo con la generalità del mondo. Ma solo se condivisa.

E proprio qui sta il punto dolente. Se è vero infatti che l’immagine dà forma al pensiero e corpo al linguaggio, è pur vero che oggi più che mai essa tende a porsi davanti o al di sopra delle immagini altrui, e non accanto o in mezzo o a contatto con queste. Insomma, si espone al mondo in primo luogo per emergere rispetto alle altre. Senza cercare alcuna condivisione, con lo scopo bensì di prevalere sulle altre. Ma non si dà discorso di confronto o di scambio, in un quadro siffatto: solo linguaggio che attiene al potere, che parla e non ascolta, che dispone e non discute, che comunica senza esprimere. O esprimendo troppo: troppi significati tutti insieme e deliberatamente, veri e falsi e presunti e possibili, senza dar modo di distinguere (deliberatamente) il reale o il plausibile dalla finzione o dalla menzogna. Per confondere e dominare il muto (a quel punto) interlocutore.

 

 

 

Cross on the castle, photomanipulation, da http://cordelien.tumblr.com/archive

Cross on the castle, photomanipulation, da http://cordelien.tumblr.com/archive

Robert Carrithers, Bohemian Nudes, Rebeca 2, da http://www.robertcarrithers.com/bohemian-nudes/

Robert Carrithers, Bohemian Nudes, Rebeca 2, da http://www.robertcarrithers.com/bohemian-nudes/

Sorvegliare, punire, dominare: privatizzare

Il potere, lungi dall’impedire il sapere, lo produce. Se si è potuto costituire un sapere sul corpo, è stato attraverso un insieme di discipline militari e scolastiche. È solo a partire da un potere sul corpo che un sapere fisiologico, organico era possibile.” (Michel Foucault, da Potere-corpo, in Microfisica del potere: interventi politici, a cura di Alessandro Fontana, Pasquale Pasquino, traduzione di Giovanna Procacci, Einaudi, 1982)

 

 

Esistono diversi tipi di privatizzazione. Certo, quella economica salta subito agli occhi. I servizi sociali affidati ad aziende che perseguono il profitto prima ancora (o invece) del servizio in sé e per sé. Ma anche entità pubbliche di vario genere che oggi pensano preliminarmente a “far quadrare i conti” (lo Stato inteso come azienda e non come comunità di soggetti, ormai è acclarato), facendo pagare se è il caso agli utenti tutto ciò (o quasi) che dovrebbero invece ricevere gratis o a prezzo “politico”, essendo che si tratta in prevalenza di diritti. E poi ci sono i manager (o cosiddetti), che spesso e volentieri lavorano sia per il pubblico sia per il privato (prima l’uno e poi l’altro e viceversa o tutti e due insieme) in una commistione pressoché inestricabile di interessi, offrendo o incassando in varie occasioni mazzette, tangenti, “regali”, privilegi di ogni genere.

La Corte dei Conti d’altro canto lo ha detto chiaramente: oggi la corruzione è un cancro sociale. Ed è aumentata a dismisura (non è che prima non ci fosse, naturalmente) proprio con le privatizzazioni.

Ma bisogna andare a monte della cosa. E qui si fa largo un altro tipo di privatizzazione, ossia quella “mentale”. Privatizzare, checché se ne voglia dire, equivale a soddisfare un interesse privato: lo dice la parola stessa, no? Da imprenditore, è vero, io posso svolgere un servizio, ma senza dimenticare mai che ci devo guadagnare, che devo lucrare sull’affare. E nei tempi odierni è proprio quello che accade, ma non solo nell’attività economica. Basta qualche esempio, d’altronde. Si concepisce una legge elettorale per favorire i partiti più grandi a scapito dei più piccoli. Si allestisce un sistema di regole parlamentari che di fatto impedisce a chi dissente di esprimersi, impone tempi contingentati, perfino la “ghigliottina” e quant’altro. E si potrebbero fare ulteriori esempi.

Che cosa comporta, questo? Che chi si sente escluso dal potere decisionale, chi si sente prevaricato non trova sistema migliore che urlare per farsi sentire. E prevaricare a propria volta, fino a utilizzare metodi squadristi. Ottenendo come risultato altrettante prevaricazioni (altrettanto squadriste nella sostanza), del resto, alle quali non trova modo diverso di rispondere che dando sfogo, si può dire, a tutte le frustrazioni del cittadino medio (il primo dei prevaricati, peraltro) che possono sfociare in violenza verbale o perfino fisica. A tanti almeno in qualche occasione è capitato di assistere a liti di condominio o a diatribe derivate da incidenti stradali anche lievi: si arriva facilmente ormai alle vie di fatto, allo scontro fisico. O di incontrare individui che ti maltrattano soltanto per una parola “sbagliata”, un movimento “sbagliato”, un atteggiamento “inadatto”, o perché ti percepiscono “debole”. Oppure, semplicemente, ti guardano male e a volte pure ti minacciano solo per sorpassarti in una coda.

E’ quanto sta accadendo fra il sistema dei partiti (tutti inclusi) e il Movimento 5 Stelle, in pratica. Che, prevalga l’uno o l’altro dei contendenti, non lascia presagire nulla di buono, ma proprio nulla, riguardo alla convivenza democratica e “plurale” in questa nazione.

Interessi di parte (privati), ragionamenti di parte (privati), il pensare che il modo d’essere e di agire del mio gruppo, della mia parte (privata, quindi) sia quello buono per tutti (che si definisce, qualora qualcuno lo avesse dimenticato, pura e semplice omologazione): questo impera oggi. E chi crede ancora, invece, al dialogo fra diversi, al confronto, anche allo scontro ma nell’ascolto comunque delle posizioni altrui, si sente (lui o lei sì) davvero prevaricato, schiacciato in un silenzio che porta al sentimento di assenza, all’impotenza, alla reale frustrazione mentale e, perché no, anche fisica. All’isolamento, insomma. Chi si sente così oggi ha paura persino di uscire di casa, per il rischio di dovere affrontare comportamenti aggressivi pure quando, che so, va a fare la spesa.

Si urla per avere e ottenere ragione. Ci si para davanti a qualcuno per avere e ottenere ragione. Si fa apparire il proprio corpo (proprio così) più grande e minaccioso di quel che è (anche agghindandosi più alla moda dell’avversario, tatuaggi compresi, per farlo sentire “out”), proprio come certi animali rizzano il pelo o le penne per incutere paura. Paura e quindi resa. E’ questa la forma di privatizzazione (del pensiero e anche del corpo) che sta alla base di tutte le altre e allo stesso tempo ha le ricadute più visibili, perché quotidiane, sull’esistenza delle persone. Le mie ragioni, il mio interesse stanno al di sopra di quelli altrui, stanno al di sopra di tutto e di tutti. Io “devo” fottere il prossimo, tenere d’occhio il prossimo perché non mi provochi danni, punire il prossimo perché mi si sottometta, dominare il prossimo per avere spazio e, perché no, visibilità. Perché “devo” emergere, prevalere, vincere. E’ il comandamento dei tempi.

Sorvegliare, punire, dominare: una ricetta antica quanto il mondo (lo ha dimostrato con evidenza e meglio di altri il filosofo francese Michel Foucault) però in grado di riproporsi in forme sempre nuove, specie nelle nazioni (come la nostra) in cui la democrazia è una parola scritta in ordinamenti, leggi, codici ma di fatto risulta svuotata di valore. E’ forma cioè, ma non sostanza.

 

 

 

Giulia Ciappa, P.D.O. (Pure Decorative Objects) - 06, da http://www.flickr.com/photos/rocksrain/

Giulia Ciappa, P.D.O. (Pure Decorative Objects) – 06, da http://www.flickr.com/photos/rocksrain/

foto presa dal web e modificata

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Ilia Yefimovich, A New Land, da http://yefimovich.wordpress.com/

Ilia Yefimovich, A New Land, da http://yefimovich.wordpress.com/

Corpi fluidi e differenze esclusive: da Theodore Sturgeon a Judith Butler

I particolari anatomici erano affascinanti, come lo sono spesso, e per la solita ragione che stordisce chiunque sia capace di stupirsi: per l’ingegnosità, l’inventiva, l’efficiente complessità di una cosa vivente.

In primo luogo (…) avevano chiaramente entrambi i sessi in forma attiva. L’organo intromittente era radicato molto indietro, in quella che nell’homo sapiens potrebbe essere chiamata fossa vaginale. La base dell’organo aveva, da ogni parte, un os uteri, che si apriva sulle due cervici, perché (…) avevano due uteri e generavano sempre due gemelli. In erezione, il phallos discendeva ed emergeva; quando era “a riposo” era completamente rinchiuso e, a sua volta, conteneva l’uretra. L’accoppiamento era reciproco… in realtà, sarebbe stato virtualmente impossibile in qualsiasi altro modo. I testicoli non erano né interni né esterni, ma superficiali; si trovavano all’altezza dell’inguine, proprio sotto la pelle. E c’era una meravigliosa riorganizzazione dei plessi nervosi, almeno due nuove serie di muscoli sfinterei, e una complicata ridistribuzione di tutte le funzioni.

(…)

Biologia, ricordò, senza ragione; usavano i simboli astronomici di Marte e di Venere per indicare il maschio e la femmina… Cosa diavolo avrebbero usato per questi? Marte più Y? Venere più X? Saturno capovolto?

(…)

Cominciò una bella esposizione dell’embriologia degli organi riproduttivi umani, mostrando quanto erano simili le formazioni prenatali degli organi sessuali, e alla fine dimostrò quanto rimanevano simili. Ogni organo del maschio aveva il suo corrispondente nella femmina.

‒ E se tu non provenissi da una civiltà così assolutamente concentrata su differenze che in se stesse non erano drastiche, ti accorgeresti di quanto erano minime, in realtà, queste differenze.

 

Theodore Sturgeon, Venere più X, 1960, traduzione di Adriano Rossi, Urania Collezione, 2004

 

 

Una società del futuro remoto o soltanto parallela a quella del nostro tempo, poco importa. Ciò che conta invece è che il romanzo di Theodore Sturgeon è una delle più grandi opere della fantascienza. O, con un azzardo (ma solo relativo, sottolineo) dell’intera letteratura del Novecento. Una di quelle narrazioni che ti costringono a farti domande su che cosa si intende per “maschile” o “femminile”, che cosa sono i generi, i ruoli sociali, che cosa è l’“immagine” di ognuno (con grande anticipo peraltro sul presente, dove il concetto di immagine domina incontrastato la vita quotidiana). E se i sessi, non solo i due “canonici”, siano determinati dalla natura, e stabiliti una volta per sempre, o dalla cultura, ossia imposti dalle “narrazioni dominanti” nella storia dell’umanità.

Uno dei primi romanzi della fantascienza “classica”, inoltre, ad avere fatto della sessualità il proprio tema centrale (con Gli amanti di Siddo del 1961 di Philip José Farmer, eroticamente ancora più connotato, mentre solo più tardi sono arrivati quelli di altri autori, Ursula K. Le Guin in testa), che ha pure anticipato l’insorgere della ribellione giovanile e della rivoluzione dei costumi (ora quasi del tutto “digerita” o abortita) tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70 del secolo scorso.

Un’utopia (che non manca però di risvolti drammatici), quella raccontata da Sturgeon. Che chiama in causa e mette in discussione le nostre convinzioni più consolidate. Le nostre filosofie di vita, in altri termini. E che proprio in tema di pensiero filosofico sembra fungere da “introduzione” a quella che all’inizio degli anni ’90 è stata chiamata “teoria queer” (dalla studiosa italiana trapiantata negli Stati Uniti Teresa de Lauretis), un sistema di pensiero che mette in crisi l’idea stessa di “genere”, maschile, femminile, gay, lesbico, bisex, come dato naturalmente consolidato. E conseguentemente il concetto di “identità sessuale”. Si tratta, dice la filosofa americana Judih Butler in Corpi che contano, (1993, edizione italiana Feltrinelli, 1996) di “schemi regolativi [che] non sono strutture atemporali, bensì criteri di intelligibilità storicamente revisionabili che producono e obliterano corpi che importano”. Schemi che se guardati da questa prospettiva inducono a pensare che “ciò che costituisce la fissità del corpo, i suoi lineamenti, i suoi orientamenti, sarà visto come pienamente materiale; ma la materialità sarà riconsiderata come effetto del potere, anzi l’effetto più produttivo del potere”.

Per dirla con parole diverse, noi siamo uomini, donne, eterosessuali, omosessuali, bisessuali perché la “narrazione dominante” ci ha imposto di far parte di una di queste categorie; e nel momento in cui definiamo noi stessi (o veniamo definiti) escludiamo fatalmente di essere “altro”.

Ma trattandosi di categorie storicamente, culturalmente determinate (e in ogni caso non è detto che tutto quanto è “naturale” non sia anch’esso un prodotto della cultura e dell’azione umana nel corso del tempo; pure la natura è soggetta a modificazioni, mutazioni, dal “potere” esercitato dal genere umano: basti pensare solo al citato romanzo di Sturgeon), non sono affatto “definitive”. Ognuno, volendo, può scardinarne la normatività “esclusiva”, passare dall’una all’altra o far parte di più d’una allo stesso tempo, assumere un “ruolo” in base alla scelta del momento, del periodo, alle proprie convinzioni, cambiarlo, immaginarne perfino di nuovi e inediti. Insomma, rendere “fluttuante” il proprio genere. Rendersi transgender. Un termine, questo, che assume valenza politica per la stessa Butler, oltre che sociale e sessuale, in La disfatta del genere, (2004, edizione italiana Meltemi, 2006) “non solo perché ci costringe a domandarci cosa sia o debba essere considerato reale, ma perché ci mostra come si possano mettere in discussione le attuali concezioni della realtà e istituirne di nuove”.

Una politica attiva, va sottolineato, che parte oltretutto dal profondo della nostra intimità. Dall’immaginazione, si potrebbe dire ricorrendo a un concetto chiave del pensiero postmoderno: la fantasia infatti, aggiunge la studiosa americana, “non rappresenta solo un esercizio cognitivo, un film interiore che proiettiamo all’interno del teatro della mente. Essa struttura la relazionalità e partecipa alla stilizzazione dell’incarnazione stessa”. E allora, secondo queste premesse (anticipate per molti versi fin dagli anni ’60, è il caso di ricordarlo, da Furio Jesi con la teoria della “macchina mitologica”) “i corpi non sono spazialità date. Nella loro spazialità, essi si attuano nel tempo: invecchiando, cambiando forma, cambiando significato – a seconda delle loro interazioni – e la rete di relazioni visive, discorsive e tattili che diviene parte della loro storicità, del loro passato, presente e futuro”. Senza alcuna censura, va sottolineato, anche contro le correnti storiche del femminismo specie negli Usa, verso pratiche sessuali ritenute socialmente “devianti”, ad esempio prostituzione, pornografia, bondage, sadomasochismo. Infatti, come annota Patrick Califia in Feminism and sadomasochism, “la dinamica tra top [chi sta sopra, ma anche chi comanda, attivo] e bottom [chi sta sotto, ma anche chi esegue o subisce, passivo] è assai diversa di quella tra un uomo e una donna, il bianco e il nero o l’alta borghesia e il ceto operaio. Questi sistemi sono ingiusti perché assegnano privilegi basati su razza, genere e classe sociale. Durante un incontro sadomasochista, i ruoli sono acquisiti e usati in modi molto diversi. Se non piace essere un top o un bottom, basta invertire registro. Si provi a farlo col sesso biologico o con l’etnia o con lo status socioeconomico” (da http://it.wikipedia.org/wiki/Teoria_queer).

Corpi in movimento, corpi “fluidi”. Che includono e non escludono, che dialogano e non tacciono, che ascoltano e non respingono, non prevaricano e non disprezzano la diversità. Che si trasformano. Mutanti. E meticci. L’esatto contrario di quanto prescrive e pratica le nostra attuale civiltà (e anche le cosiddette “politiche di genere”) dove, tornando a Corpi che contano, “la regolamentazione della sessualità, all’opera nell’articolazione delle Forme, suggerisce che la differenza sessuale agisce nella formulazione stessa della materia. Si tratta di una materia che si definisce non solo come opposta alla ragione. Non c’è un unico esterno, poiché le forme richiedono un certo numero di esclusioni. Esse sono e replicano se stesse attraverso ciò che escludono, attraverso il non essere né l’animale né la donna, né lo schiavo, l’appropriazione dei quali è acquisita tramite la proprietà, i confini nazionali e razziali, il masochismo e l’eterosessualità coatta”. La “teoria della differenza”, cioè, che sempre di più oggi viene usata per marcare confini, segnare limiti, omologare chi sta dentro un determinato gruppo (civile, nazionale, razziale) o una precisa categoria (di genere, sessuale, fisica, mentale).

Il che chiama in causa, oltre ai generi, ai sessi, ai ruoli sociali, anche la libertà di cambiare il luogo di residenza, trasferirsi dove ci si potrebbe trovare meglio, praticare ovunque il proprio pensiero, seguire le proprie convinzioni, essere come si è (e non come si dovrebbe) senza venire considerati “diversi” e quindi come minimo “inadeguati” o inutili, quando non anche “nemici”, “sovversivi”, “devianti”, “pericolosi”, “incontrollabili”. Il che, insomma, porta dritto al concetto di Guantanamo, spazio di sospensione dei diritti umani (duramente contestato dalla Butler in tante occasioni e molto diffuso oramai nel mondo), e, per riferirci all’Italia, alla vergogna di vedere persone che lasciano la propria terra, perché costrette dalla guerra, dalla fame o da invivibilità di ogni tipo, finire segregate, chiuse dietro le sbarre dei “centri di identificazione ed espulsione” per mesi e mesi o sorvegliate dalle forze dell’ordine in strutture di accoglienza. Non-persone. Non più padrone del proprio corpo e delle proprie scelte.

Ecco dove può portare la lettura di un romanzo di fantascienza (se bello, certo, magnifico come lo è Venere più X) o di tante altre opere, letterarie e non, o la visione di film, lavori teatrali, artistici. Ecco dove può portare la cultura, ossia il porsi continuamente domande circa il proprio essere e la propria (ma non solo) collocazione nel mondo. Si può cioè vedere, come annota Francesca Di Donato in Per una critica della differenza sessuale. Domande e risposte sulla riflessione femminista attuale (http://www.swif.uniba.it/lei/personali/didonato/index.html) “com’è la società strutturata in base al genere, ovvero cercare di leggere le relazioni di potere che costruiscono la società, per tornare al punto di partenza: le disuguaglianze”. Ossia il rifiuto di riconoscere ogni diversità, la cristallizzazione delle identità, la competizione, la mancanza di apertura, di confronto, di com-passione che è sempre stata parte integrante del modo di vivere capitalista e borghese. Ciò che mostrava nelle sue pellicole anche Ingmar Bergman, del resto.

 

 

 

Diane Arbus, Two Female Impersonators Backstage, N.Y.C. (1961)

Diane Arbus, Two Female Impersonators Backstage, N.Y.C. (1961)

August Sander, Sylvia von Harden, Journalist, Colonia (1930-31)

August Sander, Sylvia von Harden, Journalist, Colonia (1930-31)

August Sander, Sylvia von Harden, Journalist, Colonia (1930-31)

August Sander, Sylvia von Harden, Journalist, Colonia (1930-31)

foto presa dal web e modificata

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Diane Arbus, Man Being a Woman (1960)

Diane Arbus, Man Being a Woman (1960)

foto presa dal web e modificata

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Vanessa Beecroft, Black Madonna with Tweens (2006)

Vanessa Beecroft, Black Madonna with Tweens (2006)

Vanessa Beecroft, Black Madonna with Tweens (2006)

Vanessa Beecroft, Black Madonna with Tweens (2006)

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