Camere dello scirocco contro la sofferenza degli altri

Venti, tempeste, burrasche. Lo scirocco, ad esempio, prende il nome dalla Siria: proviene da sudest infatti, dal martoriato Medioriente quindi (ma pure dall’Asia centrale). In Nordafrica, in Libia per la precisione, viene denominato ghibli. Tempeste. Non solo vento però. O meglio, masse d’aria e, da alcuni anni a questa parte ormai, anche di persone che fuggono da ogni sorta di dannazione: guerre, torture, dittature, carestie, fame, sete, assenza di speranze. Anticamente nei Paesi mediterranei si usava difendersi da questo vento caldo e umido chiudendosi in ambienti sotterranei privi di finestre, denominati appunto “camere dello scirocco”. Lì si stava freschi, al riparo dalla iattura dell’aria soffocante. A volte erano ricavate da cantine ma in tanti casi venivano scavate direttamente nella roccia al di sotto delle case. Pareti spesse, impermeabili, in grado di rendere immuni quei luoghi dalla sofferenza che proveniva da lontano. E lo stesso sta facendo in questi ultimi tempi l’Europa: costruisce pareti, spesse, quasi invalicabili, per tenere lontana da sé un’altra sofferenza che arriva da sudest, quella umana. O per filtrarla: è meglio che entri col contagocce, in piccole dosi, per non turbare i nostri bambini, per non costringerci a rivedere, a sconvolgere magari il nostro sistema di vita consolidato. Occidentale. Loro devono sorbirsi le nostre guerre, le nostre lezioni di democrazia, ma che risolvano da sé i problemi che “noi” abbiamo portato nei loro territori. Noi non abbiamo responsabilità: le economie devono girare. Le camere dello scirocco sono tornate quindi, e in tutto il nostro continente stavolta: pareti spesse contro la sofferenza delle “mandrie” che premono ai nostri confini, delle “bestie” che ci assediano (e che come bestie, letteralmente, stiamo trattando). Pareti per difendersi dalla sofferenza degli altri.

 

 

 

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Foto mia (amatoriale)

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Composizione (artigianale) di immagini

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Umberto Eco “social”

I social network secondo Umberto Eco (morto a 84 anni): “Hanno dato diritto di parola a milioni di imbecilli”.

 

 

 

 

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A sinistra una “base magica” di Piero Manzoni: basta salirvi sopra per trasformare se stessi in un’opera d’arte; a destra “Socle du monde”, dello stesso autore milanese, lo zoccolo (capovolto) del mondo (entrambe le opere risalgono al 1961)

 

Unioni civili, genitori con la “patente”

Unioni civili, adozione della prole del/la compagno/a anagraficamente dello stesso proprio sesso. In realtà dovrebbero essere normali aspetti di quel complesso di diritti che spetta a qualunque essere umano, a prescindere dal genere e da ogni altra possibile caratteristica o meglio differenza, assieme al pensiero, alle opinioni, alla parola, alle scelte esistenziali in ogni campo. E alla dignità, prima di ogni altra cosa. Invece pare proprio che non sia così. Bando all’affetto di cui si è capaci, all’amore che si è in grado di offrire. In Italia, anche se non solo. Ma di questi tempi, visto il feroce dibattito in corso, soprattutto in Italia. Nel mondo politico come nel senso comune.

Insomma, per potere essere genitori, comportarsi da genitori, bisogna avere la “patente”: un uomo e una donna, la famiglia tradizionale, anche il matrimonio in chiesa, è meglio (meglio ancora se sfarzoso, se un “giorno indimenticabile”, e ti propongono per questo pure prestiti agevolati…) e via di questo passo.

In Argentina ai tempi della dittatura militare toglievano i bambini ai desaparecidos, oppure facevano partorire le donne nelle prigioni della morte (per farle poi sparire, naturalmente), e li affidavano a coppie di provata fede cattolica, nel matrimonio tradizionale (uomo e donna, non dimentichiamolo), nei valori del capitalismo e dell’anticomunismo: coniugi con la “patente” cioè, considerati in grado di fare crescere quegli esseri al riparo dal “rischio”, dalla tentazione di diventare “sovversivi”, di sinistra, di battersi da grandi per le libertà e per la dignità di ciascuno, di tutti, a prescindere da ogni “deviazione” o differenza. Di pensare con la propria testa, in poche parole.

Per essere genitori occorre avere quindi la “patente”? Vengono i brividi solo a pensarci.

 

 

 

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Ruggiti di motori e otto milioni di baionette

Se l’Italia scende in pista diventa la numero uno nel mondo, dice il nostro presidente del Consiglio assaporando il ruggito in Borsa dei motori della Ferrari. Un concetto che suscita un quasi immediato retrolampo (flashback): “Otto milioni di baionette bene affilate e impugnate da giovani intrepidi e forti” (1936). Però bisogna ammettere, suvvia, che oggi la società è molto più varia rispetto a quella del fascismo: oltre ai soliti capetti e faccendieri abbiamo Cavalieri, Grilli parlanti e chi più ne ha più ne metta.

 

 

Elaborazione (artigianale) di una foto

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Parigi, Cortázar, l’odore di guerra

“L’odore di guerra era insopportabile”, dice nel brano seguente il protagonista di uno dei magnifici racconti del grande scrittore argentino Julio Cortázar (1914-84). Il sogno di un uomo braccato da una schiera di individui armati che lo inseguono per catturarlo in un arcaico rituale di sangue. Simile all’incubo degli esseri di oggi dopo la strage di Parigi (dove l’autore peraltro visse a lungo), dopo gli innumerevoli massacri più o meno in tutte le parti del mondo (appena due giorni prima a Beirut, in precedenza l’aereo russo fatto esplodere sul Sinai). L’odore di guerra (del terrorismo di ogni genere) ormai ci perseguita tutti, europei e non, benestanti e miserabili, profughi non solo dal proprio Paese, dalla propria casa, ma anche (seppure in pochi casi) dalla propria civiltà che puzza di morte, di cadaveri, di corpi dilaniati, di sangue rappreso. Chi crede nel dialogo, nell’ascolto, nella convivenza, anche e soprattutto nella cultura (vera), si ritrova ridotto al silenzio (oramai comandano le armi, gli esplosivi, gli stati d’emergenza) oppure finisce massacrato nel mucchio, in Medioriente e nel Terzo Mondo come nelle nazioni occidentali. Chi pensa, cerca di pensare nonostante tutto, si ritrova schiacciato nelle proprie stesse idee, indifeso, soffocato dal tanfo del conflitto armato, dei “giochi bellici”, della geopolitica, della retorica (soprattutto sulla “patria”). Braccato dalla paura, dal desiderio di fuga e dall’impotenza. Proprio come il personaggio di Cortázar nei passi riprodotti qui sotto e tratti da “Noche boca arriba” (Supino, di notte, oppure La notte supina), nella traduzione di Giordano Zordan per “Quintavenida”.

L’intero racconto è all’indirizzo www.5av.it/downloads/category/8-.html?download=45%3Ap

 

Ciò che più lo torturava era l’odore, come se persino nell’assoluta accettazione del sogno, qualcosa si rivelasse contro ciò che non era abituale, che fino ad allora non aveva partecipato al gioco. “Odora di guerra”, pensò, toccando istintivamente il pugnale di pietra sostenuto dalla faretra di lana che gli attraversava il petto. Un suono improvviso lo fece accucciare e restare immobile, tremando. Aver paura non era strano, i suoi sogni ne erano pieni. Aspettò, coperto dai rami di un arbusto e dalla notte senza stelle. Molto lontano, probabilmente dall’altro lato del gran lago, dovevano ardere i fuochi dei bivacchi; uno sfolgorio rossiccio riempiva quella parte di cielo. Il suono non si ripeté. Era come di ramo spezzato. Forse un animale che fuggiva come lui dall’odore di guerra. Si raddrizzò piano, con difficoltà. Non si sentiva nulla, ma il terrore continuava, come l’odore, quell’incenso dolciastro della guerra florida. Doveva andare avanti, arrivare nel bel mezzo della selva evitando le paludi. A tentoni, acquattandosi ad ogni istante per toccare il suolo più duro del sentiero, fece alcuni passi. Avrebbe voluto mettersi a correre, ma le sabbie mobili palpitavano lì vicino. Cercò la direzione nel sentiero avvolto dalle tenebre. Poi sentì una boccata dell’odore che più temeva e saltò disperato in avanti.

(…)

Ansimante, sentendosi braccato, anche se all’oscurità e in silenzio, si acquattò per ascoltare. Forse il sentiero era vicino, con le prime luci dell’alba avrebbe potuto scorgerlo un’altra volta. La mano, che meccanicamente afferrava il manico del pugnale, salì come uno scorpione delle paludi fino al collo, dove pendeva l’amuleto protettore. Muovendo appena le labbra, si vide intonare la preghiera del mais che porta i giorni buoni, e la supplica all’Altissima, alla dispensatrice dei beni moteci. Ma nello stesso istante sentiva che le caviglie gli si stavano affondando lentamente nel fango e che l’aspettare nell’oscurità della selva sconosciuta gli era sempre più insopportabile. La guerra florida era iniziata con la luna e durava già da tre giorni e tre notti. Se fosse riuscito a rifugiarsi nel folto della selva, abbandonando il sentiero più in là della regione delle paludi, forse i guerrieri non lo avrebbero scoperto. Pensò alla quantità di prigionieri che avevano già preso. Ma la quantità non contava, bensì il tempo sacro. La caccia sarebbe continuata fino a che i sacerdoti non avessero dato il segnale del ritorno. Tutto aveva il suo numero e il suo fine e lui era dentro il tempo sacro, dall’altro lato dei cacciatori.

Udì le grida e si raddrizzò con un salto, pugnale in mano. Come se il cielo s’incendiasse all’orizzonte, vide torce che si muovevano tra i rami, molto vicine. L’odore di guerra era insopportabile e quando il primo gli saltò al collo, quasi sentì piacere nell’affondargli la lama di pietra in pieno petto. Già lo accerchiavano le luci e le grida allegre. Finì per tagliare l’aria un paio di volte, quindi una corda lo prese da dietro (…)

 

 

 

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Alcuni graffiti realizzati in diverse parti del mondo da Banksy, famoso esponente inglese della “street art”, conosciuto soprattutto per la sua irriverenza con ogni potere e l’avversione a qualsiasi forma di guerra e di violenza. Per saperne di più:

https://it.wikipedia.org/wiki/Banksy

http://masadaweb.org/2013/11/07/masada-n-1493-5112013-bansky-guerrilla-e-poesia/