Unioni civili, genitori con la “patente”

Unioni civili, adozione della prole del/la compagno/a anagraficamente dello stesso proprio sesso. In realtà dovrebbero essere normali aspetti di quel complesso di diritti che spetta a qualunque essere umano, a prescindere dal genere e da ogni altra possibile caratteristica o meglio differenza, assieme al pensiero, alle opinioni, alla parola, alle scelte esistenziali in ogni campo. E alla dignità, prima di ogni altra cosa. Invece pare proprio che non sia così. Bando all’affetto di cui si è capaci, all’amore che si è in grado di offrire. In Italia, anche se non solo. Ma di questi tempi, visto il feroce dibattito in corso, soprattutto in Italia. Nel mondo politico come nel senso comune.

Insomma, per potere essere genitori, comportarsi da genitori, bisogna avere la “patente”: un uomo e una donna, la famiglia tradizionale, anche il matrimonio in chiesa, è meglio (meglio ancora se sfarzoso, se un “giorno indimenticabile”, e ti propongono per questo pure prestiti agevolati…) e via di questo passo.

In Argentina ai tempi della dittatura militare toglievano i bambini ai desaparecidos, oppure facevano partorire le donne nelle prigioni della morte (per farle poi sparire, naturalmente), e li affidavano a coppie di provata fede cattolica, nel matrimonio tradizionale (uomo e donna, non dimentichiamolo), nei valori del capitalismo e dell’anticomunismo: coniugi con la “patente” cioè, considerati in grado di fare crescere quegli esseri al riparo dal “rischio”, dalla tentazione di diventare “sovversivi”, di sinistra, di battersi da grandi per le libertà e per la dignità di ciascuno, di tutti, a prescindere da ogni “deviazione” o differenza. Di pensare con la propria testa, in poche parole.

Per essere genitori occorre avere quindi la “patente”? Vengono i brividi solo a pensarci.

 

 

 

RICOH IMAGING

Foto mia (amatoriale)

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Ennesimo giorno: cacofonie dei sensi, odore di sesso e gelsomini

Si ritrovò all’aperto in una cacofonia di voci, musiche, suoni, rumori, capigliature dipinte, scolpite, teste deformate, occhiali inutili, smalti, trucchi, rossetti, depilazioni femminili e maschili, tatuaggi, capi d’abbigliamento, accessori, monili in colorazioni incompatibili e sgargianti, vestiti ampi come paracadute svolazzanti, rotoli di grasso oppure ossa che emergevano da tessuti elastici e attillati, corti, striminziti, cinte strettissime che facevano assomigliare coloro che li indossavano a prigionieri legati come salami o a schiavi condotti verso la consunzione. E cibi, bibite ammassati ovunque, senza alcuna distinzione di qualità, aroma, sapore, che ogni persona sul posto ingurgitava senza accorgersi di ciò che erano né di che cosa contenevano. Si guardò intorno senza capire dove si trovasse, eppure conosceva quel luogo: era il luogo dove da tanti anni ormai abitava benché non lo amasse per niente. Una città piena di opere d’arte e però tutto sommato volgare, anzi decisamente oscena. Monumenti utilizzati come sedi di rappresentazione, non di eventi culturali bensì di chi tali eventi organizzava e spesso interpretava: di se stesso o di se stessa dunque. Politica, strategia della comunicazione o prevalenza sugli altri proprio attraverso la comunicazione. Monumenti che si sovraccaricavano perciò di linguaggio che non aveva però niente a che fare con quanto gli stessi monumenti intendevano esprimere, ammesso che lo volessero comunque: linguaggio secondario, sovrapposto, ancora meglio giustapposto, linguaggio che non parlava davvero ma tendeva a comunicare semplicemente se stesso; urlava cioè, riempiva esclusivamente le orecchie stordendo l’interlocutore, potenziale o riottoso. Un fattore ulteriore di cacofonia, si disse, come gli odori sgradevoli a bizzeffe sui passanti, a zaffate, profumi costosi o meno, dolci o aspri, mescolati a tanfo di sudore, di grasso, di roba fritta, di pelle unta, di forfora. Tutto immagazzinato in quel luogo, si sorprese a meditare in un attacco di nausea: ebbe perfino un capogiro. Era come messo lì e combinato per colpire i sensi allo stomaco (già), per eccitare la parte estetica di ognuno. Ma soltanto questa. Quel microcosmo, o quel mondo, si rese conto, aveva in pratica decretato il divorzio fra i sensi e la ragione, l’eccesso e la temperanza, per dirla in parole diverse, o tra la raffigurazione e il giudizio, tra l’affermazione e il senso critico. Tutti assorbivano tutto, scegliendo in tal modo di subirne il dominio. Pure dei potenti, naturalmente: non sapevano più distinguerne le parole dagli atti, una cosa oramai molto diversa dall’altra. Quel mondo in effetti era arrivato a tal punto nell’assillo del consumo, dell’usa e getta, che aveva l’impressione di trovarsi davanti a un immenso coito portato a termine di premura: monta, pompa bene ed eiacula, scaricati, fatti montare, cola, non è necessario che godi, che godete, magari scattati o scattatevi una foto (o più foto) e mostratela al mondo, pronta da consumare; chi la guarderà di sicuro si masturberà e arriverà presto a quella che definirà un’estasi e però non sarà altro che un ulteriore scarico di adrenalina condita di ormoni maschili oppure femminili. E questo ventiquattro ore su ventiquattro (o H24, come si preferiva dire ormai), senza soste, azzerando l’alternanza sonno-veglia o attività-riposo-ozio. Azione, azione perenne, sostenuta non solo da cibi-porcheria ma anche da alcol e droghe: così ci si sentiva positivi, creativi, vincenti. E consumanti (si diceva così?). Era questo che pensava aggirandosi per il grande slargo vicino a casa, adesso lo aveva finalmente riconosciuto, aveva recuperato l’orientamento. Ma i sensi staccati dal cervello, strappati letteralmente alla psiche, non erano in grado, ne aveva la concreta certezza, di procurare reale godimento. Solo fermarsi, ascoltare, assorbire, rendersi ricettivi, passivi, insomma non fare un cazzo ogni tanto, immersi nel silenzio possibilmente, permetteva di capire o quantomeno di meditare, farsi domande, elaborare, acquisire una qualche forma di coscienza. E di conoscenza. Se si fotteva bisognava sapere di fottere, in sostanza, assaporare sulla pelle e anche nel pensiero l’atto di fottere. E così se ci si masturbava, con il proprio corpo o con il corpo di un altro o di un’altra. Era sapere e saper gustare senza fretta tutto ciò che si stava facendo, qualsiasi cosa si stesse facendo, a portare autentica soddisfazione, senso di appagamento. E valeva per il lavoro, per il tempo libero, le arti, la politica, i rapporti sociali allo stesso modo che per il sesso o per pisciare e cacare. Più guardava quella gente quindi, quell’affannarsi a consumare e quei monumenti così muti e nudi e osceni intorno, e più chiaramente avvertiva la verità, ma sopra ogni cosa l’urgenza di quest’ultima considerazione. Il contrario, ossia l’ingozzarsi senza ritegno soltanto degli elementi materiali dell’esistenza, era come scambiare l’odore dello sperma o dei fluidi della vulva per profumo di gelsomino, concluse fra sé mentre ne annusava i fiori nel cortile del condominio. Una delle poche cose belle di quel palazzo, se non l’unica: il sesso era tutt’altro discorso. E si chiuse in fretta il portone alle spalle.

 

 

 

Massimo S. Volonté, "City sickness – 298", da https://msvphoto.wordpress.com/

Massimo S. Volonté, “City sickness – 298”, da https://msvphoto.wordpress.com/

Cristina Rizzi Guelfi, da http://cristinarizziguelfi.tumblr.com/

Cristina Rizzi Guelfi, da http://cristinarizziguelfi.tumblr.com/

Cristina Rizzi Guelfi, da http://cristinarizziguelfi.tumblr.com/

Cristina Rizzi Guelfi, da http://cristinarizziguelfi.tumblr.com/

Georgesmiley, "With Brooke Lynne, at home", da http://georgesmiley.tumblr.com/

Georgesmiley, “With Brooke Lynne, at home”, da http://georgesmiley.tumblr.com/

Georgesmiley, "Self shot with April Hutchinson at home, in NYC", da http://georgesmiley.tumblr.com/

Georgesmiley, “Self shot with April Hutchinson at home, in NYC”, da http://georgesmiley.tumblr.com/

Giulia Bersani, "Empty me in my empty new house", da http://megiuliabersani.tumblr.com/

Giulia Bersani, “Empty me in my empty new house”, da http://megiuliabersani.tumblr.com/

Quarantacinquesimo giorno: tempo, immagini, sesso parlato

Era da tempo ormai che dialogavano via e-mail. Identità fittizie, nessuna notizia sui luoghi dove abitavano, le loro vite, le condizioni sociali e private, l’aspetto fisico. Nulla, solo che erano un uomo e una donna. E innumerevoli scambi di confidenze intime, umori del momento, moti dell’interiorità, desideri, fantasie, delusioni, dolori, pensieri anche sfuggenti, alcuni appena accennati. O a volte pure ostici tentativi di interpretazione del mondo che li circondava, pesante, sempre meno sostenibile: su ciò si trovavano quasi sempre in sintonia. Durava da molti mesi. Entrambi avevano sempre esitato, ed era così tuttora, a proporre all’altro un appuntamento. Se lo erano anche confessato: avevano una paura matta di incontrarsi, di vedersi, di doversi giocoforza valutare: le loro menti, benché razionalmente non lo volessero, avrebbero provato la tentazione di giudicarsi a vicenda. E sarebbe stato così per tutti e due: un riflesso condizionato che, concordavano, avrebbe di certo guastato la magia di quel loro contatto che era divenuto via via sempre più intenso e soprattutto disinteressato. Meglio allora dialogare via e-mail, mantenendo quell’assoluta libertà di esprimersi su ogni cosa, senza alcuno scrupolo sociale, morale, etico. Soprattutto sul sesso. La separatezza, la lontananza, se lo dissero quella mattina, era sinonimo di completa armonia. Almeno nel loro caso. A meno che… sì, non riuscissero a incontrarsi senza vedersi. Anche questo, ne erano certi, sarebbe stato una specie di miracolo. In un mondo nel quale gli unici prodigi erano ritenuti quelli di chi riusciva ad arricchirsi, lo sapevano tutti e due, a mettersi in evidenza, a prevalere sugli altri, a schiacciare le testa dei più deboli. Ad attirare sguardi, ammirazione, quindi. A sollecitare proprio atti di valutazione, in definitiva. Decisero di salutarsi, in preda entrambi per metà al desiderio e per metà allo sconforto. Fu l’ultima confidenza che si scambiarono quel giorno, poi non si contattarono più per molto tempo.

 

 

 

Georgesmiley, "Self shot in room 627, Drury Hotel, Tempe, AZ", da http://georgesmiley.tumblr.com/

Georgesmiley, “Self shot in room 627, Drury Hotel, Tempe, AZ”, da http://georgesmiley.tumblr.com/

Bang Sang Hyeok, da http://rangbangs.tumblr.com/

Bang Sang Hyeok, da http://rangbangs.tumblr.com/

Carmen De Vos, "The showering" [From the series Road Trip Diary], da http://carmendevos.tumblr.com/

Carmen De Vos, “The showering” [From the series Road Trip Diary], da http://carmendevos.tumblr.com/

Georgesmiley, "Self shot in room 627, Drury Hotel, Tempe, AZ", da http://georgesmiley.tumblr.com/

Georgesmiley, “Self shot in room 627, Drury Hotel, Tempe, AZ”, da http://georgesmiley.tumblr.com/

Buried Blue, "Unclean…", da http://buriedblue.tumblr.com/

Buried Blue, “Unclean…”, da http://buriedblue.tumblr.com/

Sesso e troppe chiacchiere

Tacere oppure parlare durante il sesso: l’interrogativo si formò nella sua mente ascoltando i colleghi intorno chiacchierare di serate trascorse o da trascorrere stravaccati sui divanetti di un pub a bere, a non fare un cazzo, ad ascoltare soltanto musica insulsa a tutto volume senza nemmeno riuscire a scambiare due parole, seppure insulse. A urlare perciò, a farsi notare. A farsi vedere. A mostrare una forma di pretesa prevalenza sugli altri. Allora è meglio tacere, si rispose. Concentrarsi totalmente sui corpi, sulle sensazioni, sul piacere. O sul dolore se capita, perché no. Concentrarsi sull’intensità stessa dei momenti che si susseguono. L’attesa dell’orgasmo. Degli orgasmi. Parlare, pensò mentre urlava ai colleghi di abbassare la voce: stava lavorando, loro cazzeggiavano facendosi sentire anche troppo. Parlare tuttavia si potrebbe, aggiunse. Purché non si pronuncino frasi d’amore, puntualizzò però con il suo intimo. Nel sesso suonano inattendibili, come promesse fatte in campagna elettorale. Rise fra sé. Nel sesso si cerca prima di tutto il proprio corpo. E se si cerca quello degli altri, se ci si dedica a un altro o ad altri corpi, se si fa godere un corpo che non sia il proprio, è perché si vuole godere attraverso quel corpo. Occhi, orecchie, naso, bocca, mani, pelle: ogni nostro senso esige di godere attraverso un altro corpo. O altri corpi. E le parole che eventualmente si pronunciano devono riguardare il sesso quindi, non l’amore. Desideri, fantasie, atti privi di rispetto, pieni di confidenza magari, di segreti magari, ma non certo di condivisione o di donazione: nel sesso si prende soltanto. Il sesso non è mai altruista, né in fin dei conti può esserlo, si disse mentre andava per una piccola pausa nella saletta dei fumatori, finalmente un po’ di tranquilla solitudine. Il sesso per definizione è egoista, pensò. Più o meno come il mondo, meditò poco dopo, benché non esattamente allo stesso modo o per lo stesso scopo razionalmente inteso. Non per lucida ambizione di dominio, cioè, bensì per istinto. Nel sesso ci si masturba con un altro corpo oppure con altri corpi, tutto qui. Perché se ne ha voglia e si è anche (o si spera) oggetto di desiderio.

 

 

 

Misungui by Plume E. Heters, da http://misungui.tumblr.com/

Misungui by Plume E. Heters, da http://misungui.tumblr.com/

Ambrose & Wether, "Untitled", 2013, da http://ambrose-and-wether.tumblr.com/

Ambrose & Wether, “Untitled”, 2013, da http://ambrose-and-wether.tumblr.com/

Masturbarsi la punta del naso

Si rese conto che la sua stima delle donne era gradatamente scesa quasi a zero. Mentre fino a pochi anni prima aveva provato nei confronti del sesso femminile una pressoché incondizionata adesione. Col senno di poi aveva capito che si trattava di una sorta di complesso di Tiresia, se in tal modo poteva definirlo: riteneva, come il mitico indovino greco privato della vista e che si era incarnato in entrambi i generi, che il piacere sessuale della donna fosse nove volte maggiore di quello maschile; di qui una più vasta gamma di scelte possibili quanto alle sensazioni, ai rapporti, all’intimità. Quasi un potere, pensava. Prima, però. Poi la cosiddetta ascesa sociale delle donne aveva modificato il suo punto di vista in maniera quasi radicale. Nella foga di fare tutto ciò che fino ai decenni precedenti era riservato soltanto agli uomini, avevano finito per amplificare i difetti, già grandi, dell’altro sesso: vanità, arrivismo, carrierismo, competitività, ricerca ossessiva della visibilità e del successo, anche ricorrendo alla prevaricazione; e in più aggravando i propri, di difetti: corpi sempre più e meglio artefatti, truccati, in pratica falsati, identità sommerse, soffocate dalla preponderanza dell’immagine. E anche nell’uso pubblico della retorica, l’arte di avere ragione perfino quando si ha torto marcio, meditò, le donne erano ormai avviate a diventare più brave dei maschi. Molto. D’altronde bastava dare un’occhiata ai siti internet, specie di pornografia privata: in barba alla loro apparenza pressoché sacrale, a tratti resa austera, inavvicinabile, dal crescente prestigio nella società, al porsi di molte di loro alla stregua di icone da guardare, ammirare, desiderare ma senza toccare, nelle foto e nei video che pubblicavano c’era ormai molta più depravazione, perversione, spesso anche volgarità rispetto a ciò che proveniva da utenti uomini. Come se pure in questo le femmine desiderassero dimostrarsi quanto e più capaci. In poche parole, si disse mentre puliva la stanza da bagno, analogamente a ciò che accadeva da qualche tempo in ogni settore, la ricercata uguaglianza dei diritti fra i sessi, e così fra gruppi, categorie, classi, oltre che nel lavoro, stava portando a un livellamento in basso. Verso il peggio, insomma. Sogghignò strizzando la spugna imbevuta di detersivo. Mai come allora, pensò mentre strofinava con vigore la maiolica del water, aveva desiderato diventare un essere asessuato. Mai prima di allora, concluse fra sé, aveva desiderato imparare a godere masturbandosi la punta del naso.

 

 

 

 

Georgesmiley, "Self shot with Yoon at home - NYC", da http://georgesmiley.tumblr.com/

Georgesmiley, “Self shot with Yoon at home – NYC”, da http://georgesmiley.tumblr.com/

Misungui by Stéphane Arnoux, da "Self shibari", http://misungui.tumblr.com/

Misungui by Stéphane Arnoux, da “Self shibari”, http://misungui.tumblr.com/

Misungui by Denis Lucas, da http://misungui.tumblr.com/

Misungui by Denis Lucas, da http://misungui.tumblr.com/

Phillip Dvorak, "Missy - one of my etchings, hand-colored with gouache and watercolor", da http://phillipdvorak.tumblr.com/

Phillip Dvorak, “Missy – one of my etchings, hand-colored with gouache and watercolor”, da http://phillipdvorak.tumblr.com/

Phillip Dvorak, "One of my etchings (hand-colored with gouache and watercolor)", da http://phillipdvorak.tumblr.com/

Phillip Dvorak, “One of my etchings (hand-colored with gouache and watercolor)”, da http://phillipdvorak.tumblr.com/

Phillip Dvorak, "One of my figure drawings - graphite and watercolor on paper", da http://phillipdvorak.tumblr.com/

Phillip Dvorak, “One of my figure drawings – graphite and watercolor on paper”, da http://phillipdvorak.tumblr.com/

Foto presa dal web e modificata

Foto presa dal web e modificata

Georgesmiley, "Self shot at home - Minneapolis, da http://georgesmiley.tumblr.com/

Georgesmiley, “Self shot at home – Minneapolis, da http://georgesmiley.tumblr.com/

Alina Senchuk, da "Goodbyestockholm", https://www.flickr.com/photos/goodbyestockholm/

Alina Senchuk, da “Goodbyestockholm”, https://www.flickr.com/photos/goodbyestockholm/

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